In economia è meglio lo shopping arabo che quello cinese
30 Novembre 2007
C’è chi crede convintamente – e chi scrive è uno di loro – all’idea di un ponte Atlantico, e, più in dettaglio, all’opportunità di un’area economica comune cha faccia da piattaforma per un’ulteriore integrazione tra Stati Uniti ed Europa.
E c’è anche chi crede che un ruolo di particolare rilievo spetti alle banche delle due sponde dell’Atlantico, chiamate ad unirsi e a dare il là alle fasi successive dell’integrazione. Per tutti quelli che la pensano così, le notizie di questi giorni sullo shopping finanziario dei ricchissimi emiri sono eventi significativi, da leggere con interesse.
Da un lato, l’ingresso degli emiri di Abu Dhabi nell’azionariato della prima banca americana e, quasi contemporaneamente, in quello della Sony, segna una netta cesura rispetto agli scenari politico-finanziari di appena un anno fa. Quando, per intenderci, il mondo americano – e buona parte di quello europeo, sia pure nel ruolo di semplice spettatore – impedì l’acquisizione di alcune società portuali americane da parte di investitori arabi. Cosa è cambiato? Tanto per cominciare, la salute degli americani.
Oggi, di fronte ad una carenza di liquidità innescata dalla crisi dei mutui immobiliari e propagatasi a macchia d’olio nella finanza strutturata, tra le vittime più illustri si contano proprio le banche americane. Tra le più spregiudicate a lanciarsi nel mercato dei mutui immobiliari, e a sottoscrivere titoli “sintetici” riconducibili a questo stesso mercato, hanno subìto duri colpi. Le prime a volare sono state, non a caso, le teste dei CEO di Merrill Lynch e Citigroup, due nomi leggendari in quel mondo.
Dall’altro lato, non si deve nemmeno dimenticare che qualche bella batosta la si conta anche da questa parte dell’Atlantico, dove tedeschi, inglesi, francesi e pure italiani si trovano alle prese con un duplice problema: quello, specifico, della diffusione di titoli strutturati, e quello, generale, dell’eccessiva facilità delle banche nel trattare titoli intrinsecamente rischiosi.
Ad ogni buon conto, l’intervento degli emiri segnala abbastanza chiaramente che in questo momento i soggetti particolarmente liquidi sono ristretti ai petrolieri arabi e agli altri. Quali “altri”? I Cinesi, che hanno incamerato enormi quantitativi di denaro, cavalcando il corso artificialmente basso della propria valuta, e che oggi si guardano intorno in cerca di prede.
Così stando le cose, sull’agenda dell’Atlantista viene da appuntare due considerazioni:
1. Sulle due sponde dell’Atlantico nell’immediato c’è troppa poca liquidità perché possano prendere corpo integrazioni tra banche europee e americane, ma non per questo il progetto perde di significato;
2. In attesa che americani ed europei ricarichino i propri serbatoi e abbia inizio la creazione dell'”Euroamerica” finanziaria, i partner arabi liquidi non sono considerati strutturalmente ostili, e le difficoltà contingenti sono considerate, sebbene a fatica, superabili. Altrettanto non si può dire della Cina, che per inciso è proprio uno dei fattori che rende necessaria l’Atlantizzazione stessa.
