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In Italia sogniamo i grandi “mall” ma l’America va da un’altra parte

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Il semaforo pedonale segna rosso, ma alla luce del tramonto si può attraversare tranquillamente tanto non ci sono macchine in vista sulle sei corsie della strada che attraversa downtown, il centro della città. A Cleveland, come a Detroit, Dallas, Pittsburg, o molte altre grandi città americana che non siano New York, Boston o Chicago, la vita in centro finisce alle 17.30, quando chiudono gli uffici. Allora i grattacieli si svuotano, e la middle class americana prende la macchina, imbocca l’autostrada, e guida per qualche decina di miglia fino al suburb, il sobborgo fuori città più o meno residenziale dove l’aspetta la sua casa con garage e giardino.

La borghesia non abita in centro, luogo dedicato solo agli uffici. Né la sera esce in centro, perché dopo aver guidato 30 miglia e aver cenato a casa si rimane davanti alla tv. La working class, nel caso lavori in centro e non in fabbrica, comunque finito il lavoro torna nel suo neighbourooh, i quartieri di condomini in semi-centro e periferia. I locali, ristoranti e bar, ovviamente ci sono, e nel week end sono normalmente affollati, ma sono sparpagliati nei quartieri e così si mantiene una certa divisione sociale e/o etnica: spesso il locale nel quartiere afro-americano è frequentato da afro-americani, il locale nel parco vicino al lago è frequentato da clientela chic, ecc. Inoltre, gran parte dei negozi non sono a downtown, ma nei centri commerciali nei sobborghi, e quindi anche lo shopping non avviene tecnicamente in mezzo alla città ma in ambienti isolati e chiusi, che al loro interno magari ripropongono artificialmente l’impianto di una via o di una piazza. Non a caso sono chiamati mall, parola che in italiano si può rendere con Corso. Manca insomma quello che nella stragrande maggioranza delle città europee è il polo di aggregazione dove i cittadini, anche a prescindere dalla classe sociale e dal quartiere di provenienza, possono ritrovarsi per fare shopping o per cenare insieme. Quel polo che a New York, città per molti versi eccezionale rispetto agli Stati Uniti, è Manhattan.

Questa situazione è anche il portato, non premeditato, del modello di consumo sviluppatosi dal boom economico degli anni ’50 e ’60: l’idea che tutti potessero avere una macchina e una casa familiare per fatti propri con garage e giardino. Corollario di questa idea è stato lo sviluppo delle highways, le autostrade senza pedaggio che arrivano fin dentro il centro cittadino e lo collegano ai vari quartieri e sobborghi. Sviluppo che ha sostituito quello del trasporto pubblico, inclusi metropolitana, treno e autobus, le cui reti sono rimaste a livelli ben più bassi rispetto agli standard europei. E anche dove queste reti esistono, sono considerate a torto o a ragione mezzi non sicuri e frequentati da gente poco raccomandabile, per cui la macchina rimane il mezzo preferito per spostarsi – oltre che uno status symbol della propria condizione sociale e della libertà di muoversi a piacimento. Fanno eccezione New York e altre città più vecchie della East Coast, così come città dall’anima più europea come Portland e in parte San Francisco sulla West Coast. Ma tutto quello che c’è nel mezzo della nazione-continente è basato sul trinomio car-highway-suburb.

Un modello che alcune città stanno cercando di cambiare. Helena, consigliere municipale di Dallas, spiega con passione il suo progetto di ridurre il numero di corsie delle strade a downtown per ricavarvi piste ciclabili e marciapiedi alberati che incoraggino le persone a non usare sempre e solo l’auto. A Cleveland sono già un passo avanti. Alcuni anni fa il municipio ha formato un pool di architetti e urban designer che ha preso Euclid Avenue, una stradina deserta di downtown, e ha ridisegnato a tavolino le attività commerciali che vi si affacciano: un ristorante sushi e uno italiano, un teatro, il disco-pub The House of Blues, il ristorante biologico e quello greco, un paio di negozi. La via è stata chiusa al traffico così da poter tenere i tavolini e le sedie sui grandi marciapiedi. Marciapiedi che di inverno sono riscaldati da un sistema di riscaldamento interrato per sciogliere la neve che a Cleveland viene abbondante dal Canada, e tenere così la strada aperta e viva anche nei mesi invernali. Stesso processo è in corso per la zona del West Side Market, ai margini di downtown, con investimenti del comune e grandi sforzi dell’associazione locale di cittadini per riaprire i vecchi negozi chiusi con l’avvento dei mall. E’ singolare vedere tutto questo impegno per ottenere qualcosa che nelle città italiane ed europee accade naturalmente da secoli, che fa parte del nostro stile di vita. E’ tanto più singolare constatare che negli Stati Uniti lavorano per ridurre gli eccessi e gli effetti di un modello di consumo verso cui invece tendono alcune città europee ed italiane, come Milano e in parte Roma, con l’apertura di centri commerciali e la costruzione di quartieri satelliti fuori città. Cara, vecchia, downtown.
 

