In Europa Tremonti chiede di rivedere i trattati, a Roma studia da premier
19 Aprile 2011
Giulio Tremonti gioca la sua partita dietro le quinte. Da sempre. Più in Italia che in Europa. Defilato rispetto al Pdl e alle beghe tra correnti, ‘ecumenico’ sulle questioni sociali e dunque dialogante con tutti, intransigente nell’allentare i cordoni della borsa, interessato in prospettiva a lavorare per il dopo-Cav. Tradizionalmente schivo con la stampa al punto che se lo intercetti a sgranchirsi le gambe nel cortile di Montecitorio durante una pausa dei lavori parlamentari e ti avvicini col taccuino in mano ti stoppa subito con la frase “io qui non parlo”. Eppure sempre pronto a dosare le sue uscite sui media per dire che lui c’è e che la password delle casse dello Stato ce l’ha solo lui.
Restìo a recepire le lamentele dei ministri sui soldi che concede col contagocce perché l’Europa ci chiede rigore nei conti pubblici, ma pure col ‘capo’ che vuole fare la riforma del fisco non si è mostrato granché magnanimo. Il Professore di Sondrio a tutti (o quasi) ripete la frase di rito (quasi un must del suo repertorio) : “Vado avanti per la mia strada”. Eppure con Berlusconi si è dovuto confrontare e alla fine tra i due – secondo i rumors di Palazzo – dopo le recenti frizioni si è arrivati a una sorta di ‘pax’ siglata sul Documento di economia e finanza, presentato a Palazzo Chigi.
In Europa il Professore di Sondrio pare più a suo agio, tiene il punto, ribadisce la linea italiana, prova a cambiare le cose e far ragionare. Insomma, un palcoscenico internazionale sul quale gli piace stare e farsi ascoltare. Come ieri di fronte al parlamento dell’Unione dove ha dispensato la sua ‘ricetta’ per adeguare il Vecchio Continente al mondo che cambia alla velocità della luce. Tremonti non ci sta a farsi appiccicare addosso l’etichetta di euroscettico. Né può bastare l’indignazione a orologeria della sinistra nostrana solo per aver detto che forse è arrivato il momento di rivedere i trattati europei.
A Strasburgo il ministro dell’Economia fa la sua analisi calibrandola sui tre filoni che meglio di altri indicano che non è eretico pensare a una revisione di norme e regole, attualizzandole al nuovo contesto. Il rischio è restare al palo. Le definisce le tre grandi crisi che impongono una nuova tabella di marcia: quella economica, quella atomica e quella geopolitica.
Davanti ai parlamentari europei tira giù le sue considerazioni per verificare “se è possibile portare avanti il sogno” che ha portato ai trattati europei in un mondo attraversato da instabilità e incertezze. Ne è convinto, ma a determinate condizioni e la prima è metterli in pratica seguendo lo spirito dei tempi che stiamo vivendo ma cercando di guardare al futuro. Perché, spiega Tremonti usando una metafora, “nei matrimoni, come nei trattati, ci si impegna insieme per la buona e la cattiva sorte. Nei trattati, l’enfasi è soprattutto sulla buona sorte”.
Ciò che serve in questo momento “è una valvola di flessibilità, un meccanismo automatico di espansione per queste sane interpretazioni”. Il che vuol dire che i trattati rivisti nel 2000 oggi vanno aggiornati perché siamo di fronte a tre casi specifici che in questi anni si sono palesati in maniera esponenziale: la crisi economica, quella geopolitica e la crisi atomica. Nel primo caso per Tremonti “la base della lettera è abbastanza ampia e l’applicazione per la gestione della crisi è adeguata”. Nel secondo, “la lettera del trattato è ampia ma nell’applicazione alla realtà l’Europa è missing in action”. Cioè svolge un ruolo inadeguato e insufficiente come nel caso dell’emergenza immigrazione che dall’Africa preme verso l’Europa, con Lampedusa lì a dimostrarlo. Rispetto alla crisi atomica, “le formule contenute nel trattato non sono sufficienti e neanche gli interventi lo sono”.
Detto questo, non ci sta a passare per euroscettico come la sinistra nostrana si è già esercitata a bollarlo; semmai Tremonti guarda a una prospettiva di rafforzamento dell’Europa. Ma come? Cogliendo il momento per “avviare una più intensa convenzione” per arrivare a un nuovo trattato dal momento che “quelli di oggi sono stata adattati ma restano comunque il prodotto di un mondo passato”. Tremonti spiega che molti dei trattati dell’Unione europea risalgono a prima della globalizzazione, dunque in un contesto internazionale in cui c’era “il blocco sovietico e il blocco americano”.
