In India il governo ottiene la fiducia e salva il patto nucleare con gli Usa

Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

In India il governo ottiene la fiducia e salva il patto nucleare con gli Usa

25 Luglio 2008

Si è salvato, almeno per il momento. Lo scorso martedì, il governo del premier indiano Manmohan Singh è riuscito a superare le forche caudine di un drammatico voto di fiducia nella Lok Sabha, la Camera bassa del Parlamento di Delhi. Fiducia che era stata richiesta dalle forze di opposizione, in seguito all’apertura di una crisi politica tra le fila della coalizione di maggioranza (United Progressive Alliance, Upa), dominata dal Congress Party (Cp) di Singh. All’inizio di luglio, infatti, alcune forze di sinistra hanno ritirato il loro appoggio all’esecutivo in carica, per protestare contro la sua decisione di compiere gli ultimi passi per rendere operativo l’accordo di cooperazione nucleare con gli Stati Uniti (Accordo 123). 

E’ la seconda volta (la prima per questioni di politica estera) nella sessantennale storia democratica del Paese che un governo indiano si trova costretto ad affrontare un voto di fiducia. L’unico precedente risale al 1998, quando l’esecutivo guidato dal Bharatiya Janata Party (Bjp) uscì sconfitto per un solo voto. La vittoria parlamentare di Singh (molto più larga di quella ipotizzata alla vigilia) dovrebbe ora permettere al suo governo di finalizzare il patto nucleare con gli Usa, che assicurerebbe a Delhi la possibilità – finora preclusa, stante il rifiuto indiano di aderire al Trattato di non-proliferazione nucleare – di  acquistare tecnologia nucleare e materiale fissile in cambio dell’apertura dei propri siti nucleari civili agli ispettori internazionali. 

Più che per i suoi riflessi internazionali, la crisi di governo appena archiviata sarà però ricordata per le sue conseguenze politiche interne. Agli occhi di molti in India rappresenta una sorta di spartiacque, l’inizio di una nuova fase politica in quella che in termini demografici è considerata la ‘più grande democrazia’ del mondo. L’attuale legislatura spirerà nel maggio 2009, un voto anticipato – in autunno – segnerebbe probabilmente la sconfitta del governo Singh, impegnato a fronteggiare la difficile congiuntura economica e il cui indice di gradimento è ai minimi termini. 

Per sopravvivere, il premier indiano ha dovuto costruire una nuova coalizione. Gli ex alleati comunisti sono stati sostituiti dal Samajwady Party (forza regionale particolarmente forte nel popoloso Stato indiano dell’Uttar Pradesh, da sempre rivale del Cp) e da alcuni partiti minori. Questi accordi sarebbero stati pagati ‘a peso d’oro’, non solo in termini politici. Una accusa che si intreccia con quella di tentata corruzione di alcuni parlamentari dell’opposizione, e che ha fatto scattare una investigazione ufficiale da parte delle autorità competenti. 

Il voto anticipato era stato chiesto con insistenza dal Bjp, il principale partito di opposizione e storico rivale del Cp, che nella crisi interna all’Upa ha scorto una ghiotta occasione per ritornare al potere. Un calcolo politico intriso di cinismo, dato che proprio la forza nazionalista indù avviò il dialogo strategico con gli Usa dopo i test nucleari del 1998. A ridosso del voto, però, il Bjp ha smorzato in parte i suoi toni belligeranti, intimorito dal delinearsi nel Paese di un nuovo assetto politico. Un riallineamento di forze che vedrebbe il sorgere di una vasta coalizione tra partiti di sinistra, casta dei dalit (gli ‘intoccabili’) e musulmani: una vera rivoluzione nello stratificato sistema politico indiano. 

Alla testa di questa nuova realtà politica si porrebbe Kumari Mayawati. Donna, intoccabile e primo ministro in carica dell’Uttar Pradesh, Mayawati è in assoluto il personaggio politico indiano del momento. Il suo Bahujan Samaj Party (Bsp) raccoglie la maggioranza del voto dalit ed è in costante ascesa di consensi non solo a livello locale, ma anche nazionale. Dinanzi a questo fiume in piena, il Cp e il Bjp si trovano fortemente disorientati. Il loro potere si fonda sulla perpetuazione di un sistema politico nel quale i precetti democratici devono scendere a patti con l’arcaica tradizione delle caste (solo formalmente abolite). L’alleanza tra sinistre, dalit e musulmani rischia seriamente di ribaltare questo schema e di ridimensionare il peso delle forze tradizionali. 

Alcuni commentatori indiani hanno osservato, con una punta di ironia, che George W. Bush senza volerlo ha favorito il rinnovamento della ingessata democrazia indiana: le rive del Gange al posto del Grande Medio Oriente… Un effetto collaterale del negoziato nucleare con Delhi che, a dire il vero, non dovrebbe entusiasmare Washington. Mayawati e i suoi alleati, infatti, si oppongono apertamente all’Accordo 123. Secondo loro, dalla futura partnership nucleare chi trarrà i maggiori benefici saranno gli Usa e non certo l’India. Una osservazione che nasconde certamente un fondo di verità. Delhi ha sete di energia e vuole potenziare il nucleare civile per ridurre la propria dipendenza dai combustibili fossili. Ma questa esigenza avrà probabilmente un costo in termini di indipendenza strategica.  

Per l’accesso alla tecnologia militare americana (in particolare ai loro sistemi anti-missile), come minimo gli Usa chiederanno all’India di seguire una condotta diplomatica coerente con le sue strategie globali. Iran, Afghanistan e Pakistan sarebbero i primi teatri dove sperimentare questa unione di intenti. Uno scenario del genere trasformerebbe Delhi nel baluardo di Washington in Asia Meridionale: in funzione anti-cinese e anti-russa, naturalmente. Palaniappan Chidambaram, ministro delle Finanze indiano, non sembra però preoccupato da questa prospettiva: “Noi vogliamo diventare una superpotenza economica, vogliamo emulare la Cina”.  

Per Singh il difficile sarà ora tradurre questa fiducia parlamentare in una azione di governo efficace. La nuova coalizione al potere non ha però un programma condiviso e neanche la necessaria omogeneità ideologica. L’unico collante rimane la spartizione delle cariche. Un po’ poco per risolvere il problema dell’inflazione che sta minacciando la crescita economica e la stabilità del Paese. Un eventuale fallimento a tal proposito riproporrebbe inevitabilmente lo spettro delle elezioni anticipate e probabilmente rimetterebbe in discussione l’Accordo 123.