“In God We Trust” ricorda agli americani cosa è essere americani

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“In God We Trust” ricorda agli americani cosa è essere americani

23 Dicembre 2011

Avrete visto tutti Miracolo sulla 34a Strada (Miracle on 34th Street, USA 1994, di Les Mayfield), una impeccabile favola di Natale. E se non lo avete mai fatto, procurate di farlo presto.

A New York Kris Kringle finisce sotto processo perché afferma di essere Babbo Natale. Sta per essere condannato come pazzo, millantatore e truffatore quando la piccola protagonista, allevata nello scetticismo più totale da una madre vittima del troppo dolore del mondo e da esso resa cinica, sfidando tutti e soprattutto la sua mamma a cui vuole un bene dell’anima, decide di voler credere all’esistenza reale di Babbo Natale e alla sua coincidenza con Mr. Kringle (il quale nel film ricorda di essere nato secoli fa come san Nicola). Così, al momento cruciale, consegna al giudice del tribunale un biglietto di auguri con allegato un biglietto da un dollaro statunitense. Il giudice viene folgorato da quella scritta impressa sulla banconota che avrà guardato mille volte ma mai davvero visto: «In God We Trust», “Confidiamo in Dio”.

Chi confida in Dio? Il popolo degli Stati Uniti d’America, il governo federale che esso elegge con sicurezza e mai alcuna crisi, il ministero del Tesoro che emette il dollaro su licenza di siffatto governo così eletto. Nel film, il giudice lo spiega con un breve monologo immortale.

Il dollaro, dice il giudice, è emesso dal ministero del Tesoro e garantito dal governo federale degli Stati Uniti, dunque dal suo popolo. Sul dollaro, il governo federale afferma apertamente di riporre la propria fiducia in Dio, e questo esso lo fa solo per la fede e per la volontà espresse dal popolo che ne legittima il potere. A guidare il governo in quell’affermazione pubblica è solo la fede collettiva del popolo statunitense nell’esistenza certa di Dio.

Ora, se il governo degli Stati Uniti può dare corso legale a una banconota che reca quell’affermazione di fede certa senza peritarsi di stabilire se Dio esiste o non esiste, soprattutto e anzitutto perché non è compito suo, ma compito suo è solo quello di eseguire e ratificare il mandato popolare su cui essenzialmente si regge, allora quel giudice cinematografico dello Stato di New York può stabilire che nulla vieta di affermare la piena esistenza di san Nicola-Babbo Natale nella persona del personaggio Kris Kringle se il popolo di quello Stato dell’Unione nordamericana così crede e quindi “impone” ai propri legislatori. Sublime.

Gli Stati Uniti sono una democrazia piena. Il potere politico che ne regge le istituzioni esiste solo per mandato “imperativo” del suo popolo e come tale si comporta: per esempio mettendo a fondamento della propria amministrazione non un proprio volere soggettivo, come se “lo Stato” fosse un soggetto senziente diverso dal mandato popolare, ma la fede stessa che costituisce l’essere intrinseco del suo popolo; nemmeno la sua sola “maggioranza”, ma la non-negoziabilità di ciò che è nella misura delle cose e nella loro verità credere. Dio, appunto. Il quale mai passa di moda, né si eclissa per volere di pencolanti equilibri partitici.

Il governo degli Stati Uniti non fa teologia, governa. È la fede certa del suo popolo che fa sì che il suo motto sia «One Nation Under God», “Un Paese unito obbediente a Dio”, e la divisa della sua moneta «In God We Trust». È una democrazia, quella, che non conosce mai salti, vacanze, vuoti, sospensioni; anche perché si regge appunto sull’unica cosa che davvero mai può venire meno. E non è meno democrazia (anzi) per il fatto di reggersi sulla cosa meno democratica del mondo: l’esistenza certa, oltre ogni opinione, consultazione e partito, di Dio, garante di tutto il resto. Tanto garante, da voler affidare a lui la moneta, da affidarsi a Lui per dare corso legale al denaro.

A questo punto qualche anima bella potrebbe scandalizzarsi per il fatto che una cosa tanto vile quanto il soldo impegni Dio, anzi che Dio venga spacciato come merce di scambio attraverso il dollaro. Risibile. Cosa c’è di più puro del confidare nell’unica certezza che mai trascolora quando si opera sul piano più instabile, fluttuante, ondivago e umorale del mondo, ovvero quello dei cambi, dei tassi, dei prezzi, dei costi? Cosa c’è di più puro che scendere sulla piazza del mercato sventolando un titolo di credito, un “pagherò”, una richiesta di fiducia forti del fatto di essere certamente sempre solventi vista la garanzia di base mostrata? Cosa c’è di più credibile che gettarsi tra i marosi dell’instabilità economico-finanzaria affidandosi alla Roccia perenne e confidando nel principio dei princìpi che solo può dar valore (legittimamente mutevole) al resto?

Se gli Stati Uniti hanno fiducia in Dio, l’hanno sempre, e quale momento migliore per dimostrarlo se non nelle difficoltà e nelle incertezze?

Quella scritta sul dollaro ricorda costantemente a chiunque qual è il fondamento e la ragione del Paese soprattutto quando si rischia di scordarsene più facilmente, quando si è tentati di volerne fare a meno, quando la grettezza e l’avidità cospirano. Persino Hollywood sa a menadito in anni relativisti come il recentissimo 1994 in cui Miracolo sulla 34a Strada è stato girato (non cioè “nel Medioevo”), e nessuno spettatore ne viene scandalizzato, che negli Stati Uniti Dio esiste così tanto che persino il governo, al di là che ci creda o no, lo riconosce pubblicamente. Che Dio non esiste per volere del governo, ma che pure il governo piega il ginocchio; che un popolo è popolo quando è unito e obbediente a Dio; che in ogni frangente della vita, anche il più apparentemente profano, Dio c’è e provvede.

La scritta «In God We Trust» ricorda sempre agli americani cosa significa essere americani, giustifica la carità, e benedice quel profitto e quel risparmio senza i quali la carità non è possibile. E in tempi perigliosi come questi ricorda con una forza che è d’urto che ogni problema economico è in radice sempre un problema antropologico, morale, teologico.

Dio benedica l’America, e noi che possiamo godere di testimonianze struggenti come quelle che essa ci dà anche nella volgarità dei tempi che corrono. Buon Natale: il dirlo è cosa buona poiché in God we trust.

Marco Respinti è presidente del Columbia Institute, direttore del Centro Studi Russell Kirk e autore di L’ora dei “Tea Party”. Diario di una rivolta americana.