Disinformazione sulle vittime civili

In Iraq 500 mila morti in realtà sono vivi

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655.000 civili uccisi, vittime collaterali della guerra in Iraq. Da alcuni anni questa cifra è diventata l’argomento principe dei critici dell’occupazione Usa, la prova provata di un olocausto senza precedenti. Da brandire come un dogma, in quanto certificata da una serissima rivista scientifica, Lancet, sulla scorta della ricerca sondaggistica di un professore della prestigiosa John Hopkins University. Ebbene, a 28 mesi dalla pubblicazione, che nell’ottobre 2006 conquistò le testate dei media, si scopre che era tutta una bufala. Anzi una vera truffa, priva di requisiti scientifici. A denunciarlo, dopo una lunga istruttoria, è stato pochi giorni fa l’ordine ufficiale dei sondaggisti americani, la American Association for Public Opinion Research (Aapor). Censurando, per violazione del codice etico sulle ricerche d’opinione, l’autore dell’indagine Gilbert Burnham. Una durissima sconfessione, che ha convinto la scuola di medicina della John Hopkins University a revocare al professore, non più tardi di lunedì, il titolo di ricercatore capo in scienze umane. Naturalmente sulla grande stampa (specie europea), della vicenda non troverete traccia. Nemmeno il classico trafiletto per nascondere una verità molto scomoda. Perché apprendere che il conflitto iracheno non è il genocidio del secolo - e la geopolitica è più complessa dell’anti-imperialismo di maniera - per l’intellighenzia alternativa può essere il contrario di una buona notizia. 

“Il costo umano della guerra in Iraq, 2002-2006”. Si intitolava così la ricerca firmata da Burnham. Titolare della cattedra di Salute Internazionale, e direttore del Centro per i Rifugiati e la Risposta ai Disastri presso la più quotata facoltà di medicina americana. Un lavoro cofinanziato dal Centro Studi Internazionali del MIT (Massachussets Institute of Technology), in collaborazione con l’università Al Mustansiriya di Bagdad. Frutto delle interviste a 1849 nuclei familiari iracheni, effettuate tra maggio e luglio 2006. In rappresentanza di un campione di 12.801 persone, alle quali si chiedeva di segnalare i decessi parentali più recenti. Risultato: una crescita verticale del tasso di morti dopo il crollo di Saddam, schizzato da 5.5 x1000 a 13.2. Tradotto in numeri, una stima “prudenziale” di 654.965 morti in eccesso rispetto al normale. Addirittura 942.636, in base al modello più spinto. Subito Bush definì il conteggio inattendibile, ammettendo un massimo di 30.000 vittime. Il governo iracheno lo giudicò inaccurato. Movimenti pacifisti e difensori dei diritti umani hanno invece continuato a presentare quel calcolo come oro colato. All’inizio fu proprio Burnham a suggerire una verifica da parte di un ente terzo. Ma appena l’Aapor ha preso in mano il dossier, lo scorso maggio, pare che il professore non abbia neppure avuto il coraggio di inviare i dati richiesti dall’organismo. Per esempio l’esatta formulazione delle domande della ricerca, le istruzioni date agli intervistatori e agli interrogati. O la tabella demografica delle famiglie sondate, le specifiche del metodo e del campione, una stima del margine d’errore, nonché siti e date della raccolta dei questionari.

L’articolo 3 del Codice etico di Aapor obbliga i ricercatori a condividere i criteri dei loro studi, proprio per verificarne la scientificità. «Se uno studio non si può replicare non è validabile - ha dichiarato il presidente Richard Kulka - non vogliamo rovinare la carriera di nessuno: è un principio generale della scienza». Fin dal 1947 il ruolo di Aapor, che negli Usa conta 2200 membri tra agenzie governative, università, centri mediatici e aziende del ramo, consiste nel far rispettare tali standard minimi. Essenziali in un settore dove le risposte possono orientare i processi decisionali di una nazione. Di alcuni punti deboli della sua ricerca si dimostrava conscio lo stesso Burnham. Nella breve nota metodologica allegata all’originale, si afferma che nel 13% dei casi gli intervistatori hanno dimenticato di visionare il certificato di morte. Veniva poi considerato parente chi avesse convissuto con la famiglia intervistata anche solo 3 mesi sotto un unico tetto. Inoltre la ricerca non è stata condotta di persona da Burnham né da colleghi americani, bensì affidata in piena autonomia a 4 medici iracheni di cui, per questioni di sicurezza, non si fa il nome.

© Libero

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