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La successione nell'Indian National Congress

In India Sonia Gandhi prepara in silenzio il futuro di suo figlio Rahul

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Sonia Gandhi, leader del Partito del Congresso indiano, è in difficoltà. La salute della quasi sessantacinquenne (il prossimo 9 dicembre) vedova del primo ministro Rajiv, figlio di Indira, è precaria: l’estate scorsa, a New York, ha subito un intervento per un tumore (al pancreas probabilmente). Da quando è tornata a New Delhi a settembre, Sonia è apparsa in pubblico una sola volta e un assoluto riserbo circonda le sue vere attuali condizioni.

Senz’altro però ora pensa alla successione. Lei che, pur non avendo mai desiderato fare politica, (come non avrebbe voluto la facessero il marito e i due figli Rahul e Priyanka), si è ritrovata ad essere una delle donne più potenti del pianeta. Ci è stata praticamente costretta dopo l’assassinio di Rajiv, per colmare il vuoto di leadership del partito, che grazie a lei è tornato al potere nel 2004.

Per non irritare i nazionalisti, che da più di 40 anni le rinfacciano le sue origini italiane (è nata a Lusiana in provincia di Vicenza e ha trascorso la giovinezza ad Orbassano in provincia di Torino), non ha accettato la carica di primo ministro. Tale rinuncia si è rivelata una mossa politicamente vincente, perché le è servita a conquistare un sostegno popolare ancora più ampio di quello già goduto: di fatto è lei la leader del Paese.

Attualmente il governo è guidato dall’anziano Manmohan Singh (79 anni) ma, a tempo debito, il testimone potrebbe passare al primogenito di Sonia, che diventerebbe capo del Congresso e di tutta la coalizione della United progressive alliance (Upa).

Se così fosse, il quarantunenne Rahul -  oggi segretario nazionale del partito e parlamentare - si troverebbe innanzitutto a dover contrastare una corruzione sempre più dilagante nella più vasta democrazia del mondo.

I mesi scorsi sui media internazionali ha suscitato molta eco lo sciopero della fame portato avanti dal “gandhiano” paladino dell’anticorruzione Anna Hazare. Anche Rahul ha fatto sentire la propria voce sul tema, proponendo una riforma radicale in ogni settore.

Nel 2010 la stessa Upa è rimasta coinvolta nel più grosso scandalo di tangenti della storia indiana post-coloniale. Si è trattato sostanzialmente della svendita di concessioni governative per l’installazione di una rete wireless di seconda generazione, costata ben 39 miliardi di dollari.

Per questo motivo il ministro delle telecomunicazioni indiano, Andimuthu Raja, è stato costretto a rassegnare le dimissioni e, pur essendosi sempre dichiarato innocente, è stato arrestato. Anche il primo ministro è stato marginalmente coinvolto nell’imbarazzante vicenda.

Nel mese di ottobre i Commonwealth Games, le Olimpiadi indiane “anglofone” dell'ex-impero britannico, sono stati pretesto per un giro di mazzette e prebende senza precedenti. L’Upa rischia ora il disgregamento e, per evitare ciò, s’impone nuovamente l’esigenza di trovare un leader forte.

Per il fatto di essere un membro della dinastia Nehru-Gandhi e di aver dimostrato in più occasioni la propria vicinanza ai poveri, Rahul è indubbiamente amato dagli Indiani. Tuttavia finora il suo operato non si è rivelato sufficientemente incisivo per il Paese.

Appare peraltro assai più carismatica la sorella Priyanka, simile a nonna Indira nell’aspetto e nel carattere al punto che, per un certo periodo, proprio lei sembrava designata a succedere alla madre e a diventare primo ministro.

In ogni caso sarà Rahul la primavera prossima a guidare la campagna elettorale nell’Uttar Pradesh, lo Stato indiano più popoloso, che il Congresso intende riconquistare. Anche su di lui però incombono le critiche per le origini italiane della madre, tanto che Subramanian Swamy, presidente di Janata, il partito popolare di ispirazione conservatrice, ha attaccato il segretario generale del Congresso Digvijay Singh, per aver proposto Rahul come primo ministro e per aver sostenuto che il parlamentare e sua sorella Priyanka, abbiano legalmente diritto alla carica.

Swamy ha accusato Singh di trattare il premier come “una sorta di reggente nella dinastia Maino” (cognome di Sonia da nubile) “in attesa che Rahul cresca”. Inoltre si è sentito in dovere di far presente che quest’ultimo “non ha mai rinunciato alla cittadinanza italiana”, contrariamente a quanto ha dovuto fare la madre dato che la legge italiana non permetteva la doppia cittadinanza fino al 1992.

Rahul “ha viaggiato con il passaporto italiano in tutta Europa e altrove” e quindi, secondo l’ottica nazionalista di Swamy, non solo Sonia (da tempo indiana a tutti gli effetti anche nel modo di parlare, di vestire e di muoversi), ma neppure i suoi due figli, “potranno mai diventare primi ministri dell’India”.  Basterà il cognome Gandhi per smentirlo?

 

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