In Iran si stringe sempre più il bavaglio attorno al popolo della Rete

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In Iran si stringe sempre più il bavaglio attorno al popolo della Rete

25 Giugno 2011

L’Iran continua a imbavagliare senza scrupolo alcuno il dissenso in rete. Ne è una dimostrazione recente il ricorso perso dal blogger Hossein Derakhshan, soprannominato “blogfather”, condannato a 19 anni di carcere perché accusato di fare propaganda contro l’Islam e aiutare stati nemici. Con una delle pene più lunghe mai inflitte a un blogger iraniano, Teheran invia un messaggio forte e chiaro: è determinata a continuare a monitorare Internet, canale principale di messaggi interni ed esterni ostili al regime.

La censura è sempre stata una parte fondamentale sistema statale iraniano ma dalle contestate elezioni presidenziali del 2009 che hanno fatto scatenare una vera e propria mobilitazione in rete, l’aumento della sorveglianza online e della censura cibernetica le ha fatto raggiungere livelli senza precedenti. E non sorprende assolutamente il fatto che al centro dell’ingranaggio della macchina della repressione ci siano i Guardiani della Rivoluzione, che hanno svolto un ruolo significativo nella repressione dei manifestanti iraniani che sono scesi in strada tre anni fa per contestate Ahmadinejad e che controllano tutto il traffico web e la stessa Società di Telecomunicazioni dell’Iran.

Temendo che il popolo venisse in qualche misura influenzato dal flusso di protesta virtuale, la velocità della connessione Internet è stata volutamente ridotta da parte delle autorità iraniane nei periodi di disordine sociale e politico. Secondo l’esperto di tecnologia Collin Anderson, il rallentamento durante le proteste nel 2009 ha reso la maggior parte dei software inutilizzabili. Allo stesso tempo, le reti di telefonia mobile vengono sistematicamente tagliate durante i periodi potenzialmente turbolenti.

Non è un caso che dall’inizio dell’“Arab spring”, i motori di ricerca Yahoo e Google siano parzialmente bloccati e che i siti web di agenzie di stampa come Reuters, siano stati di fatto sostituiti con le fonti ufficiali di stato. La censura è attuata attraverso una combinazione di blocco degli URL con il filtraggio di parole chiave, uno dei più severi al mondo (parole come “tortura” e “stupro” sono state bandite). Filtra siti web con contenuti “anti-islamici” o considerati osceni e pornografici, ma anche siti che riguardano le donne, i diritti umani e le riforme politiche.

L’Iran ha anche creato 10.000 blog per sostenere l’ideologia del regime, e istituito il Centro di sorveglianza della criminalità organizzata, che rintraccia gli attivisti prima che pubblichino le proprie foto online. Si è anche infiltrato nei social network per spiare ciber-dissidenti e bloccare i loro profili. Le pene per chi trasgredisce? Manette e condanne a morte come se piovesse. E lo fanno basandosi sulla legge che regola la stampa iraniana, la Cyber ​​Crime del 2009.

L’Iran detiene anche un altro primato in fatto di censura: ha messo dietro le sbarre il più giovane blogger del mondo, Navid Mohebbi, imprigionato nel settembre 2010 quando aveva solo 18 anni.
La Repubblica islamica usa la pornografia come pretesto per zittire le voci dei dissidenti: nel dicembre 2010 sono stati condannati a morte due amministratori di un sito internet perché accusati di “turbare il regime” e “insultare la sacralità dell’islam”.

Temendo la diffusione dell’influenza occidentale attraverso Internet, l’Iran progetta di creare una rete chiusa nazionale che lo isoli  dal resto del mondo. Questo per assicurare al regime un maggiore controllo sul traffico Internet e aiutare le autorità a chiudere le porte agli “invasori” d’Occidente. In questo contesto, un alto comandante militare iraniano ha recentemente annunciato l’intenzione di stabilire un  ciber-comando per le forze armate del paese al fine di contrastare la cosiddetta “soft war”presumibilmente intrapresa dagli occidentali.