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Impossibile per Bersani sfidare un Veltroni che non sceglie

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Due notizie arrivano in contemporanea a dirci qualcosa di molto interessante sul futuro Partito democratico. La prima riguarda la decisione di Walter Veltroni di non firmare il referendum elettorale, la seconda la decisione di Pier Luigi Bersani di non candidarsi contro lo stesso Veltroni alla guida del Pd.

Le due notizie sono strettamente collegate, quasi da un legame conseguenziale. La prima sarebbe da definire sbalorditiva se non provenisse da Veltroni. Il sindaco di Roma ieri ha ricevuto una delegazione dei promotori del referendum elettorale, preoccupati per le grandi difficoltà nel raccogliere le firme necessarie e per la poca eco che l’iniziativa riscuote sui media. Seduti accanto al sindaco c'erano Guzzetta, Segni e Parisi, tutti  in trepidante attesa di un sostegno forte e chiaro dall’uomo che in questo momento potrebbe essere, più di altri,  in grado di cambiare le sorti del referendum. Veltroni prima li infiamma: “sostengo pienamente il referendum contro questa legge elettorale che c’è e crea una crisi democratica e di sistema”; poi li gela: “però non lo firmo per motivi di opportunità e per non creare problemi al governo”. I tre escono dall’incontro increduli: Guzzetta e Segni anche ammutoliti, mentre Parisi non crede a ciò che ha sentito: “E’ l’opposto di ciò che serve al paese, è il vorrei ma non posso, Veltroni così fa il candidato di tutti e di nessuno”.  

Eppure da Veltroni era difficile aspettarsi qualcosa di diverso. Dire "sostengo il referendum ma non lo firmo" è la quintessenza della “bella politica” politica veltroniana: quella che sta di qua e di là, che cerca di non scontentare nessuno accontentando un poco tutti, quella che evita le posizioni nette a meno che non raccolgano già un consenso unanime. La sua trovata sul referendum non è diversa dal tifare Juve e mettersi la sciarpa della Roma il giorno dello scudetto. O dal dire "non sono mai stato comunista" dopo una vita nel Pci.

Veltroni è ormai prigioniero di questo schema di comportamento. Non si spiega altrimenti la sua insistenza nel reiterarlo anche quando esso rappresenta il principale motivo di critica che persino i suoi alleati muovono contro di lui. L’occasione della richiesta d’aiuto del comitato referendario era preziosa e il sindaco avrebbe potuto coglierla proprio per smentire chi lo accusa di non saper prendere posizione e di restare sempre in bilico sulle scelte controverse. Invece Veltroni ha confermato la natura incurabile della sua sindrome: dire, come egli ha fatto “non posso schierarmi perché nella maggioranza c’è chi è favorevole e chi è contrario al referendum”, è esattamente l’ammissione di questa incapacità ma anche la premonizione di uno stile di governo che è esattamente il contrario di quello che Veltroni promette nelle sue performance teatrali e di cui il paese ha bisogno.

E’ ovvio che i piccoli partiti dell’Unione non avrebbero gradito la firma del candidato leader del Pd su di un referendum che li danneggia. Ma se il Pd ha un senso e il suo segretario un ruolo dovrebbero essere proprio quelli di superare i ricatti e le rendite di posizione e proporre un progetto di rinnovamento al paese. Veltroni con la sua non scelta ha scelto di smentire questa prospettiva.

Questo ci porta dritti alla seconda notizia: Bersani ha scritto una lettera ai i molti sostenitori della sua candidatura alla guida del Pd per dir loro che non se la sente di correre contro Veltroni e che dunque sosterrà la lista del sindaco. Il testo della lettera dice questo ma tra le righe si legge la delusione e l’amarezza del ministro per come stanno procedendo le cose. Bersani avrebbe voluto qualcosa di diverso che la corsa solitaria di Veltroni verso la leadership, avrebbe voluto che le primarie apparissero almeno un cosa seria e non un plebiscito, avrebbe voluto che i segnali innovativi lanciati con la nascita del Pd non fossero inghiottiti dai fantasmi del passato.

Ma è evidente che non aveva altra scelta. Non solo per le pressioni del suo stesso partito, che non avrebbe apprezzato una sfida al candidato espresso dai vertici, ma per la natura stessa dello scontro.
A Torino Veltroni aveva detto che avrebbe salutato con soddisfazione liste alternative alla sua purché avessero espresso una piattaforma diversa. Ma questo è esattamente ciò che Bersani ha ritenuto irrealizzabile. Come si fa infatti a proporre un programma alternativo a Veltroni quando, perlappunto, la sua posizione sul referendum consiste nel sostenerlo senza firmarlo. Forse si dovrebbe firmarlo senza sostenerlo?

