In Afghanistan ci vorrebbe un altro Giovanni Drogo

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In Afghanistan ci vorrebbe un altro Giovanni Drogo

24 Giugno 2011

Il presidente Barack Hussein Obama è stato di parola. Inizia il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan. Certamente non potranno non essere soddisfatti quegli americani, soprattutto della Destra, e della Destra dei “Tea Party”, dei libertarian, dei “paleoconservatori”, che sostengono una delle numerose posizioni politico-culturali comprese tra l’opposizione di principio a ogni e qualsiasi guerra “imperialista” e le geremiadi contro i costi abnormi dei conflitti armati sostenuti dalle tasche dei contribuenti. Non hanno tutti i torti. Le guerre costano, e le guerre contemporanee di più. Chi si trova tutti i giorni a dover stringere la cinghia a causa degli incomprensibili giochi di una finanza senza più responsabilità, di uno Stato che tutto fagocita, di una burocrazia tendenzialmente cleptomane, ma anche chi il denaro in tasca ce l’ha, e pure magari abbondante, perché se l’è guadagnato con i propri talenti, non capisce mai quale sia l’interesse nazionale sotteso al mandare giovani maschi e femmine a migliaia di miglia da casa per morire dimenticati in una causa che nessuno ricorda. Ma se la cosa fosse sempre e solo così facile, non ci sarebbe che da prenderne atto. Purtroppo o per fortuna non è invece così.

La guerra che gli Stati Uniti stanno combattendo adesso in Afghanistan una causa ce l’ha. Ha cioè un motivo e un obiettivo. Il primo – il motivo – verrà solennemente ricordato fra circa tre mesi, nel decimo anniversario dell’Undici Settembre. Nonostante le sconsiderate mene dei complottisti, quel che è successo quel giorno in cui tutti ricordiamo perfettamente dov’eravamo e cosa stavamo facendo ha sconvolto forse per sempre i nostri scenari. La guerra prima di allora, cioè, era una cosa; dopo, è tutt’altra. Già la guerra contro il comunismo internazionale era decisiva; ma dopo non c’è paragone. Criticare la guerra contro Mosca era doveroso e persino opportuno; idem vale per quella al terrorismo internazionale, ma non c’è confronto. Lecitissimo è stato domandarsi perché mai pagare per quelle politiche che hanno lasciato a metà il lavoro in Corea, hanno sbagliato tutto alla Baia dei Porci, hanno tollerato Berlino e il suo Muro, sono stati a guardare a Budapest nel 1956 e a Praga nel 1968, hanno svenduto l’Africa e mezza Asia, e hanno lasciato la cricca capitanata da Henry Kissinger perdere il Vietnam. Epperò qua è sempre stato sempre meglio che là. E adesso ovunque, sia di qua sia di là, si sta tutti molto meglio senza i comunisti.

Protestare per i costi della guerra al terrorismo è doveroso, anzi sacrosanto. Criticare a voce alta, e persino grossa, gli errori, le incompetenze, i ritardi e le lungaggini è persino encomiabile. Ma la cosa curiosa delle guerre è che per combatterle bisogna essere almeno in due. Se noi ci ritiriamo dal fronte, se decretiamo la fine delle ostilità, se chiediamo scusa al nostro avversario per averlo strapazzato un po’, non è che tutto svanisce come neve al sole. Nella fattispecie della guerra al terrorismo occorre ricordare infatti a tutti che la guerra non l’ha cominciata l’Occidente, che noi siamo sul campo per tenere la posizione, per evitare il ripetersi di fattacci come quelli noti, per arginare l’arginabile e nel frattempo, se riusciamo, per dare un quarto d’ora di tregua alle popolazioni locali taglieggiate dell’ideologismo e dal terrore.

