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Collassi economici

In Europa non esistono valide alternative alla moneta unica

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Provate per un momento a tornare indietro con la mente, a prima dell'Unione monetaria. Se riusciste a ricordarvi il periodo in cui  questa era ancora in fase di dibattito, e non ancora una realtà, forse vi ricorderete anche che c'erano due diverse scuole di pensiero a contendersi l'attendibilità.

Quelli contro, dicevano che una grande Unione monetaria fatta di economie disuguali era destinata al collasso dalla sua stessa rigidità. Le economie più deboli avrebbero rinunciato a utilizzare lo strumento della svalutazione competitiva  come un modo per calibrabre la loro bassa produttività interna alla necessità di mantenere prezzi competitivi per le esportazioni. Le economie più forti, invece, avrebbero forzato quelle più deboli a diminuire i costi interni tagliando i salari o i posti di lavoro oppure facendo tutte e due le cose. Derek Mitchell, meravigliosamente persuasivo nel suo discorso allo UK Treasury, fu alquanto veemente nell'affrontare la crisi economica anticipata del 1973. Senza l'opzione della flessibilità dei tassi di scambio, una volta comparsi gli squilibri di mercato, l'equilibrio poteva essere restaurato solamente attraverso "l'inflazione nei paesi ad alte performance economiche e la disoccupazione e la stagnazione nei paesi a basse performance a meno che non ci fosse stata una disposizione dall'alto che provvedesse all'aggiustamento degli squilibri per mezzo di rapidi e massici trasferimenti di risorse". Argomento, questo, che ebbe fortuna in Gran Bretagna, ma non nel resto del continente.

Quelli a favore dell'Unione monetaria, dal canto loro, erano entusiasti dei risparmi che si sarebbero ricavati dall'eliminazione degli attriti che ostacolavano il commercio tra le tante valute nazionali. Cosa ancora più importante, poi, per mezzo della valuta comune si sarebbero potuti imporre comodi paragoni nello shopping tra le varie frontiere. Di questi risparmi avrebbero beneficiato sia le imprese sia i consumatori. Il Cecchini Report (ufficialmente denominato "Il Costo della Non-Europa", pubblicato da Paolo Cecchini nel 1988) teneva d'occhio i beni e i servizi in tutto il territorio della proposta Unione (più la Spagna e il Portogallo), notando puntualmente variazioni di prezzo piuttosto consistenti per gli stessi prodotti e argomentando una convergenza graduale degli stessi prezzi verso il basso, o addirittura verso il più basso prezzo di pareggio possibile. Il report  prevedeva perfino una più ampia variazione finale, a unione compiuta, nella determinazione dei prezzi di beni e servizi più competitivi. D'accordo, non sarebbe stato così facile portare l'acquisto d'una polizza assicurativa al prezzo di pareggio più basso possibile, come fosse un pacchetto di chewing gum, comunque la tendenza all'abbassamento dei prezzi era chiaramente indicata dalla teoria economica e i risparmi previsti molto consistenti. Il rinascimento economico, allora, non era soltanto un'eccentrica speranza.

Tutti e due gli argomenti erano intelligenti e ben fondati su una  valida teoria economica. Entrambi, però, si dimostrarono falsi. Negli anni immediatamente successivi alla fondazione dell'Unione monetaria, i paesi caratterizzati da una bassa produttività del lavoro – Spagna, Portogallo, Italia, Grecia – sono andati incontro ad una disoccupazione notevolmente più bassa e ad un'inflazione molto più alta rispetto ai paesi a maggiore produttività. Proprio il contrario di quello che era stato profetizzato. Allo stesso tempo la profezia Cecchini tendeva ad essere largamente frustrata per quanto riguardava ampie categorie di prodotti e servizi perché i prezzi convergevano verso l'alto, non verso il basso. In generale si è verificata una perdita di benessere dei consumatori, anche quando esisteva un incremento non proprio compensativo dell'occupazione e dei redditi familiari. Le persone lavoravano più sodo, guadagnavano di più ma alla fine dei conti stavano peggio – et Voilà! Ecco a voi la nuova Europa.

