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In Afghanistan gli italiani combattono. Solo che non si dice

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Il 29 febbraio, nel corso delle loro operazioni, i Ranger del 4° reggimento Alpini paracadutisti e i Paracadutisti del 185° RAO (Reggimento Acquisitori Obiettivi), che compongono la cosiddetta Task Force Surobi, hanno scoperto un notevole quantitativo di munizioni da guerra di vario calibro e tipologia, seppellito in nascondigli scavati sotto terra: 49 razzi da 107mm, numerose bombe da mortaio, 16 razzi anticarro e diverse cassette di proiettili per armi automatiche. Tra il materiale rinvenuto anche alcuni lanciarazzi e lanciagranate. Questo è solo l’ultimo di una serie di ritrovamenti di cache, come si chiamano in gergo militare i depositi clandestini di munizionamento e armi, effettuato dai militari italiani in quest’area dove il mese scorso ha perso la vita in un agguato il primo maresciallo Giovanni Pezzullo.

Il distretto di Surobi è un’area decisamente calda. A una sessantina di chilometri a nord-est da Kabul, è considerato di importanza strategica dai comandi di ISAF, la missione della NATO. Surobi rappresenta, anzitutto, la porta di accesso settentrionale a Kabul ed è da qui che si infiltrano i talebani per andare a compiere attacchi nella capitale (nel 1996 i talebani piombarono su Kabul proprio da Surobi). Il distretto è poi situato su una delle direttrici più importanti di tutto il Paese per il traffico di oppio ed è fondamentale per il controllo degli accessi alla confinante provincia di Kapisa, dove il 90% della popolazione del distretto è di etnia Pashtun e operano gruppi di talebani insieme ai miliziani dell’Hezb e-Islami capeggiati dal signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar. Con la valle di Musahi, bastione di Hekmatyar dove in passato sono stati già uccisi altri militari italiani, la provincia di Kapisa è la più turbolenta dell’area di Kabul.

La Task Force Surobi è un'unità ad hoc per la conduzione di operazioni speciali; l’organico è quello della cosiddetta “compagnia plus” e il comandante è un militare con il grado di maggiore. In genere svolge attività di pattugliamento a lungo raggio, ricognizione in profondità, raccolta informazioni e attività di mentoring e collegamento con le forze di sicurezza afgane. Il comando dell’unità ruota ogni quattro mesi tra il 4° Ranger ed il 185° RAO. Nel suo organico sono inseriti anche nuclei CIMIC (Civil Military Cooperation), di cui il maresciallo Pezzullo faceva parte, utilizzati per “coltivare” la popolazione locale e cercare di guadagnarne il consenso.

I militari della TF Surobi operano da una FOB (Forward Operating Base): un vero e proprio “fortino”. Hanno a disposizione un equipaggiamento sostanzialmente leggero – come del resto la gran parte dei contingenti ISAF, se si escludono canadesi e olandesi che possono contare anche su carri armati e obici da 155 mm (ma operano su un terreno diverso) – costituito da blindo Puma, veicoli VM-90 e mortai da 60 mm.

Secondo fonti dell’Occidentale, in questi mesi si sono registrati moltissimi scontri a fuoco, su base quotidiana o quasi, tra gli uomini dell’unità e gruppi ostili, sia legati ai talebani e ad Hekmatyar sia composti da semplici banditi o trafficanti (da queste parti sempre ben armati). In diverse circostanze i militari sono stati costretti a far ricorso anche al supporto aereo, principalmente a scopo deterrente (ma non si hanno conferme di avvenuti sganci di ordigni), “chiamando” sia velivoli A-10 provenienti dalla base di Bagram sia, addirittura, bombardieri americani provenienti dall’atollo di Diego Garcia nell’Oceano Indiano.

Alpini e Parà della TF Surobi, pur essendo forze per operazioni speciali, operano sempre nel quadro delle regole di ingaggio della missione ISAF, quindi con gli ormai noti caveat che ne vincolano l’impiego limitatamente all’area in questione e ne impediscono di fatto la possibilità di condurre operazioni di “search and destroy”, ovvero l’impiego attivo teso alla ricerca e alla distruzione di eventuali nuclei di combattenti nemici prima che siano effettivamente loro ad attaccare. Un bel problema: si tratta infatti di regole che, limitando l’uso della forza alla sola autodifesa, sono complessivamente inadeguate in un contesto come quello afgano.

Va considerato che i reparti della TF Surobi sono per loro natura portati alla conduzione di operazioni offensive o, se si preferisce, di operazioni volte alla ricerca e all’ingaggio del nemico. Pertanto, circoscrivendo il loro raggio di azione, vengono automaticamente meno i vantaggi che pedine del genere possono offrire dal punto di vista operativo (per non parlare del senso di frustrazione che si ingenera in soldati di tale valore). Tanto vale, allora, impiegare al loro posto unità “convenzionali”.

Queste restrizioni all’uso della forza, ben note ai talebani, impediscono di contrastare con efficacia la guerriglia a cui, oltretutto, si concedono una serie di vantaggi tattici che man mano potrebbero essere messi a frutto sul piano strategico. Il ritorno in grande stile dei talebani degli ultimi tre anni si spiega anche così e non solo con l’interessato supporto che ai seguaci del Mullah Omar giunge con regolarità dall’ISI, il servizio segreto pakistano, e dall’Iran.

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