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Tea Party - Cronache del mondo conservatore

“In God We Trust” ricorda agli americani cosa è essere americani

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Avrete visto tutti Miracolo sulla 34a Strada (Miracle on 34th Street, USA 1994, di Les Mayfield), una impeccabile favola di Natale. E se non lo avete mai fatto, procurate di farlo presto.

A New York Kris Kringle finisce sotto processo perché afferma di essere Babbo Natale. Sta per essere condannato come pazzo, millantatore e truffatore quando la piccola protagonista, allevata nello scetticismo più totale da una madre vittima del troppo dolore del mondo e da esso resa cinica, sfidando tutti e soprattutto la sua mamma a cui vuole un bene dell’anima, decide di voler credere all’esistenza reale di Babbo Natale e alla sua coincidenza con Mr. Kringle (il quale nel film ricorda di essere nato secoli fa come san Nicola). Così, al momento cruciale, consegna al giudice del tribunale un biglietto di auguri con allegato un biglietto da un dollaro statunitense. Il giudice viene folgorato da quella scritta impressa sulla banconota che avrà guardato mille volte ma mai davvero visto: «In God We Trust», “Confidiamo in Dio”.

Chi confida in Dio? Il popolo degli Stati Uniti d’America, il governo federale che esso elegge con sicurezza e mai alcuna crisi, il ministero del Tesoro che emette il dollaro su licenza di siffatto governo così eletto. Nel film, il giudice lo spiega con un breve monologo immortale.

Il dollaro, dice il giudice, è emesso dal ministero del Tesoro e garantito dal governo federale degli Stati Uniti, dunque dal suo popolo. Sul dollaro, il governo federale afferma apertamente di riporre la propria fiducia in Dio, e questo esso lo fa solo per la fede e per la volontà espresse dal popolo che ne legittima il potere. A guidare il governo in quell’affermazione pubblica è solo la fede collettiva del popolo statunitense nell’esistenza certa di Dio.

Ora, se il governo degli Stati Uniti può dare corso legale a una banconota che reca quell’affermazione di fede certa senza peritarsi di stabilire se Dio esiste o non esiste, soprattutto e anzitutto perché non è compito suo, ma compito suo è solo quello di eseguire e ratificare il mandato popolare su cui essenzialmente si regge, allora quel giudice cinematografico dello Stato di New York può stabilire che nulla vieta di affermare la piena esistenza di san Nicola-Babbo Natale nella persona del personaggio Kris Kringle se il popolo di quello Stato dell’Unione nordamericana così crede e quindi “impone” ai propri legislatori. Sublime.

Gli Stati Uniti sono una democrazia piena. Il potere politico che ne regge le istituzioni esiste solo per mandato “imperativo” del suo popolo e come tale si comporta: per esempio mettendo a fondamento della propria amministrazione non un proprio volere soggettivo, come se “lo Stato” fosse un soggetto senziente diverso dal mandato popolare, ma la fede stessa che costituisce l’essere intrinseco del suo popolo; nemmeno la sua sola “maggioranza”, ma la non-negoziabilità di ciò che è nella misura delle cose e nella loro verità credere. Dio, appunto. Il quale mai passa di moda, né si eclissa per volere di pencolanti equilibri partitici.

Il governo degli Stati Uniti non fa teologia, governa. È la fede certa del suo popolo che fa sì che il suo motto sia «One Nation Under God», “Un Paese unito obbediente a Dio”, e la divisa della sua moneta «In God We Trust». È una democrazia, quella, che non conosce mai salti, vacanze, vuoti, sospensioni; anche perché si regge appunto sull’unica cosa che davvero mai può venire meno. E non è meno democrazia (anzi) per il fatto di reggersi sulla cosa meno democratica del mondo: l’esistenza certa, oltre ogni opinione, consultazione e partito, di Dio, garante di tutto il resto. Tanto garante, da voler affidare a lui la moneta, da affidarsi a Lui per dare corso legale al denaro.

