Immigrazione islamica: la Francia non ci insegna nulla

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Immigrazione islamica: la Francia non ci insegna nulla

17 Luglio 2016

E’ giusto chiedersi se maggiori misure di sicurezza avrebbero potuto evitare o ridurre i danni degli attacchi terroristici di Nizza e Parigi ma non si può dire che il governo francese sia rimasto inerme davanti alla guerra interna scatenata dal fondamentalismo islamico. Moschee sospettate di fomentare l’odio sono state chiuse, materiale jihadista requisito, dal Bataclan ad oggi ci sono state oltre 2200 irruzioni della polizia in case e appartamenti, 230 arresti, 334 armi da guerra sequestrate, “numeri sconcertanti”, ha detto il ministro dell’interno Cazeneuve, del quale le opposizioni chiedono le dimissioni. 

Sono almeno 7 le persone fermate dopo che si è scoperto che Mohamed Bouhlel, il killer di Nizza, era un musulmano rapidamente radicalizzato, tanto “squilibrato” da aver fatto un sopralluogo sul lungomare prima della strage. In Francia c’è tuttora lo stato di emergenza. Eppure, nonostante la repressione, gli attacchi islamisti continuano. Si può affermare allora che ad essere saltato è proprio il modello di integrazione delle comunità musulmane in Francia, l’immigrazione islamica col tempo è diventata una bomba sociale, culturale e demografica, come accade anche in altri Paesi del Nord Europa, dove l’illusione del multiculturalismo è stata presto soppiantata dalla realtà dello “scontro di civilità”.  

Tutto questo dovrebbe far riflettere e insegnare qualcosa al governo italiano che invece, al momento, persevera in una gestione del fenomeno migratorio che si limita al mantra dei salvataggi e della accoglienza senza avere una chiara politica nel merito di una questione chiave per il futuro della nostra società. Secondo i dati dell’ultimo rapporto Sprar, il sistema di protezione dei richiedenti asilo, nel 2015 sono sbarcati in Italia complessivamente 149mila migranti di cui 85mila hanno fatto richiesta di protezione internazionale; la rete Sprar ha fornito assistenza a 29.761 persone su 21.613 posti disponibili. 

Si tratta in prevalenza di migranti di sesso maschile e provenienti da Paesi musulmani e del mondo arabo, Nigeria, Pakistan, Gambia, Mali, Afghanistan, Senegal, Somalia, Eritrea, Ghana e Bangladesh. A parte chiedersi quali gravi persecuzioni siano in atto in stati come il Senegal, e segnalare che la protezione umanitaria esiste solo in Italia tra gli stati europei, va evidenziato che non solo continuiamo ad accogliere immigrati islamici ma che, nelle intenzioni del Governo, del Viminale e di Anci, la rete dei comuni che fanno capo allo Sprar dovrà estendersi e il numero di persone accolte aumentare. 

Secondo il capo del dipartimento delle libertà civili e della immigrazione, Mario Morcone, entro la fine di luglio ci sarà un decreto per “semplificare i progetti Sprar”, “faremo saltare le vecchie procedure, come i bandi, e avvieremo una sorta di accredito permanente per gli enti che li hanno attivati, con verifiche periodiche”. Per il sottosegretario all’interno, Domenico Manzione, “l’obiettivo condiviso non può che essere quello di ampliare lo Sprar”, anche attraverso “incentivi ai Comuni che fanno accoglienza”. Il numero uno di Anci, l’ex sindaco di Torino Piero Fassino (Pd), sostiene che “il nostro non è un paese invaso, non ci troviamo di fronte a un’emergenza, ma man mano che il numero si amplia abbiamo bisogno di mettere in campo tutte le politiche necessarie a governare il fenomeno”.

Dunque quello che sta accadendo in Francia non insegna nulla a chi ci governa, “pensare che un conflitto epocale di questo tipo possa essere affrontato con una sostanziale inerzia camuffata da apparente decisionismo,” ha detto Gaetano Quagliariello, già ministro delle riforme nel governo Letta ed oggi all’opposizione in Senato, permette solo ai flussi migratori islamici di continuare a raggiungere l’Italia in proporzioni tali da trasformarsi sul medio e lungo periodo nella già citata bomba socio-demografica. Per questo, Quagliariello ha annunciato una mozione urgente in Parlamento sul tema, che verrà proposta a “tutte le forze di centrodestra per una condivisione”.

L’alternativa alla inerte politica renziana sulla immigrazione passa sostanzialmente da due strade. Da una parte dobbiamo puntare i piedi in Europa per ottenere, così come ha fatto la ‘democraticissima’ Turchia con la Germania, che i Paesi mediterranei da dove partono gli immigrati contengano maggiormente i flussi, e di conseguenza anche il rischio che tra chi sbarca in Italia possa esserci un estremista o peggio dei “foreign fighters” di ritorno dalla Siria e dall’Iraq. Dall’altra occorre ripensare il sistema della accoglienza nel nostro Paese. Invece di allargare a tutti i comuni italiani le maglie dello Sprar, una mossa strumentale che può anche essere letta in chiave di consenso politico (i progetti legati al “welfare” della immigrazione significano posti di lavoro e quindi voti, soprattutto al Sud), la permanenza dei richiedenti protezione in Italia dovrebbe essere legata per prima cosa alla conoscenza della lingua italiana e subito dopo all’avviamento professionale. 

Imparare l’italiano: una cosa che attualmente succede poco e male. A fronte di 259.965 servizi erogati dallo Sprar, solo il 10,9 per cento va alla istruzione/formazione dei migranti (il 15% a non meglio specificate “attività multiculturali), mentre sul totale delle figure professionali impiegate nei progetti (8.291), gli insegnanti di italiano per stranieri sono all’ultimo posto (5%), quanto il personale ausiliario. Sarebbero sufficienti pochi mesi per capire se un migrante proveniente dal mondo arabo e musulmano intende conoscere la nostra lingua, che è alla base della tradizione nazionale. Se non vuole farlo, se il suo obiettivo non è integrarsi ma entrare nel nostro Paese per altri scopi e obiettivi, allora è giusto rimandarlo subito a casa.