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In Cina si muore di inquinamento

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Attualmente sono cinesi otto tra le dieci città del mondo con l’atmosfera più inquinata. Nel 2004-2005 Pechino ha avuto una concentrazioni di polveri sottili per metro cubo di aria 10 volte superiore a quella di New York o di Londra. Sono solo alcuni dei dati che emergono da uno studio condotto dalla Banca Mondiale sull’inquinamento in Cina. All’indagine ha collaborato anche il governo cinese ma, secondo un articolo del Financial Times del 3 luglio, al momento di presentare la ricerca “Pechino ha fatto in modo di cancellare circa un terzo del rapporto perché i risultati sulle morti premature avrebbero potuto provocare agitazioni sociali”. Infatti il dato veramente drammatico che il governo ha voluto nascondere è che ogni anno in Cina 750.000 persone muoiono prematuramente a causa dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua.

Il comunismo cinese si è aperto da anni al libero mercato, ma continua a seguire rigorosamente molti principi e il modus operandi di un regime autoritario. Se infatti una multinazionale può impiantare una fabbrica di scarpe grazie un regime normativo e fiscale iper-liberista, i lavoratori della stessa fabbrica non possono scioperare per le durissime condizioni di lavoro, la comunità locale non può protestare per gli scarichi tossici nella falda acquifera, non vi sono leggi né tribunali per difendere i diritti dei cittadini, non sono ammessi media indipendenti e tanto meno una opposizione che possa denunciare gli abusi del governo. L’effetto di tale sistema politico è che in questo immenso e paradossale esempio di “capitalismo autoritario” in salsa comunista 750.000 persone l’anno muoiono senza quasi suscitare reazioni sociali e politiche. Quasi, perché la situazione nelle regioni orientali maggiormente industrializzate sta diventando talmente grave che secondo lo stesso Financial Times “un numero crescente di proteste locali in Cina negli ultimi anni è stata provocata dal degrado ambientale, di solito contro fabbriche che hanno inquinato i terreni agricoli circostanti o le falde acquifere”.

È opportuno chiedersi se la comunità internazionale ed in particolare l’Occidente può fare qualcosa per arginare tale disastro ambientale, che sta diventando anche in un certo senso un disastro umanitario considerato che i morti si contano a centinaia di migliaia e gli ammalati a milioni. Organismi come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e la Banca Mondiale stanno facendo pressione affinché, anche in collaborazione con il governo cinese, si indaghi scientificamente sulle proporzioni e gli effetti del fenomeno, ed il rapporto citato ne è un primo esempio. Ma una volta documentato che solo l’1% della popolazione urbana cinese vive in località dove l’inquinamento dell’aria è al limite dei parametri dell’OMS, la soluzione del problema diventa una questione politica.

Il caso ha voluto che nelle stesse settimane della conclusione del rapporto cinese i capi di governo del G8 discutessero i targets mondiali di riduzione delle emissioni di gas serra. La pressione europea si è concentrata sugli Stati Uniti affinché sottoscrivessero l’obiettivo vincolante di ridurle del 50% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2050. Alla fine del vertice Bush ha accettato solo di “prendere in seria considerazione” questo parametro, ottenendo in cambio l’impegno che nei negoziati globali sull’assetto post-protocollo di Kyoto fossero coinvolte anche le maggiori economie emergenti a partire da quella cinese. Gli americani infatti insistono sul fatto che la Cina nel 2007 sorpasserà gli Stati Uniti come maggiore produttore mondiale di gas serra, e che mentre le emissioni dei paesi industrializzati sono in via di stabilizzazione quelle dei grandi paesi in via di sviluppo – Cina, India, Brasile, Messico – si prevedono in fortissima crescita nei prossimi anni.

In un’ottica idealista, una politica di “engagement” della Cina su tale questione sarebbe un utile strumento di pressione affinché il governo di Pechino emani leggi che limitino l’impatto ambientale delle produzioni industriali, investa risorse nella tutela ambientale, e ascolti le proteste che sempre più di frequente scuotono il suo tessuto sociale. In un’ottica realista, tale politica sarebbe ugualmente utile perché porterebbe nell’economia cinese quei costi sociali e ambientali che le imprese sostengono in Europa, attenuando così la fortissima concorrenza sleale che i prodotti cinesi fanno a quelli “Made in EU”. Negli ultimi anni l’Europa ha efficacemente assunto una posizione di leadership mondiale sul tema del riscaldamento climatico, sostenendo in maniera unitaria la posizione più avanzata nei fori internazionali e cercando di implementare al suo interno dei sistemi di controllo delle emissioni più o meno efficaci. Sembra dunque avere oggi la credibilità e la forza necessarie per spingere le altre grandi potenze verso impegni vincolanti sul clima, e se sarà capace di sfuggire alla trappola dell’anti-americanismo e di negoziare serratamene con Pechino ci guadagneranno sia i cittadini europei che quelli cinesi.

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1 COMMENT

  1. inquinamenti in Cina
    ciò che accade in Cina ora sconvolgente ma ancora peggio è che i media (stampa e tv), a parte quelli del settore, pronti a denuciare un abbandono di cane, per altro riprovevole, non evidenziano, oltre al danno incalcolabile all’ambiente che coinvolge tutti, questo grave assassinio di massa, evento che nel corso degli anni si è sempre più ingigantito.
    ci sarebbe molto da dire a riguardo, mi auguro che continuate su questa linea di sensibilizzazione del problema anche perchè l’inquinamento, per fortuna o sfortuna, non ha confini geografici o politici.

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