“In Aula una riforma della giustizia condivisa ma il clima da guerra non è finito”
24 Novembre 2011
Guarda al quadro politico e a ciò che il governo Monti è chiamato a fare con una dose massiccia di realismo. Francesco Nitto Palma, senatore del Pdl e fino a un mese fa Guardasigilli, auspica che questa fase possa favorire una convergenza tra schieramenti su alcune riforme strutturali, ma al tempo stesso non si fa troppe illusioni.
Senatore Palma il suo è scetticismo o consapevolezza?
Dopo il voto di fiducia al nuovo governo, al Senato non c’è stata ancora né una seduta d’Aula né una commissione. A parole mi sembra che tutti appoggino l’esecutivo Monti, come è giusto che sia in questa fase per l’interesse del Paese, anche se mi pare che all’interno del Pd si stiano già registrando alcune importanti fratture: vedi la polemica sul ruolo del responsabile economico, Fassina.
Secondo lei che segnale è?
E’ un segnale evidente di diversità di vedute su piano economico all’interno del Pd, è un segnale di insofferenza. Mi auguro che per il bene del Paese e del governo Monti possa essere risolto; in caso contrario avrà conseguenze.
Ma questa fase può dare spazio alla politica o no?
Le cose da fare per cercare di risolvere la crisi erano chiare anche col precedente governo: penso alla pensioni di anzianità, a un intervento equo sul mercato del lavoro, a tutto ciò che si diceva all’epoca e non si poteva realizzare per difficoltà squisitamente politiche. Il governo Monti mi pare intenda affrontare molti di questi punti, bisogna vedere in parlamento quali partiti lo seguiranno. Il centrodestra non voterà mai la patrimoniale, non so che farà il Pd a seconda del tipo di intervento sul mercato del lavoro; insomma, dipende da come saranno confezionati i provvedimenti. Da parte delle forze politiche c’è grande senso di responsabilità sul sostegno all’esecutivo, sperando che porti a risultati positivi che finora mi sembra non siano emersi.
La disponibilità dei partiti a convergenze sulle riforme è dichiarata. Ci sono le condizioni perché si concretizzi in provvedimenti condivisi?
Il compito principale di questo governo è adottare provvedimenti di natura economica per consentire al paese di reagire alla crisi. Penso che talune riforme possano essere fatte in maniera condivisa, ad esempio la riduzione del numero dei parlamentari.
Include tra le opzioni anche la riforma della giustizia?
Tra centrodestra e centrosinistra talune differenze di progetto sono abbastanza rilevanti e credo che la stagione delle tensioni, dell’antagonismo, sia troppo vicina per consentire un ragionamento più sereno. Penso alla stessa legge elettorale che – è inutile girarci troppo intorno – è uno strumento che a seconda del modello che verrà individuato può prefigurare risultati elettorali più o meno vantaggiosi per i partiti, basta pensare al doppio turno, al premio di maggioranza, alle preferenze. E credo che su questi temi da parte dell’attuale governo vi è una difficoltà ad interloquire.
Senatore, lei è proprio pessimista.
Ho sessantuno anni e vengo da una stagione di lavoro molto lunga nella quale ho osservato i fatti senza particolari emozioni e verificato la sostenibilità di talune ipotesi.
Lei dice che il clima non è sereno, ma allora cosa serve per arrivare a una sorta di ‘pacificazione’ politica?
C’è la necessità da parte di tutti di essere molto attenti alle parole che si dicono, di prendere atto di una situazione in evoluzione e del fatto che a volte il silenzio giova più delle parole. Ma soprattutto, operare per uscire dal tunnel della crisi. Non mi pare – e lo dico senza polemica – che in queste due settimane le Borse o gli spread siano migliorati; il che la dice lunga su quanto si affermava in passato a proposito di quella che veniva individuata come causa del problema. Dico che bisogna essere molto prudenti in questi momenti, attendere i primi provvedimenti del governo sperando che siano rapidi oltreché equi, vedere il tipo di impatto sulla realtà del paese e poi ragionare.
Insisto: se in parlamento si verificherà la disponibilità annunciata ad un confronto costruttivo tra forze politiche, si arriverà alla riforma della giustizia in questa legislatura? Casini, ad esempio, ha fatto un’apertura.
Penso che un percorso comune si possa affrontare sicuramente con il Terzo Polo e forse anche con una parte del Pd, tenendo presente che su questo tema non si celebra più uno scontro di tipo politico, anche se talune manifestazioni di quel mondo mi sembra non tengano conto della realtà così come è oggi, e appaiono più ancorate alla realtà di ieri.
Su cosa ci possono essere convergenze? Sul ddl costituzionale presentato dall’allora ministro Alfano?
In quel ddl vi possono essere elementi di condivisione unanimi, come ad esempio sulla separazione delle carriere che ormai è un fatto metabolizzato da gran parte della classe politica e dell’opinione pubblica. Penso alla rivisitazione della responsabilità dei magistrati, penso a una individuazione più specifica dei compiti del Csm per un verso e per l’altro del ministro della Giustizia. Ci sono punti sui quali si può trovare una condivisione allargata come sulla questione del sovraffollamento nelle carceri, delle condizioni generali della polizia penitenziaria. Tuttavia, personalmente ritengo che siamo ancora troppo vicini al tempo della guerra.
È finita o no questa guerra?