Capire perché un simile paradossale risultato sia scaturito, ancora oggi, mi riesce un po' difficile ma è proprio quello che è successo. Credo che alcuni importanti elementi di sorpresa consistessero in una mobilità del lavoro molto maggiore all'interno dell'UE, specialmente per quel che riguarda il settore dei servizi, cosa che coincideva con un rapido trasferimento della manodopera verso economie a basso costo poste al di fuori dell'UE. Le significative e alquanto incentivanti sovvenzioni corrisposte agli Stati più deboli in fase di accesso nell'Unione, hanno facilitato questo fenomeno. Insieme a questi due elementi c'è stato anche un marcato aumento al livello dei servizi bancari. Il gigantismo ha conosciuto la sua decade d'oro, più che altro in Italia, ma certamente non solo in Italia. Come risultato, questo ha portato ad una situazione in cui  le funzioni bancarie sono esagerate, e c'è un esubero del credito, il quale adesso si regge su una base di capitale che va restringendosi.

I protagonisti del banking europeo – da Unicredito alla Royal Bank of Scotland e dalla KBC alla Commerzbank – hanno speso la parte migliore delle due decadi a giocare al "mercato converegente". Il che è iniziato un po' come un gioco tra forex trader, i quali decidevano la normalizzazione dei tassi di interesse tra la Lira e l'Ecu e, più tardi, tra la Drachma e l'Euro, e poi ancora, ogni volta che una valuta meno forte si affacciava e quindi accedeva alla sempre crescente zona dell'Euro. I banchieri intanto seguivano i trader, come fanno spesso, mentre prestavanoo soldi alle economie consumatori-dipendenti dell'Europa di serie B, per la delizia dei clienti di banche, golosi e un po' naive, in mercati che fino ad allora erano poco coperti, ma che divennero presto super affollati. Questa strana sbronza sta arrivando al suo culmine proprio ora, e sembra che si destinata a darci la nausea per un altro po' di tempo.

Ora come ora nessuno sembra ricordarsi del Cecchini Report e della sua felice visione di un'Europa rinnovata, sono in molti, però, a ripescare l'argomento della rigidità. Si sentono sempre più congetture e si legge sempre più d'una eventuale dissoluzione dell'Euro.  La rapida perdita di posti di lavoro nell'Europa meridionale sembra tagliata apposta per validare queste previsioni. Il patimento popolare è molto diffuso e si sta espandendo, e la classe politica un po' ovunque ha incassato un colpo molto duro dagli elettori, ormai ansiosi e scontenti. Gli editorialisti hanno preso nota. Io, al contrario, credo che la dipartita dell'Euro non sarà il risultato finale, se non altro perché il ritorno alla valuta nazionale non risolverebbe nessuno dei presenti problemi.

Immaginatevi più Stati impegnati in svalutazioni competitive in un momento in cui il commercio globale sta fallendo, il consumo globale va sempre più giù, e la produzione globale, la stagnazione e la contrazione finanziaria stanno mettendo radici. Re-introdurre una valuta nazionale per poi deprezzarla, non solo quasi certamente non produrrebbe posti di lavoro e competitività, ma sembrerebbe proprio un invito pressochè certo al collasso economico.

L'Europa, per il suo bene, e certo non per suo danno, ora come ora è legata all'Euro e al suo guardiano, la Banca Centrale Europea. È certamente vero, infatti, che una valuta unica per economie nazionali non perfettamente armonizzate tra loro, distribuirebbe i costi d'una eventuale ripresa in maniera non uniforme. Ora, sembra davvero probabile che le economie meno produttive saranno chiamate a sopportare i più alti tassi di disoccupazione, proprio come in precedenza hanno goduto del più alto grado di espansione finanziaria e di esuberanza dei consumatori. Stabilire il valore d'una valuta, dopo tutto, è un più di ogni altra cosa un modo per creare fiducia, un atto che va intrapreso con forza, non con debolezza. Proprio come un mio amico italiano, professore di Scienze Politiche mi ha confidato l'altro giorno, "caro mio, l'Unione resterà perché deve restare. Capisci? Proprio non c'è altro posto in cui andare a sbattere la testa".

Traduzione di Andrea Holzer

 

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