In Egitto i copti continuano a morire. La primavera araba è un vago ricordo
10 Ottobre 2011
di Andrea Doria
Una nuova ondata di scontri sta attraversando l’Egitto retto dalla giunta militare del maresciallo Hussein Tantawi. Trentasei i morti copti, più di duecento i feriti. Tutto è iniziato ieri con una manifestazione copte nel quartiere di Shubra, la nord de Il Cairo, prima che le proteste si muovessero davanti a palazzo Maspero, sede della rete televisiva di Stato, dove un altro gruppo di cristiani copti si erano raccolti in segno di protesta per richiedere le dimissioni del governatore della provincia di Aswan, Mostafa al-Sayed, il quale ha autorizzato, sul finire di Settembre, la distruzione di una chiesa nella sua provincia, nel sud dell’Egitto.
Nuovi scontri tra musulmani e copti si sono poi verificati nei pressi dell’ospedale in cui sono stati ricoverati i feriti. La protesta dei copti al Cairo era stata annunciata nei giorni scorsi e avrebbe dovuto radunare decine di migliaia di fedeli in piazza Tahrir per una manifestazioni contro il capo del Consiglio Supremo della Difesa, maresciallo Hussein Tantawi, accusato di non essersi impegnato per far rispettare i diritti dei cristiani egiziani da parte della maggioranza musulmana (i copti in Egitto sono circa il 10 per cento della popolazione, di 80 milioni di abitanti).
I cristiani copti sono convinti dell’esistenza di un accordo tra i militari che detengono il potere in Egitto dalle dimissioni dell’ex presidente Mubarak, cioè dall’11 febbraio scorso, e il gruppo di potere dei Fratelli Musulmani, l’unica forza organizzata che sarebbe in grado di partecipare alle elezioni legislative fissate per il 28 novembre prossimo.
Sulla scia delle notizie che provenivano dall’Egitto, il ministro degli esteri italiano, Franco Frattini, ha chiesto che l’Unione Europea condanni la morte dei cristiani egiziani e ha invitato le autorità religiose del Cairo a impegnarsi per garantire la libertà di culto in Egitto.
Lo stato della situazione politica egiziana capovolge la pretesa che le rivolte arabe – e in particolare quelle egiziane – fossero il preludio di una stagione araba alle primavere europee ottocentesche e novecentesche. La transizione egiziana, soprattutto negli ultimi mesi, sta infrangendo questo mito e ciò avviene, malgrado tutto, di fronte alla dura realtà dei fatti: la calda primavera pro-democratica egiziana si sta trasformando in un freddo autunno della restaurazione.
I segnali sono innumerevoli, e sfatano molti dei miti iniziali che avevano laccato le rivolte anti-Mubarak. Il primo mito è la natura non anti-israeliana della rivolta egiziana. Lo scorso 10 Settembre, infatti, l’ambasciata israeliana a Il Cairo, è stata attaccata e saccheggiata da una folla inferocita di manifestanti, senza che le forze di sicurezza egiziane abbiano mosso un dito per scoraggiare l’attacco.
Secondo mito della rivolta egiziana: le dimissioni di Mubarak avrebbero aperto un varco all’emancipazione femminile. Questo giornale ha dato conto delle felici eccezioni nel panorama politico odierno (Bothaina Kamel e la sua candidatura alle prossime presidenziali, semmai ci saranno), ma nel profondo della società egiziana continuano a manifestarsi delle pulsioni anti-femminili più che preoccupanti. Come scordare i test di verginità a cui hanno dovuto sottostare le ragazze egiziane che furono arrestate a piazza Tahrir nel Marzo scorso.
Un altro sintomo del ‘freddo autunno’ della restaurazione autoritaria egiziana è l’emigrazione in massa dei cristiani coopti. Secondo un rapporto pubblicato dall’Egyptian Federation of Human Rights a firma Naguib Gabriel, circa 93.000 cristiani copti potrebbero aver lasciato il paese, e la cifra potrebbe raggiungere le 250.000 unità entro la fine dell’anno. Destinazione: Stati Uniti, Europa e Australia.
La strategia dello scontro interreligioso (e a questo punto tra militari e minoranze religiose) finirà per avvantaggiare la possibilità che la giunta militare mantenga il potere, dando a Tantawi e al Supremo Consiglio Militare la scusa per rallentare il processo elettorale e con esso il passaggio del potere in mani civili. Non resta che prenderne atto. Dura veritas, sed veritas.