A questo punto qualche anima bella potrebbe scandalizzarsi per il fatto che una cosa tanto vile quanto il soldo impegni Dio, anzi che Dio venga spacciato come merce di scambio attraverso il dollaro. Risibile. Cosa c’è di più puro del confidare nell’unica certezza che mai trascolora quando si opera sul piano più instabile, fluttuante, ondivago e umorale del mondo, ovvero quello dei cambi, dei tassi, dei prezzi, dei costi? Cosa c’è di più puro che scendere sulla piazza del mercato sventolando un titolo di credito, un “pagherò”, una richiesta di fiducia forti del fatto di essere certamente sempre solventi vista la garanzia di base mostrata? Cosa c’è di più credibile che gettarsi tra i marosi dell’instabilità economico-finanzaria affidandosi alla Roccia perenne e confidando nel principio dei princìpi che solo può dar valore (legittimamente mutevole) al resto?

Se gli Stati Uniti hanno fiducia in Dio, l’hanno sempre, e quale momento migliore per dimostrarlo se non nelle difficoltà e nelle incertezze?

Quella scritta sul dollaro ricorda costantemente a chiunque qual è il fondamento e la ragione del Paese soprattutto quando si rischia di scordarsene più facilmente, quando si è tentati di volerne fare a meno, quando la grettezza e l’avidità cospirano. Persino Hollywood sa a menadito in anni relativisti come il recentissimo 1994 in cui Miracolo sulla 34a Strada è stato girato (non cioè “nel Medioevo”), e nessuno spettatore ne viene scandalizzato, che negli Stati Uniti Dio esiste così tanto che persino il governo, al di là che ci creda o no, lo riconosce pubblicamente. Che Dio non esiste per volere del governo, ma che pure il governo piega il ginocchio; che un popolo è popolo quando è unito e obbediente a Dio; che in ogni frangente della vita, anche il più apparentemente profano, Dio c’è e provvede.

La scritta «In God We Trust» ricorda sempre agli americani cosa significa essere americani, giustifica la carità, e benedice quel profitto e quel risparmio senza i quali la carità non è possibile. E in tempi perigliosi come questi ricorda con una forza che è d’urto che ogni problema economico è in radice sempre un problema antropologico, morale, teologico.

Dio benedica l’America, e noi che possiamo godere di testimonianze struggenti come quelle che essa ci dà anche nella volgarità dei tempi che corrono. Buon Natale: il dirlo è cosa buona poiché in God we trust.

Marco Respinti è presidente del Columbia Institute, direttore del Centro Studi Russell Kirk e autore di L’ora dei “Tea Party”. Diario di una rivolta americana.

 

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14 COMMENTS

  1. Oltre il 16% degli americani
    Oltre il 16% degli americani non e’ di nessuna religione, che si aggiunge a oltre il 4% di non cristiani, in parte neanche monoteisti.
    Neli Stati Uniti aumenta sempre piu’ il pluralismo religioso (e non), di fronte al quale la scritta “in God we trust” si rivela desueta.

  2. Dollaro
    Bello. Però, vorrei che il governo la smettesse di minare il valore dei nostri dollari, riducendoli a carta straccia con la sua politica monetaria. I trust in God che presto avremo un governo più rispettoso della persona, dei suoi desideri e del suo patrimonio, accumulato in anni di duro lavoro.
    Buon Natale!
    L.

  3. Bellissimo articolo
    Bellissimo articolo che ho condiviso con parecchi amici e amiche. E’ buffo il commento anonimo per cui il 16+4% sarebbe una maggioranza che rende “desueto” l’accenno alla reigione. Chissà se chi ha scritto sa cosa vuol dire desueto.

  4. In God we trust
    X Fanchin -Effettivamente non mi sembra una frase desueta. Anzi, andrebbe bene come motto per le spedizioni umanitarie dell’aviazione NATO in vari Paesi del mondo.

  5. Ma è possibile che sia
    Ma è possibile che sia così difficile capire il senso degli articoli? C’è sempre qualcuno che deve puntualizzare? Siamo in attesa di conoscere da costoro l’esempio realizzato della loro società perfetta!!!!

  6. Buon Natale
    Ricambio l`Augurio di Buon Natale, Marco “Because I Trast in Good To” e sono convinto che l`America e’ diventata grande anche perche’ ha sempre valorizzato e mantenuto quella scritta sulla sua moneta, accettata in tutto il mondo. Se l`America vuol (e deve) rimaner grande, quella scritta deve continuare ad onorare con convinzione e difendere con tenacia. Ed i presidenti dovranno continuare per sempre a terminare i loro discorsi ufficiali con l`augurarsi che “Good Bless America”.

