In ricordo di Oriana nel giorno  del suo compleanno

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In ricordo di Oriana nel giorno del suo compleanno

29 Giugno 2007

Oggi Oriana Fallaci avrebbe compiuto settantotto anni, ma questo è il suo primo compleanno senza di lei, e non mi sembra vero. La donna che seppe erigere in ogni suo libro un monumento alla vita ora tace nel silenzio irreale della morte, accanto ai suoi familiari nella tomba che si scelse con scrupolo certosino nel cimitero agli Allori, tra il Galluzzo e Firenze. E il suo silenzio è il più irreale e assoluto, come assoluto fu il suo amore per la vita. “La morte è uno spreco” – diceva – ed era convinta che la partita a scacchi con la Signora nera, quella del Settimo sigillo, fosse un partita truccata, perché si nasce per morire e dopo la morte c’è il nulla. Già, Oriana non si è mai convertita alla fede, neppure quando il suo crepuscolo declinava nell’ultima notte del tempo, anche se per scrutare l’estremo raggio di sole volle una finestra aperta sul Cupolone del Duomo dopo aver stretto le mani a monsignor Fisichella, vescovo di Santa Romana Chiesa. Che poi, il giorno del funerale, fece risuonare per lei tutte le campane della Firenze ingrata. Nessuno scrittore del Novecento, tranne forse Canetti, ha saputo descrivere come Oriana, in modo così limpido e crudo, lo scontro eterno tra la vita e la morte. Una lotta apparentemente impari, a cui però la “Lettera a un bambino mai nato” riuscì a dare un epilogo sorprendente. Questo: “Ora muoio anch’io. Ma non conta. Perché la vita non muore”. Sì, la vita non muore perché chi se ne va lascia tracce indelebili, e Oriana dunque c’è ancora con i suoi scritti, con la travolgente passione, con la testimonianza appassionata di un’esistenza trascorsa nelle trincee di guerra e dentro un fortilizio di solitudine che è stato la sua forza e la sua disperazione.

Oriana si sentiva incompresa, nonostante i milioni di libri venduti, e questo la feriva, allo stesso modo in cui sentiva come frecce conficcate nella carne i luoghi comuni che le avevano cucito addosso. “Quella che si compiace di andare al ristorante con l’elmetto. Che tremenda idiozia!”. Lei ha sempre detestato le guerre, ma le guerre purtroppo fanno la storia, e da cronista della storia ha voluto “vivere la storia nel momento stesso in cui la storia si svolge”. E poi, “si è sempre attratti da ciò che si odia. Forse per odiarlo di più?”. Ma quando ti dichiarano guerra, non puoi porgere l’altra guancia, non devi far finta di nulla, e il nuovo millennio ci ha portato un’altra guerra, che l’Europa adagiata nella bambagia della libertà rifiuta di vedere e di affrontare per quello che è. Una guerra, appunto, anche se asimmetrica e dunque senza eserciti in campo. Ma il teatro siamo noi, le nostre città e le nostre strade, la stazione di Madrid e la metropolitana di Londra, il parco di Amsterdam dove sgozzarono Van Gogh e le banlieues di Parigi in rivolta. In gioco c’è proprio la libertà, l’unica ideologia che per Oriana aveva un senso, la libertà perduta in Francia dal professor Redeker, costretto alla clandestinità solo per aver scritto su “Le Figaro” un articolo contro l’Islam. La libertà che forse stiamo tutti smarrendo senza rendercene conto, proprio come il glaucoma uccide l’occhio, in modo progressivo e subdolo, mangiando ogni giorno un frammento di campo visivo. Senza sintomi e senza dolore.

La Fallaci se n’è andata lasciandoci questo testamento, un lucido e disperato manifesto: “L’Occidente ama la vita, l’Islam la morte”. Chamberlain e Daladier speravano di difendere la vita dei loro Paesi siglando il trattato di Monaco con Hitler, ma lasciarono via libera allo spietato fuhrer della morte, condannando l’Europa alla catastrofe nazista. E perché quel paludoso spirito di Monaco continua ad aleggiare sul Vecchio Continente, a settant’anni di distanza, ora che gli integralisti islamici, eredi diretti delle camicie brune, minacciano di nuovo la nostra libertà? Oriana era tormentata da questa domanda disperante, e non trovava risposte. Sarà la storia a dare il suo verdetto senza appello, e c’è solo da sperare che Cassandra avesse torto, anche se i fatti per ora le stanno dando ragione. Non sono forse bastate alcune vignette “blasfeme” uscite su una sconosciuta rivista danese per scatenare l’inferno islamico, per bruciare chiese, per uccidere cristiani? O che il papa citasse a Ratisbona un dialogo fra il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo con un persiano su Cristianesimo e Islam e sulla necessità di non diffondere la fede con la spada per suscitare lo sdegno e la rivolta dei Paesi islamici cosiddetti moderati? Ci si ostina a non capire, insomma, che è in atto un movimento epocale, per cui le avanguardie islamiche hanno trasformato una fede in Dio in una ideologia tesa a imporre un potere teocratico e totalitario su tutti gli “infedeli”. E non è rinnegando le nostre radici e la nostra cività, immergendoci nella melassa del relativismo, che salveremo l’anima e la pelle.

“Gli islamici ci detestano perché non crediamo più a nulla”, mi disse una volta Oriana. E in Islam, infatti, Oriana è sempre stata rispettata, dopo la sfida del burqa strappato davanti a Khomeini. Le donne, che sono l’ultima speranza di emancipazione dell’Islam, fotocopiano clandestinamente i suoi libri, i giornali hanno dato in prima pagina la notizia della morte. Il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi ha detto di lei: “Tra i miei autori preferiti c’è Oriana Fallaci, in Iran è molto famosa e credo che “Un uomo” sia il più bel libro che ho letto”. Un giudizio sorprendente? “No, è talmente brava che merita rispetto”.

PS: Tre anni fa, il 29 giugno del 2004, Oriana volle che la accompagnassi in Versilia per festeggiare – parole testuali – “il suo ultimo compleanno”. Fu categorica, e come sempre non ammise repliche. L’alieno avanzava inesorabilmente dentro di lei, stava cominciando la battaglia finale, ma sono certo che quella “certezza” esplicitata era solo una scaramanzia, un arcano espediente per rinviare l’appuntamento con la morte. Fu felicissima e vitale, infatti, in quei giorni di inizio estate, accompagnata dai fedeli carabinieri della scorta che trattava come figli, con materna bonomia. Ed è quella l’Oriana che voglio ricordare oggi che non c’è più, nel giorno del primo compleanno senza di lei. Una terribile, affettuosa amica. E un bardo al servizio della libertà.

Riccardo Mazzoni è direttore del Il Giornale di Toscana