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Summer School 2010/ 4

Impariamo a governare con l’ICT e diciamo addio ai “fannulloni”

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Vorrei partire parlando dei fatti. Dal 16 di settembre sarà obbligatorio, per tutti i centottanta mila medici che lavorano per il welfare sanitario pubblico, inviare i certificati medici, per i lavoratori dipendenti italiani pubblici e privati, online. È una cosa molto importante perché riguarda circa diciassette milioni di lavoratori dipendenti, quattordici milioni di privati e tre milioni e mezzo di pubblici. È un’innovazione rilevante perché vuol dire eliminazione della carta, uso dell’elettronica, uso della rete. E perché elimina un inutile adempimento a carico dei lavoratori, che da malati devono andare dal medico, avere un certificato giustificativo della loro assenza dal posto di lavoro, e poi mandare due raccomandate, una all’Inps e l’altra al proprio datore.

Tutta questa operazione sarà fatta con un click, con una schermata. Il medico invierà all’Inps il certificato, l’Inps poi provvederà a mandarlo al datore di lavoro. Stiamo parlando di almeno cinquanta milioni di eventi che davano origine, fino a ieri, a cento milioni di raccomandate. Per un evento ci volevano due raccomandate che impiegavano cinquecento persone all’Inps, occupate nell’archiviazione della carta. Tutto ciò non consentiva di sapere qual’era l’assenteismo nel settore privato, in parte neanche nel settore pubblico. Per scoprirlo ho dovuto mettere in piedi un meccanismo di rilevazione. Ho stimato un risparmio solo di costi vivi di circa cinquecento milioni di euro, mille miliardi delle vecchie lire. Tutto bene dunque, non proprio.

Si discute di certificato medico online da circa sei anni: tante belle parole, ma di azioni in questa direzione neanche l’ombra. Finché non ho deciso di mettere in pratica questo adempimento. La legge di circa un anno fa prevedeva l’implementazione, e cioè che i medici dovessero essere attrezzati per fare questa operazione. Già per precedenti iniziative di legge erano tutti stati dotati di computer. Sembrava definitivamente fatta, ho messo in piedi un gruppo di lavoro per l’implementazione tecnica, per i codici, i pin, per l’Inps. In questa fase si sono scatenati sindacati, associazioni, Asl, Regioni. Nell’effettività dell’operazione nessuno più voleva il certificato medico online. Con i pretesti più vari.

È stato tirato in ballo il digital divide, anche se i computer venivano già utilizzati per mille altre cose. Poi ho capito qual’era il motivo: il certificato online è un’operazione povera, che non implica passaggio di ulteriore denaro. Mi è stato detto che non c’era la disponibilità delle reti, che le regioni non erano attrezzate per distribuire i pin, che i medici di famiglia avevano reali difficoltà. Una trentina di punti di feroce obiezione, con la richiesta standard di un rinvio. Questo perché avevo previsto una sanzione nei confronti di chi non attuava la novità. Il medico che non metteva in pratica la normativa vedeva cadere la convenzione. Ma tutti chiedevano risorse per potersi allineare. Abbiamo spiegato che non avevamo alcuna intenzione di spendere soldi inutilmente, visto che i computer erano già disponibili e funzionanti.

Per facilitare il percorso abbiamo verificato ogni singolo adempimento, mettendo in piedi un call center per quei pochi che, affetti da digital divide, potevano fare il certificato a voce, dettandolo. Era poi il call center a trasformarlo in digitale. Abbiamo aperto una procedura di collaudo del sistema per andare incontro ai medici e per smussare la complessità dell’operazione. Il risultato è stato che questa commissione di collaudo è andata avanti per sei mesi. Ad ogni riunione una serie di pretesti e richieste che alla fine andavano sempre in un’unica direzione: la richiesta di ulteriori risorse.

Ho fatto un braccio di ferro violentissimo, furioso, su cui sto misurando anche la mia capacità, il mio modo di far politica o di amministrare. Ho chiamato personalmente tutti i presidenti di regione, dando a ciascun presidente gli score della sua regione ed informandolo dello standard nazionale che era del 75%. Nel mese di agosto ho fatto chiamare tutte le Asl una per una, chiedendo conto dell’adempimento di legge pubblicando poi sui giornali i risultati di questa indagine. Qualche sindacato ha chiesto delle proroghe, ma noi abbiamo rigettato ogni richiesta formulata in questo senso.