Le rispondo con un esempio di tipo personale. Quando tre mesi fa sono stato nominato ministro, qualcuno ha dovuto interessarsi della mia vita personale, peraltro insultando persone a me vicine. Ho trovato tutto ciò molto scorretto sul piano istituzionale e dei rapporti. Quando sono uscito dal ministero, ho registrato con un certo piacere che per certi giornali non ho lasciato traccia di me a via Arenula. La cosa mi riempie di gioia perché vuol dire che durante la mia gestione non c’è stata una sola polemica con il mondo della giustizia e mi chiedo se almeno questo non mi debba essere riconosciuto. Forse, qualcuno dimentica che in tre mesi ho portato a casa la legge delega sulle circoscrizioni giudiziarie, attesa da decenni e considerata da Confindustria una riforma strutturale. Forse qualcuno dimentica che si stava lavorando alla questione delle carceri e alla depenalizzazione. Nonostante tutto ciò, nel non voler riconoscere le cose realizzate, individuo il fatto che si continui con la guerra. Ho portato questo esempio per dire che il clima non è sereno.
Lei è un esperto di giustizia e non solo perché è stato ministro. Presenterà provvedimenti al Senato? E quali?
La prossima settimana presenterò tutto ciò che è stato frutto del mio lavoro e del lavoro di Alfano al ministero e che per un verso o per l’altro non è stato possibile concretizzare. Presenterò appositi provvedimenti.
Nell’elenco delle questioni sulle quali ritiene possibile una convergenza tra forze politiche non ha incluso il dossier intercettazioni. Una omissione casuale o voluta?
No, non l’ho omesso. Guardi, il capitolo intercettazioni è abbastanza semplice da affrontare senza sminuire l’importanza dello strumento sul piano investigativo. Il modello attuale dovrebbe essere riformato esattamente così come ha indicato il presidente Napolitano in occasione dell’incontro con gli uditori giudiziari: uso eccessivo delle intercettazioni, criteri stringenti sui requisiti necessari e soprattutto impedire che possano uscire ed essere pubblicate intercettazioni che non hanno alcuna rilevanza sul piano penale e che toccano la sfera della vita privata delle persone. Non credo che ci voglia molto tempo se davvero si vuole fare. Ma se si approccia la questione con riserve mentali, anche questa diventerà terreno di scontro politico e non verrà mai risolta.
Napolitano ieri ha detto che serve un codice deontologico per i magistrati. Siamo ancora agli auspici e agli annunci?
Devo ringraziare il presidente della Repubblica perché ha avuto la bontà in occasione della cerimonia di insediamento della scuola della magistratura, di riconoscermi il lavoro svolto sul punto specifico. Per il resto, condivido esattamente ciò che dice. D’altra parte, quando andai al Csm dissi due cose: la prima era che la riforma Mastella aveva tolto talune ipotesi disciplinari e una norma di chiusura, sì da considerare irrilevanti sul piano disciplinare comportamenti oggettivamente rilevanti secondo il sentire comune. La seconda: sempre nel settore specifico, occorre delimitare bene ruoli e competenze.
Numerosi esponenti di Pdl e Pd ritengono che il bipolarismo sia in pericolo. Qual è la sua opinione?
Non possiamo nascondere il fatto che qui è caduto un governo senza essere sfiduciato, sulla scorta della pressione della piazza, di certi giornali, dei mercati ed ora che lo spread è alle stelle nessuno dice nulla. Il bipolarismo dipenderà da che tipo di legge elettorale si vuole fare. Nel bene o nel male, in questo paese i sistemi elettorali che si sono succeduti dal ’94 in poi, hanno consentito l’alternanza; quindi non hanno mai radicato il potere in capo a uno schieramento per un lungo periodo. Probabilmente, si è trattato di un bipolarismo molto acceso – è una mia valutazione – in ragione del fatto che uno schieramento non riusciva a battere l’altro e mi riferisco a Berlusconi sul piano elettorale, e conseguentemente inaspriva i toni dell’antiberlusconismo per coprire vuoti politici. Il bipolarismo è una cosa positiva nei paesi occidentali e funziona bene; probabilmente deve essere sostenuto da una legge elettorale che garantisca maggioranze chiare, salvo poi laddove non possono essere raggiunte, tentare esperimenti di grandi coalizioni come accaduto in Germania. E’ un bene per i cittadini che gli schieramenti indichino prima del voto alleanze, programmi e candidato premier.
Come si difende?
Ritoccando la legge elettorale in termini funzionali alla persistenza dell’impianto bipolare, ovvero anche immaginando un’altra legge elettorale che garantisca il bipolarismo.
Faccia un esempio.
Con l’attuale legge elettorale abbiamo sicuramente una maggioranza alla Camera che può essere analoga a quella al Senato oppure no. Ed è evidente che in una simile situazione partiti che vengono in parlamento e non fanno parte dei due schieramenti maggioritari, possono giocare una partita per conferire una maggioranza al Senato a favore di chi non ce l’ha. Penso dunque che si debba apportare qualche ritocco alla norma attuale.
Sì ma come fate a convincere Casini?
Abbiamo fatto un passo indietro e consegnato il paese a un governo tecnico per il bene dell’Italia. Credo che quando ci si approccia alla legge elettorale, probabilmente gli interessi di parte potrebbero retrocedere.
