In Iran si ricontano i voti ma si perde il conto dei rapiti
29 Giugno 2009
In Iran è cominciato il riconteggio dei voti su un campione del 10 per cento di schede elettorali. Ieri 5.000 persone si sono date appuntamento alla moschea di Ghoba dove si celebrava l’anniversario della morte dell’ayatollah Baheshti; suo figlio, Alireza, è uno degli alleati di Mousavi. Quest’ultimo però ha disertato la manifestazione (aveva detto “chi è dietro i brogli è lo stesso responsabile del bagno di sangue”). Miliziani Basij e agenti in motocicletta hanno scortato i dimostranti fino a quando non hanno iniziato il solito lancio di lacrimogeni per disperderli. I blogger riferiscono di almeno 30 arresti.
Le indagini contro i manifestanti dell’Onda verde pare siano state affidate al procuratore capo di Teheran, Saeed Mortazavi. Secondo Sarah Leah Whitson, direttore di Human Rights Watch in Medio Oriente e Nord Africa, "Il ruolo di personaggi come Saeed Mortazavi nella repressione a Teheran deve allarmare tutti coloro che hanno dimestichezza con i suoi record; precedenti ricerche condotte dalla nostra agenzia hanno chiarito che Mortazavi è implicato in gravi violazioni dei diritti umani, che comprendono la tortura, la detenzione illegale e l’estorsione di false confessioni".
In Occidente Mortazavi è più noto come The butchter of the press, il "macellaio della stampa". E’ implicato nel caso della morte di Zahra Kazemi, la fotografa iraniana con passaporto canadese morta per emorragia cerebrale dopo essere passata sotto uno dei suoi interrogatori. Mortazavi ha anche fatto parte della delegazione iraniana al Consiglio dei diritti umani dell’ONU, dove ha rivendicato il diritto di negare l’Olocausto. In Iran invece è conosciuto per aver diretto il Tribunale per la stampa e per aver fatto chiudere centinaia di giornali, oltre che per arresti arbitrari e la incarcerazione di giornalisti, studenti e blogger. A chi mette in dubbio i suoi metodi criminali, risponde: “Non ho bisogno della legge. Io sono la legge”. A chi si domanda che fine facciano i mohareb, i nemici di Allah, la risposta è una sola: il carcere di Evin.
La Federazione Internazionale dei Diritti Umani, una Ong iraniana, denuncia che sarebbero almeno 2.000 le persone in carcere e che centinaia di oppositori risultano scomparsi. Fra gli arrestati anche le “madri in lutto” che in queste settimane hanno perso o non sanno più che fine hanno fatto i loro figli. Amnesty International e Reporter Senza Frontiere parlano apertamente di “torture” nella fortezza di Evin: il regime ha bisogno di “confessioni” che lo aiutino a legittimare la violenta campagna intimidatoria lanciata da Ahmadinejad contro i governi occidentali, la Gran Bretagna su tutti.
Una testimonianza riporta che all’entrata del carcere di Evin sarebbe stato esposto un cartello con i nomi di 700 arrestati. La fortezza di Evin è lo spauracchio degli iraniani da quando c’era lo Scià, poi sotto Khomeini ed Ahmadinejad. Il dissidente iraniano Amir Abbas Fakhravar, scrittore e giornalista che ha passato più di cinque anni in prigione, parla di “tortura bianca”: privazione del sonno, celle senza finestre, completamente bianche, bianchi anche le divise dei prigionieri, e bianco anche il riso usato come rancio.
Un’altra brutta notizia è che stanno chiudendo uno alla volta anche i blog dei dissidenti: “Per favore, ricordate il nostro martirio” ha scritto uno di loro prima che la comunicazione s’interrompesse.
