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Il fronte interno della guerra ai Talebani

In Afghanistan è ancora difficile essere donna e giornalista

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In Afghanistan è già difficile nascere donna, figurarsi se si decide di diventare giornalista. Fin da piccola non puoi fare a meno di leggere libri, poi passi ai quotidiani, sperando che un giorno anche il tuo nome compaia sulla carta stampata, ti laurei – superando i pregiudizi –, per poi capire come nella tua provincia non ci siano donne che lavorano nel mondo dell’informazione. Ma vuoi comunque tentare la tua strada. E’ la storia che accomuna molte giovani afghane, tutte giornaliste, scrittrici e blogger, che da qualche tempo firmano i loro pezzi sul giornale online Afghan Women’s Writing Project. Si tratta di storie, poesie, brevi saggi dove le autrici raccontano le proprie esperienze di vita, sul modello delle principali scrittrici americane.

Come la storia di Seeta, nata nella provincia occidentale dell’Afghanistan, che subito dopo il liceo ha accettato il posto da giornalista freelance per un giornale locale. Allora non sapeva bene cosa volesse dire “freelance”, ma l’entusiasmo e il colloquio ben riuscito con quella che lei stessa ha definito “una gentile signora” la convinsero che era la decisione migliore. Ha cominciato a lavorare senza un’attrezzatura adeguata: non aveva un registratore né una macchina fotografica per le interviste. Non le fornivano neppure un computer e così le toccava prendere appunti sul taccuino e poi riscrivere a mano tutti i pezzi. Per fortuna, dopo sei mesi una mail l’avvisò che era arrivato un registratore, e poi persino un computer e una macchina fotografica. Qualche tempo dopo, Seeta ha preso parte al Programma per giornalisti Edward R. Murrow in America, insieme ad altri 170 colleghi di vari Paesi. Era la partecipante più giovane e sopra tutto l’unica persona proveniente dall’Afghanistan. Nonostante siano passati quattro anni, non è facile per Seeta essere giornalista nel proprio ambiente sociale, dove c’è ancora chi critica il suo lavoro e cerca di fermarla in ogni modo. Ma lei ha deciso di resistere ed è riuscita ad ottenere alcuni cambiamenti positivi per le donne della sua provincia: molte ragazze, infatti, ora cercano lavoro in qualche Ong internazionale e non si accontentano di insegnare soltanto nelle scuole femminili.

Seeta non è stata l’unica a superare i pregiudizi del proprio ambiente. La giovane Manhaz, ad esempio, sfidando la propria famiglia, ha rifiutato di indossare il burqa e si è perfino trovata un lavoro. “Burqa è blu come il cielo e bello come un oceano”, le cantava il fratello più grande per convincerla a indossarlo. Ma per Manhaz “l’eleganza dell’arte afghana” non aveva alcuna importanza, piuttosto quel burqa le sembrava una prigione. Più volte si è presentata in strada con la fronte scoperta per non rinunciare alla propria femminilità e ogni volta ha rischiato di essere ripresa e picchiata dai due fratelli per la sua condotta. Per fortuna, Manhaz aveva un grande eroe in famiglia: suo padre. Una sera, mentre i fratelli cercavano di farla ragionare, il padre asserì che la figlia avrebbe potuto realizzare i propri sogni, accettare un lavoro e – ovviamente – non indossare il burqa. Ancora oggi, Manhaz non può fare a meno di ripensare a quella sera, come scrive su Afghan Women’s Writing Project. Ma non tutte le donne afghane sono state fortunate come lei: il livello di istruzione femminile è ancora molto basso e le bambine continuano a non studiare, mentre dilaga il fenomeno delle spose schiave e gli stupri spesso restano impuniti.

Durante la conferenza internazionale di Londra, nel gennaio scorso, il presidente Hamid Karzai, ha spiegato la sua proposta di reintegrare i Talebani nei quadri del nuovo Afghanistan, perché “rinunceranno alla violenza e parteciperanno alla società civile”. Ma secondo Rachel Ried, penna del Wall Street Journal e ricercatrice per Human Rights Watch, bisogna fare molta attenzione al revisionismo pro-Talebani. Come si fanno a dimenticare le bombe che hanno massacrato i civili, gli attacchi di acido che hanno sfigurato le giovani studentesse o le donne che sono state assassinate pubblicamente, soltanto per un banale sospetto? Qualche tempo fa, Fatima K. ha ricevuto una così detta “lettera notturna”, un biglietto intimidatorio lasciato di solito sulla porta di casa delle vittime o all’ingresso di una moschea. I Talebani le intimavano di abbandonare il proprio lavoro, altrimenti sarebbe morta nel modo più atroce possibile per una donna. Fatima, terrorizzata, ha lasciato l’impiego e si è salvata la vita. Diversamente è andata alla ventiduenne Hossai, che lavorava per una compagnia di sviluppo americana e con il suo stipendio riusciva a sostenere la propria famiglia. Hossai ha ricevuto più volte telefonate minatorie da un uomo che si definiva amico dei Talebani di Kandhar e le intimava di lasciare il lavoro. Ma la giovane non ha accettato e il 13 aprile scorso è stata uccisa con un colpo di pistola. Purtroppo le storie di Fatima e Hossai sono soltanto due esempi dei numerosi casi di intimidazione che si stanno verificando in Afghanistan. Spesso le vittime sono troppo spaventate per denunciare alle autorità locali le minacce ricevute, o in altri casi sono convinte che la polizia afghana potrà fare davvero poco per tutelarle.

Ten Dollar Talib (dieci dollari per un Talebano) è il documento che Hamid Karzai sta cercando di usare come alibi per giustificare una eventuale apertura ai ribelli. Si è ormai diffusa, infatti, la convinzione per cui sarebbe possibile “comprare” la maggior parte dei Talebani, perché sprovvisti di una vera e propria ideologia fondamentalista. Ma, come spiega Reid nel suo articolo sul Wall Street Journal, la realtà è ben diversa: le testimonianze raccolte rivelano un peggioramento della condizione femminile nelle zone controllate dai Talebani a partire dal 2005, anno in cui gli insorti hanno ripreso le proprie iniziative. Senza contare che nel marzo del 2009, il Parlamento di Kabul ha approvato una legge, che nelle coppie sciite, consente al marito di costringere la moglie ad avere un rapporto sessuale. Secondo quanto riferì il quotidiano The Guardian, almeno 200 donne alzarono cartelli davanti alla moschea Khatam al Nabi, dell’Imam Mohamed Asif Mohseni, uno dei principali sostenitori della legge, già comparsa sulla gazzetta ufficiale del Paese nel luglio scorso. Ma allora le proteste servirono a ben poco. Mentre oggi il governo di Kabul non può non tenere in considerazione piani che proteggano e promuovano i diritti e la libertà delle donne. Perché le storie di Seeta e Manhaz, e come loro altre giovani, rappresentano un motivo in più per sperare che una società migliore potrà esserci, e per credere che molte fra le donne afghane, a dispetto della tradizione e delle minacce talebane, continuano a guardare con insistenza all’Occidente.

 

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