La trappola di Veltroni si è chiusa sul primo dei candidati pronti ad insidiarlo: non c’è spazio per piattaforme alternative quando non c’è alcuna piattaforma da sfidare. C’è solo Veltroni, la sua corsa verso la leadership, la sua voglia di governare, il suo sistema di potere. Chiunque voglia impegnarsi per una strada diversa deve sfidare tutto questo, deve dire forte e chiaro: “Veltroni non è l’uomo giusto

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3 COMMENTS

  1. Veltroni: uomo di paglia
    Caro Loquenzi in questa risposta di Veltroni è racchiusa tutta la sua storia. L’indecisione non è una forma del suo carattere, ma è la scelta della sua proposta politica. Da D’Alema, ad esempio, sappiamo cosa aspettarci e sappiamo che a tempo debito è uomo senza scrupoli, pronto a colpire ed approfittare di ogni distrazione o debolezza dell’avversario. Sappiamo che D’Alema per un uomo libero è da combaattere dal primo momento, sappiamo che non gli si può concedere tregua, sappiamo che costituisce un pericolo costante ed è pronto a sostenere ogni cosa ed il suo contrario nel giro anche di uno spazio di attimi. Veltroni invece è uomo che inganna, che dice di essere d’accordo quasi su tutto ma…., è uomo che non decide perchè teme di perdere consensi, è uomo di apparato: è uomo di paglia. E’ uomo di scena, un paravento. E’ questa la ragione che lo induce a proporre notti bianche e distribuire soldi pubblici a guitti, ballerine ed artisti di strada. E’ uomo dai discorsi pomposi quanto fumosi. E’ uno di quelli che si fa apprezzare dal popolo che magari non comprende ciò che dice ma apprezza il suo modo di dirlo. E’ uomo dell’apparire più che dell’essere, come a Torino dove la scenografia è stata di gran lunga più originale del suo pensiero. Cordialità. Vito Schepisi

  2. Veltroni rischia di far rimpiangere Prodi
    Caro Direttore, non mi attardo sui complimenti che pure merita il suo pezzo ricco di riflessioni acute, lucide e inconfutabili. Piuttosto, le sottopongo un interrogativo che – ahimè – comincia a farsi sempre più strada nella mia mente: mica andrà a finire che il centrosinistra riuscirà nella titanica impresa di farci rimpiangere Prodi? E’ un paradosso e una provocazione solo fino ad un certo punto. Magari sarò troppo drastico e fazioso, ma i due aspetti che lei coglie nella sua analisi non si limitano a testimoniare che Veltroni parte col piede sbagliato. In realtà, dimostrano che siamo già in presenza di un doppio fallimento.
    Primo: il fallimento di un leader. Veltroni si conferma un grande bluff mediatico, un contenitore e non un contenuto, una forma e non una sostanza. Il suo comportamento sul referendum è emblematico del suo modo di essere e di agire: individuare obiettivi di astratto buon senso, parlare per frasi fatte e vuota retorica buonista, limitarsi a esprimere petizioni di principio senza indicare ricette concrete, proposte precise, soluzioni praticabili.
    Questa melassa inconcludente è stata finora il segreto del suo successo. Ma adesso le cose cambiano, perchè cambia il ruolo che Veltroni deve svolgere. Provo a riassumere in una battuta la parabola della sinistra italiana. Anno 1998: “D’Alema, dì qualcosa di sinistra”. Anno 2007: “Veltroni, dì qualcosa”.
    Secondo: il fallimento di un progetto. Se non ci fermeremo all’immagine, davvero non vedremo alcuna reale discontinuità rispetto a Prodi e all’attuale centrosinistra. Del resto, basti pensare al tipo di investitura che Veltroni ha ricevuto: una candidatura calata dall’alto, con ratifica “democratica” (sic) a ottobre. Come dire: siamo un Partito democratico, ma non troppo. L’indicazione di Veltroni è maturata nelle stanze e nei corridoi della “nuova” partitocrazia, in forme e modi che hanno uno sgradevole sapore di Prima repubblica. E così a ottobre assisteremo ad un bis non richiesto: primarie bulgare, con candidato sostanzialmente unico, sulla falsariga di quelle con cui a suo tempo fu “incoronato” Prodi. Manca solo lo scalfarotto di turno, tanto per dare una parvenza di competizione al percorso tracciato per giungere al traguardo di un verdetto già scritto. Hanno scelto perfino il vice: Franceschini, che completa il ticket di politici-scrittori. Prendere o lasciare. E’ la (social)democrazia, bellezza. Affettuosi saluti. Enzo Sara

  3. Dal giorno della civetta
    “NEl mondo ci sono:
    uomini,mezzi uomini, ominicchi e quaquaraqua.E lei caro Sindaco è uno di questi…….

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