In Italia sogniamo i grandi “mall” ma l’America va da un’altra parte

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In Italia sogniamo i grandi “mall” ma l’America va da un’altra parte

28 Luglio 2011

Il semaforo pedonale segna rosso, ma alla luce del tramonto si può attraversare tranquillamente tanto non ci sono macchine in vista sulle sei corsie della strada che attraversa downtown, il centro della città. A Cleveland, come a Detroit, Dallas, Pittsburg, o molte altre grandi città americana che non siano New York, Boston o Chicago, la vita in centro finisce alle 17.30, quando chiudono gli uffici. Allora i grattacieli si svuotano, e la middle class americana prende la macchina, imbocca l’autostrada, e guida per qualche decina di miglia fino al suburb, il sobborgo fuori città più o meno residenziale dove l’aspetta la sua casa con garage e giardino.

La borghesia non abita in centro, luogo dedicato solo agli uffici. Né la sera esce in centro, perché dopo aver guidato 30 miglia e aver cenato a casa si rimane davanti alla tv. La working class, nel caso lavori in centro e non in fabbrica, comunque finito il lavoro torna nel suo neighbourooh, i quartieri di condomini in semi-centro e periferia. I locali, ristoranti e bar, ovviamente ci sono, e nel week end sono normalmente affollati, ma sono sparpagliati nei quartieri e così si mantiene una certa divisione sociale e/o etnica: spesso il locale nel quartiere afro-americano è frequentato da afro-americani, il locale nel parco vicino al lago è frequentato da clientela chic, ecc. Inoltre, gran parte dei negozi non sono a downtown, ma nei centri commerciali nei sobborghi, e quindi anche lo shopping non avviene tecnicamente in mezzo alla città ma in ambienti isolati e chiusi, che al loro interno magari ripropongono artificialmente l’impianto di una via o di una piazza. Non a caso sono chiamati mall, parola che in italiano si può rendere con Corso. Manca insomma quello che nella stragrande maggioranza delle città europee è il polo di aggregazione dove i cittadini, anche a prescindere dalla classe sociale e dal quartiere di provenienza, possono ritrovarsi per fare shopping o per cenare insieme. Quel polo che a New York, città per molti versi eccezionale rispetto agli Stati Uniti, è Manhattan.

Questa situazione è anche il portato, non premeditato, del modello di consumo sviluppatosi dal boom economico degli anni ’50 e ’60: l’idea che tutti potessero avere una macchina e una casa familiare per fatti propri con garage e giardino. Corollario di questa idea è stato lo sviluppo delle highways, le autostrade senza pedaggio che arrivano fin dentro il centro cittadino e lo collegano ai vari quartieri e sobborghi. Sviluppo che ha sostituito quello del trasporto pubblico, inclusi metropolitana, treno e autobus, le cui reti sono rimaste a livelli ben più bassi rispetto agli standard europei. E anche dove queste reti esistono, sono considerate a torto o a ragione mezzi non sicuri e frequentati da gente poco raccomandabile, per cui la macchina rimane il mezzo preferito per spostarsi – oltre che uno status symbol della propria condizione sociale e della libertà di muoversi a piacimento. Fanno eccezione New York e altre città più vecchie della East Coast, così come città dall’anima più europea come Portland e in parte San Francisco sulla West Coast. Ma tutto quello che c’è nel mezzo della nazione-continente è basato sul trinomio car-highway-suburb.

Un modello che alcune città stanno cercando di cambiare. Helena, consigliere municipale di Dallas, spiega con passione il suo progetto di ridurre il numero di corsie delle strade a downtown per ricavarvi piste ciclabili e marciapiedi alberati che incoraggino le persone a non usare sempre e solo l’auto. A Cleveland sono già un passo avanti. Alcuni anni fa il municipio ha formato un pool di architetti e urban designer che ha preso Euclid Avenue, una stradina deserta di downtown, e ha ridisegnato a tavolino le attività commerciali che vi si affacciano: un ristorante sushi e uno italiano, un teatro, il disco-pub The House of Blues, il ristorante biologico e quello greco, un paio di negozi. La via è stata chiusa al traffico così da poter tenere i tavolini e le sedie sui grandi marciapiedi. Marciapiedi che di inverno sono riscaldati da un sistema di riscaldamento interrato per sciogliere la neve che a Cleveland viene abbondante dal Canada, e tenere così la strada aperta e viva anche nei mesi invernali. Stesso processo è in corso per la zona del West Side Market, ai margini di downtown, con investimenti del comune e grandi sforzi dell’associazione locale di cittadini per riaprire i vecchi negozi chiusi con l’avvento dei mall. E’ singolare vedere tutto questo impegno per ottenere qualcosa che nelle città italiane ed europee accade naturalmente da secoli, che fa parte del nostro stile di vita. E’ tanto più singolare constatare che negli Stati Uniti lavorano per ridurre gli eccessi e gli effetti di un modello di consumo verso cui invece tendono alcune città europee ed italiane, come Milano e in parte Roma, con l’apertura di centri commerciali e la costruzione di quartieri satelliti fuori città. Cara, vecchia, downtown.