  7. Buon Natale
    Mi scuso per il ripetuto errore di battitura del mio commento di poco fa’. E’ God che volevo scrivere non Good. Grazie.

  8. cantonata del pliniano
    In realtà, il pliniano Respinti ha preso (e non è la prima volta) una cantonata pazzesca. Il monologo da lui citato – che peraltro non è un testo filosofico – mette sullo stesso livello la credenza in Dio e quella in Babbo Natale e le fa dipendere dall’opinione pubblica. Ogni commento è superfluo.

  9. Missioni Nato
    Cara Silvia anonima, il tuo commento c’entra veramente poco. Ci vedo solo del livore di una persona che si sente sconfitta dalla vita. Sei riuscita comunque a offendere a Natale migliaia di nostri soldati che stanno prendendo parte a missioni di guerra o di pace decise da governi da noi liberamente eletti. Ti ricordo, come diceva il presidente Obama non molto tempo fa, che non esiste pace senza giustizia. In altre parole, il pacifismo a tutti i costi fa il gioco dei tiranni.

  10. Alla faccia della
    Alla faccia della tolleranza… E se un cittadino americano fosse ateo o politeista? La stessa menzione di un Dio unico (“in God”) implica una verità unica, assoluta, per la quale tutto diventa lecito, anche esportare con la forza la democrazia. In realtà la Costituzione Americana, a differenza delle altre, prefigura una società, non un popolo. In tal modo essa ritiene universali certi valori e legittima l’imposizione di questi in tutto il mondo. Non esiste più l’altro con la propria cultura, esiste solo chi è nel giusto e chi è nell’errore. E chi è nell’errore va corretto… Comunque sulle considerazioni strettamente economiche (specie quella sul profitto) concordo con Respinti.

  11. Il pacifismo non c’entra
    Egr.Fanchin –Che io sia sconfitta o no non c’entra con questa discussione. Pero’ mi spiace, ma non sono affatto pacifista. Vorrei solo che i nostri soldati (che rispetto, mentre rispetto molto meno i ns. politici) eventualmente dovessero combattere per difendere l’Italia e non come servitori degli Americani e dei loro interessi, che ormai non coincidono piu’ con i nostri.

  12. @luca…e quindi?
    Caro Luca…e quindi? Le intere saghe di Lewis e Tolkien (anche se non erano filosofi) sono “l’incarnazione” del pensiero di Respinti…Luca, ma leggi qualcosa di diverso da Travaglio, il Manifesto o Lenin? Occorre aggiornarsi fratello, su il Natale è il segno della nuova vita per tutti, anche per te. Un abbraccio

  13. In God we trust
    La frase “In God we trust” fa sognare e non si tratta di sogni che svaniscono all’alba !!! Il sogno americano è un sogno da vivere, ho lavorato negli USA, ho vissuto quella frase, ma devo dire che E’ VALIDA QUANDO AL GOVERNO CI SONO I DEMOCRATICI. E’ solo la mia opinione, ma ritengo che quando a fare il Presidente degli Stati Uniti c’è stato un repubblicano, una parte gegli USA, quella vera, non è stata mai rappresentata.
    In God we trust è un sogno da vovere ogni girono, ad occhi aperti, senza paura di ssvrgliarsi e di vederlo svanire all’alba!!!
    Io credo in Babbo Natale, in Kris Kringle, credo in Dio che è il mio papà e che ci può far volare da svegli, bisogna rubare momenti per noi e stare in silenzio per dialogare con Lui, allora vivremo anche noi Miracle on 34th Street.

  14. Quel motto? Mi ha sempre
    Quel motto? Mi ha sempre colpito e, secondo me, è un gigantesco lapsus freudiano…gigantesco perché di un popolo intero che inconsciamente e, forse,
    inconsapevolmente ha scambiato Dio con il dollaro!!! Paradosso terribile di un
    mondo ai piedi di MAMMONA’…i soldi!!!

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