Governare è anche questo, se io avessi approvato la legge per poi abbandonarla a se stessa probabilmente non si sarebbero mai raggiunti questi risultati. Questo è un pezzo di modernizzazione del nostro Paese, un pezzo importante. Però se io avessi lasciato solo la dichiarazione editale della legge non sarebbe successo assolutamente nulla. Governare e amministrare, invece, è portare a termine e verificare la fattività e l’esigibilità, e controllare che rimanga nel tempo. Questa è la cosa che ho imparato. Un altro capitolo della mia azione per innovare è stato quello della posta elettronica certificata che esisteva per legge da cinque anni e mezzo. Ho cercato di capire a che punto era, ed ho visto che stava al punto di partenza. Ho cominciato a implementarla e anche in questo caso ho trovato resistenze di vario tipo da parte di tutti. L’ho inserita in una norma nuova, ho cercato di rafforzarla, e adesso sto conducendo una battaglia epocale per fare adottare la posta elettronica certificata da tutti gli uffici pubblici,  a partire dal mio. Non era un risultato scontato, perché si trattava di riorganizzare gli uffici in modo che fossero in grado di ricevere e mandare ai cittadini comunicazioni attraverso la mail. Abbiamo coinvolto anche le categorie professionali. 

Gli avvocati hanno l’obbligo, assieme ad altri due milioni e mezzo di professionisti italiani, di dotarsi di posta elettronica dal mese di novembre dell’anno scorso. Questo perché la posta elettronica certificata deve diventare lo strumento di interlocuzione con i tribunali e con gli altri uffici. Perché c’è il fascicolo elettronico, c’è la procedura elettronica, la notifica elettronica. Cambia la giustizia grazie all’elettronica e alla posta elettronica certificata, per cui non ci saranno più i faldoni e tutto sarà semplificato. Ma anche qui ho incontrato molte resistenze. Ho tentato di capire a che punto fossero gli uffici giudiziari: di posta elettronica certificata neanche a parlarne. Tranne pochissimi casi. In particolare mi sono soffermato sulla realtà di Roma e anche qui non ho riscontrato novità in questa direzione. Ho messo in piedi un gruppo di lavoro e ho scoperto qual’era l’intoppo del tribunale di Roma, il tribunale più grande del mondo. L’intoppo erano i cancellieri, avevano il monopolio delle fotocopie. Questo è un fatto emblematico: il cancelliere gestiva la fotocopiatura dei fascicoli. Un giro da 500 mila euro l’anno, forse anche più, di fotocopie. 

Far politica, fare amministrazione, governare, è anche scoprire queste cose e avere determinazione, perché se queste cose non vengono seguite giorno dopo giorno vincono gli interessi. Altro punto è quello dell’informatizzazione della scuola. C’è un programma molto bello già attivo, “Scuola Mia”, che usa la rete e gli smartphone per i rapporti tra famiglie, scuola, alunni e docenti. Da tutti i punti di vista: dalle lavagne elettroniche, alle pagella elettroniche, all’assenza comunicata nello smartphone dei genitori. Questo programma esiste da più di un anno, le scuole italiane che hanno aderito spontaneamente sono circa tremila, in totale quelle interessate sono circa diecimila. Per le altre chiediamo l’aiuto dei presidi e delle famiglie affinché facciano pressione per avere questi servizi. Questi sono tutti esempi di cosa significhi amministrare e governare. In questo caso, introducendo un oggetto ICT, cioè information communication tecnology.

In tema di fannulloni, invece, ho dovuto costruire un sistema di trasparenza informatica perché non c’era un meccanismo di misurazione dei tassi di assenteismo nelle pubbliche amministrazioni. Ormai abbiamo due anni di esperienza alle spalle, e il tasso di assenteismo si è ridotto del 35%. Un numero enorme, mai visto. Tutto questo avendo contro i sindacati ed una parte della stampa. Questo governo sta modernizzando le istituzioni per far crescere questo Paese. Non lo dico perché sono parte in causa, ma credo che questo governo sia stato il governo capace più di tutti dal dopoguerra ad oggi di fare le riforme. Abbiamo approvato la riforma delle public utilities: luce, gas, acqua, trasporti, spazzatura. Sono normalmente dei piccoli soviet pubblici, sono le ex municipalizzate, che producono il regime di monopolio, o detto anche “in house”. Vuol dire monopolio pubblico, per cui non cresce nulla di privato attorno perché la parte forte ha la concessione del servizio per vent’anni da parte dell’ente locale o da parte di un altro ente pubblico. Con questo sistema nessun privato ha interesse nel confrontarsi con il mercato. E tutto questo viene fatto pagare ai cittadini con le tariffe di luce, gas, acqua, trasporti, spazzatura. Hanno davvero tentato tutti di riformare le public utilities: noi ci siamo riusciti, l’abbiamo fatto all’80%. Altro capitolo. 