Oggi non è più così e dunque il momento di crisi attuale può rappresentare l’occasione giusta per andare oltre, verso “più Europa colmando le lacune dei testi in vigore. La prassi prevede che per rimettere mano ai Trattati comunitari serve la convocazione di una Convenzione europea sulla falsariga di quella presieduta dall’ex presidente francese Valery Giscard d’Estaign dal 2001 al 2003 per superare il Trattato di Nizza. Proprio da quel trattato era scaturita una bozza di Costituzione europea, poi bocciata dopo i referendum negativi in Francia e Olanda. E da quel progetto è successivamente nato il trattato di Lisbona, in vigore dal dicembre 2009. Ma è sulla crisi geopolitica che il ministro dell’economia usa i passaggi più forti puntando l’indice sulla visione e l’azione dell’Ue definita “drammaticamente insufficiente”. E nel giorno di un altro maxi-sbarco (un barcone con 760 immigrati provenienti dalla Libia) a Lampedusa il richiamo di Tremonti appare confezionato ad hoc, dopo i moniti di Berlusconi, del ministro Maroni e del sottosegretario Mantovano che ha la delega per l’immigrazione. Un messaggio alla Francia, certo, ma che chiama in causa l’Europa intera.
Se il profilo tremontiano sulla scena internazionale rispecchia in pieno (e non poteva essere diversamente) quello di un governo che vuole essere protagonista e non ci sta ai dicktat di turno (vedi immigrazione ma anche i temi economici), è a Roma che il Professore di Sondrio concentra su di sé i maggiori malumori, specie nei rapporti col Pdl, con alcuni ministri insoddisfatti, e per certi versi anche rispetto al Cav. La cronaca di questi giorni racconta un clichè che ciclicamente si ripete ma che nella settimana delle cene tra correnti, poi culminate nel rendez-vous convocato dai vertici di Senato e Camera per allentare le frizioni e fare sintesi dei vari ‘sfogatoi’ , ha evidenziato ancora una volta la tattica tremontiana. Profilo basso, anzi bassissimo o quasi assente rispetto al dibattito interno al partito, men che meno in quello che agita il confronto parlamentare (dal Rubygate, alla riforma della giustizia passando dalla revisione dell’architettura costituzionale) . Alle cene di partito non c’era, nemmeno a quella più “istituzionale” per sancire la pax tra correnti. No, Tremonti era alla riunione del Fondo monetario internazionale e più o meno nello stesso periodo in Cina, invitato a parlare alla scuola del partito comunista e andato lì anche per chiedere risorse per il fondo salva-imprese.
Già, gli imprenditori. Tasto al quale almeno in apparenza il Professore di Sondrio si mostra sensibile anche se c’è chi nelle file della maggioranza lo legge maliziosamente in due modi. Il primo: incunearsi tra la Marcegaglia (che proprio lunedì ha definito insufficienti le misure del governo in campo economico)n e il mondo produttivo. Il secondo: conquistare (o almeno provarci) una potenziale platea di elettori. Ma senza allentare i cordoni della borsa, pur nel sacrosanto rispetto dei parametri imposti dall’Europa e tenendo ben dritta la barra sui conti pubblici in ordine che ha consentito a questo governo di essere credibile oltre-confine e di non mettere le mani nelle tasche degli italiani, sarà gara dura. Sul piano più strettamente politico Tremonti sa di poter contare sull’asse con Bossi ma è pur vero che in questa fase, al di là degli ordini di scuderia e del serrate i ranghi, nella stessa Lega c’è inquietudine immaginando la successione al Senatur e da questo punto di vista può darsi che il sodalizio in futuro possa non essere così intangibile. C’è poi il rapporto col Pdl, non sempre idilliaco. Un feeling che forse non è mai decollato veramente e se è vero che Tremonti studia da premier, è altrettanto vero che tenersi alla larga da beghe interne per non mischiarsi alla truppa non è un buon metodo per costruire il consenso interno e quello – strategico – sul territorio.
E alla fine, non è detto che la massima tremontiana “io vado avanti per la mia strada” valga sempre e comunque. Almeno fino a quando Silvio Berlusconi resterà a Palazzo Chigi.
