In Afghanistan tra le proteste contro i roghi del Corano torna il terrorismo
27 Febbraio 2012
E’ di 10 morti e 12 feriti il bilancio dell’attentato all’ingresso dell’aeroporto di Jalalabad, capoluogo della provincia orientale afghana di Nangahar. L’attentato è stato immediatamente rivendicato dal portavoce dei talebani – Zabihullah Mujahid – in risposta ai roghi delle copie del corano avvenuti nella base americana di Bagram lunedì scorso. In base al racconto di un testimone, scopo del kamikaze era di entrare nell’aeroporto. Intercettato e fermato da alcuni soldati, si è fatto esplodere fuori, attenuando in questo modo gli effetti mortiferi dell’autobomba.
Una pratica quella degli attentati terroristici, molto comune nella strategia di guerilla del talebanismo armato, e che fa sorgere più di un sospetto sulla spontaneità delle proteste in corso, le quali sembrano essere a questo punto, politicamante motivate. A nulla sono valse le parole di ieri di Karzai. Il Presidente afghano aveva invitato tutti alla calma “per non consentire ai nemici della pace e della stabilità di sfruttare la situazione e danneggiare le proprietà pubbliche e private”. Anche il Segretario di Stato americano Hillary Clinton aveva auspicato la cessazione delle violenze, avallando in toto la richiesta di scuse del Presidente Obama per quanto successo a Bagram. Nonostante i tentativi di calmare la situazione, la tensione nel paese non accenna a diminuire.
L’autobomba di Jalalabad, infatti, è il drammatico risultato di una settimana ad altissima tensione. Le proteste dei giorni scorsi – che hanno fatto decine di morti e centinaia di feriti – si sono verificate nelle provincie di Samangan, Herat e Kunduz, dove un’ala di un ufficio delle Nazioni Unite è stata data alle fiamme. A Kabul, invece, due consiglieri militari americani sono stati uccisi. L’attacco, anche in questo caso, è stato rivendicato dai talebani, i quali già da qualche giorno avevano esortato gli afghani “a colpire le basi militari delle forze d’invasione e i loro convogli, incoraggiando a “colpire e uccidere” gli stranieri.
Si tratta di episodi assai preoccupanti, sia per le forze americane presenti in teatro sia per il già proibitivo processo di stabilizzazione del paese. Le proteste fanno emergere un quadro politico preoccupante in Afghanistan, soprattutto nell’ottica di un progressivo ritiro delle forze Nato dell’operazione ISAF per il 2013, sulle cui condizioni, com’è noto, è attualmente in corso un tavolo negoziale a tre tra il governo di Kabul del president Amid Karzai, il comando delle truppe Isaf guidate dal generale John R. Allen e la leadership dei talebani guidati dal mullah Omar.