Rammentando pure che i servicemen in battaglia difendono noi e la nostra canna da pesca, i nostri figli e la cuccia di Fido, i nostri crediti, i nostri debiti e la nostra vita sempre comunque migliore di quella di luoghi dove le donne sono poco più (o poco meno) delle bestie, dove se sei ebreo ti bastonano e se sei cristiano sei solo una bestemmia vivente. Ricordarci tutti, insomma, che c’è gente che non sa se le guerre costano troppo o troppo poco, oppure che lo sa benone ma è occupato in altro, soprattutto pensa ad altro, pensa cioè più in alto, e talora rischia o crepa quotidianamente per il bene di noi raffinati intellettuali e commentatori blasé regalandoci il lussuoso tempo per dire la nostra ben protetti dal loro coraggio, dalle loro paure, dalla loro obbedienza. Dopo il motivo succitato della guerra in Afghanistan, questa è la spiegazione di quale ne sia l’obiettivo sopra annunciato in attesa di svolgimento.

In Afghanistan si sono ottenuti successi enormi, che chi non li ricorda è in malafede. Si è paralizzata, da subito, la struttura portante di al-Qai’da, si è stroncata sul nascere ogni e qualunque ipotesi di bissare l’Undici Settembre, si è innescato un virtuoso ritorno di fiamma passionale per quella grande, unica cosa che è l’Occidente, e se tutto sommato non ci possiamo lamentare è merito di chi là da un decennio pattuglia e libera metro dopo metro di terra.

Dove ci sono i soldati americani l’Afghanistan è un mondo migliore. Dove ci sono gli occidentali stanno meglio anche i musulmani. Dove ci sono le truppe italiane c’è sicurezza, vigilanza e sacrificio della vita a beneficio degli altri.

Il presidente Barack Hussein Obama è stato di parola. Inizia il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan. Vista l’aria che tira in Pakistan, visto che Osama bin Laden (1957-2011) ha subito trovato un successore, visto che quelle arabe non sono affatto primavere ma incubi in fasi di elaborazione e lutti annunciati, visto che Washington si sta concentrando su Asia e Medioriente, speriamo sia una mossa saggia.

Siamo oramai abituati a quella cosa ridicola che sono le guerra a scadenza. In Libia abbiamo fissato la “fine” per settembre, in Afghanistan si è deciso che adesso basta. La guerra scatenata contro di noi, però, continua. Sarà meglio che ce lo ricordiamo più spesso, e che magari cominciamo a rinforzare le finestre delle nostre case visto che adesso nell’ultimo avamposto nel deserto dove i tartari stavolta sciamano eccome non c’è più il tenente Giovanni Drogo, ritto, impavido, a farci dormire sonni tranquilli.

In Afghanistan per dieci anni, qualcuno di meno in Iraq, ma esattamente come per più di mezzo secolo di Guerra fredda in diversi quarti del mondo, c’è gente che sa bene tutto ma che non si cura mai dei politici che non ascoltano i militari e fan disastri, dei militari che non ascoltano i politici e fan sciagure, di quelli che fanno il doppiogioco oppure uno gioco solo, il proprio tornaconto, degli ipocriti, delle lingue biforcute, persino dei traditori o delle facce di bronzo. I tipi così sono quelli che imbracciano un fucile anzitutto per noi e che magari alla fine ci finiscono pure sotto, con una intercapedine di terriccio nel mezzo, la canna in giù e il calcio in su, un commilitone inginocchiato a pregare lacrime, uguale a come ai tempi andati si faceva davanti all’elsa della spada che figurava la Croce. I tipi siffatti meritano il nostro silenzio troppo rumoreggiante sulle guerre, sui loro mali e sui loro costi, tutte cose verissime, ma che diamine…

Il presidente Barack Hussein Obama è stato di parola. Inizia il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan. In ginocchio tutti quanti, sfila la parte migliore di noi stessi. Almeno di ciò la Destra americana tutta, compresa quella protestataria e inclusa quella rompiglioni, si ricorda sempre. Grazie.

Marco Respinti è presidente del Columbia Institute, direttore del Centro Studi Russell Kirk e autore di L’ora dei “Tea Party”. Diario di una rivolta americana.