Oggi in Francia c’è lo sciopero sulle pensioni pubbliche e private. Noi abbiamo fatto la riforma che innalza automaticamente l’età di pensionamento pubblico e privato, e adegua i redditi da pensione in ragione della speranza di vita, perché secondo il meccanismo contributivo, se aumenta la speranza di vita, o riduci la rendita pensionistica o aumenti i contributi, altrimenti il sistema va in deficit. Noi questo lo abbiamo fatto, abbiamo cambiato e aggiornato i coefficienti di trasformazione, e abbiamo adeguato l’età di pensionamento, e quindi le uscite, in ragione della speranza di vita. Non se ne è accorto nessuno. Lo abbiamo fatto, e non abbiamo il conflitto sociale che hanno in Francia oggi. Noi siamo più bravi e più intelligenti: lo abbiamo fatto, e abbiamo messo sotto controllo quella famosa gobba della spesa pensionistica. Ma parliamo anche dei così detti duecento mila precari della scuola: intanto non sono duecento mila, poi non sono precari tutti, ed è troppo comodo leggere i titoli dei giornali e su quelli imbastire un discorso. Questo lo può fare l’opposizione, ma non lo può fare chi governa.

Noi abbiamo una quantità di corpo insegnante per alunno, per classe, forse tra i più pletorici o generosi dei paesi industrializzati. Non abbiamo certamente pochi insegnanti,anche se le performance della nostra scuola non sono tra le migliori dei paesi industrializzati. Il livello di apprendimento dei nostri figli, dei nostri scolari, non è certamente paragonabile a quello degli altri paesi: il risultato è che il sistema cosi com’è costa tanto e rende poco. Per quantità di ora lavorata non è neanche vero che i nostri insegnanti sono pagati poco. In realtà sono pagati medio poco e lavorano ancora meno. Negli altri paesi guadagnano di più, ma lavorano molto di più. Non c’è meritocrazia, perché le remunerazioni sono funzione di scatti di carriera temporali, quindi si deve solo far sì che passi il tempo, e cosi cambia la tua curva di remunerazione, senza alcun merito. C’è un altissimo assenteismo degli insegnanti che implica l’uso di legioni di supplenti. Il sistema non può permettersi, lo ha detto con chiarezza la mia collega Gelmini, duecento mila nuove assunzioni, anche perché si riprodurrebbe poi il fenomeno delle supplenze in maniera ulteriore.

La buona politica è andare dentro i problemi e cercare di risolverli governandoli dal di dentro in maniera seria e responsabile. La buona politica è quella che sta cercando di fare Mariastella Gelmini: fare entrare il merito nella scuola, superare il meccanismo degli scatti assolutamente legati all’anzianità e, assieme al sottoscritto, affermare il merito, per cui tu vieni pagato di più se sei più bravo. Finisco dicendo che io ho una mia particolare teoria su quello che sta succedendo. Questo governo, consapevolmente, sta cambiando l’Italia. L’ha dichiarato, ha scritto un programma, gli italiani ci hanno dato il loro voto, e stiamo cambiando l’Italia. Con il federalismo stiamo affrontando e risolvendo la questione storica, secolare, del nostro Paese: l’inefficienza delle classi dirigenti del Sud. Se noi avessimo le stesse performance del Nord anche nell’area Napoli-Caserta, nella Calabria, in pezzi della Sicilia, noi avremmo un PIL procapite e una produttività procapite superiore quella della Germania.

Maroni sta svuotando, con grande determinazione e grandi risultati, i mali storici di Camorra, Ndrangheta e Mafia. Con il federalismo, con i costi standard, stiamo puntando alla convergenza delle parti meno efficienti del Paese. Con la riforma della Pubblica Amministrazione stiamo intaccando i privilegi, le rendite. Non credo, o non voglio credere, che le ultime vicende siamo espressione immediata di questo ragionamento che sto facendo. Noi abbiamo il dovere di raccontare al Paese quello che stiamo facendo, di spiegare al Paese cosa succederebbe se questo governo cadesse. Si interromperebbe certamente  la battaglia contro il crimine organizzato, o si interromperebbe la nostra giusta strategia contro l’immigrazione clandestina. Si interromperebbe il sogno di avere una Pubblica Amministrazione efficiente, si interromperebbe il sogno, che sta diventando realtà, del federalismo. Con il federalismo realizziamo forse per la prima volta l’unità, e con la politica economica stiamo risanando questo Paese. E con la scuola stiamo facendo ritornare il merito, e con l’università stiamo facendo una classifica degli atenei. Il mio grande dubbio, per cui non dormo la notte in queste ultime settimane, è che le forze oscure in agguato non si siano messe insieme per far cadere il governo.

Per questo noi abbiamo il dovere di raccontare, di spiegare come stiamo cambiando l’Italia. Abbiamo il dovere di dire e spiegare tutto questo. Io sono un inguaribile ottimista, penso che chi ha ben lavorato poi, alla fine, vince: i buoni vincono sempre.

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