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3 COMMENTS

  1. Come evidenziato
    Come evidenziato dall’articolo gli americani si stanno rientando verso un modello più europeo dove la downtown non è solo luogo di lavoro riservato agli uffici; è il nostro modello che non abbiamo intenzione di cambiare anche se spesso viene messo in crisi dalla presenza di centri commerciali periferici.
    Ma ci sono anche considerazioni di tipo economico, con i prezzi raggiunti oggi sfido un impiegato a riuscire a pagare la rata del mutuo per una casa in una zona più o meno centrale di Roma. I nostri suburbs non sono costituiti da villette con giardino ma da complessi di condomini i cui abitanti non possono certo recarsi in centro per ogni acquisto, nè sarebbe auspicabile avere dei quartieri dormitorio privi di servizi.
    Oltre a questo c’è il problema di trovare una collocazione alla grande distribuzione, la quale non è nata grazie alla presenza dei centri commerciali ma sono questi ultimi nati per servirla.
    E’ ovvio che sarebbe logisticamente ed economicamente impossibile collocare la grande distribuzioni in aree centrali.
    Dall’incontro di queste due esigenze (servire i quartieri periferici e collocare la grande distribuzione) nascono e si collocano in zone periferiche i centri commerciali.
    Il nostro problema non è tanto quello di rendere più vivo il centro come polo di attrazione per il tempo libero e gli acquisti ma quello di rendere i quartieri periferici più simili al centro.
    Un quartiere periferico non dovrebbe essere solo un ammasso di condomini e case a schiera uniti da un labirinto di strade la cui unica funzione è quella di accedervi ma dovrebbe avere una sua strada centale con ampi marciapiedi e frequesnti attreversamenti pedonali, dove sono collocati negozi, bar ristoranti, e possibilmente anche una zona pedonale chiusa al traffico. Trasformare ciò che gia esiste è difficile ma bisognerebbe considerarlo in fase di progettazione.

  2. Ikea a Torino sud
    Interessante questo articolo, uscito in concomitanza con il caso Ikea a sud-est di Torino. Premesso che è mi sembra demenziale il modo di procedere della provincia e anche dell’Ikea (Ikea: Vogliamo farlo lì. Provincia: No. Ikea: allora niente da nessuna parte) Un procedimento corretto sarebbe stato (Ikea: vogliamo un area con queste caratteristiche… Prov. Queste sono a vostra disposizione.. Ikea: sceglieremmo … ma vorremmo…)
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    Invece mi accorgo che i miei rapporti con l’acquisto sono cambiati. Al centro commerciale solo più per gli acquisti di “drogheria” (detersivi, bagno, pasta, tè…) mentre per altri articoli mi rivolgo pian piano sempre più all’on-line.
    Mi servirebbe uno scaffale Ikea identico ad uno che ho già e lo comprerei volentieri on-line, perchè non posso dedicare mezza giornata per uno scaffaletto, invece Ikea non fa questo servizio.

  3. Nel mio piccolo
    Evito di comprare nei centri commerciali, che trovo oltretutto freddi ed anonimi, e mi rivolgo ai negozi di quartiere, piu’ costosi ma sicuramente piu’ amichevoli e sopratutto professionali. Per offerte e prezzi migliori sto comprando sempre piu’ in rete. Per quanto mi riguarda i centri commerciali non hanno un grosso futuro e credo anche che sia un bene visto che sono generalmente molto brutti esteticamente oltre che pericolosi di sera. Ovviamente se sempre piu’ persone eviteranno questi centri per un ovvia legge del mercato saranno costretti a chiudere.

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