In tempi di crisi Zapatero alza le tasse (e abbassa l’asticella del consenso)
30 Settembre 2009
In tempi di recessione è difficile realizzare una politica di riduzione fiscale ma aumentare le tasse di sicuro non è la forma migliore per affrontare la crisi. Ne sa qualcosa il governo Zapatero che, dopo aver aumentato le imposte dell’1,5 per cento del Pil, sta pagando cara la sua scelta specialmente sul fronte del consenso pubblico.
La misura adottata, infatti, se da un lato mira a far piovere nelle casse dello Stato circa 11 miliardi di euro l’anno utile a finanziare il deficit statale (vicino ormai al 10 per cento ma che potrebbe raggiungere il 12 per cento), dall’altro determina nientemeno che un incremento di 930 euro l’anno per ogni famiglia. La manovra, che prima dell’estate era stata assolutamente esclusa dall’esecutivo, è stata definita dagli economisti “troppo drastica”.
La bozza della “Ley de los Presupuestos Generales del Estado” – che rientra nel tanto annunciato “piano di austerità nazionale”e che sarà approvata dal Congreso nei prossimo giorni – prevede che, dal luglio del 2010, il governo di Madrid aumenterà di due punti (dal 16 al 18 per cento) l’aliquota ordinaria dell’Iva e di un punto, fino all’8 per cento, l’aliquota ridotta (quello che riguarda in primis l’immobiliare, il turismo e la ristorazione). I settori principalmente colpiti saranno quindi il tabacco e il petrolio, già penalizzato dalla caduta del prezzo del greggio. Inoltre, la deduzione di 400 euro di Irpef concessa appena due anni fa è stata di punto in bianco eliminata. In compenso, è stata lasciata intatta l’imposta sul prezzo dei beni di prima necessità, che resta al 4 per cento. I redditi da capitale saranno soggetti invece ad un aumento tra il 19 e il 21 per cento per quanto riguarda le rendite annuali superiori a 6mila euro. Una mossa particolarmente enfatizzata dal governo per cercare di far credere all’opinione pubblica che l’obiettivo dell’esecutivo è davvero quello di “colpire i ricchi”.
Le mezze verità di Zapatero sono da subito venute a galla. La manovra lascia infatti intoccate le “Sicav” (Società di Investimento a Capitale Variabile), delle società per azioni che in Spagna godono di un regime fiscale molto vantaggioso (i titolari pagano solo l’1 per cento dei guadagni annui come “imposta di società”, operano liberamente nei mercati e versano al Fisco il 18 per cento unicamente quando vendono le proprie azioni). Dopo un tira e molla, il governo ha preferito non riformare la disciplina di queste società per risparmiarsi una grande polemica che avrebbe anche infastidito alcuni “poteri forti” della finanza spagnola.
L’aumento delle imposte indirette colpisce in realtà la fascia medio-bassa in misura molto maggiore di quella più elevata. Il 94 per cento di coloro che sono colpiti dall’aumento dell’imposta, infatti, ha rendimenti inferiori ai 6mila euro l’anno. Solo un milione di contribuenti dovrà pagare quindi il 21 per cento di Iva, mentre coloro che hanno un rendimento di 60mila – secondo gli standard internazionali, i ricchi – sono circa 100mila persone, che pagheranno solo 5mila euro in più l’anno. E, ciliegina sulla torta, coloro che guadagnano un milione di euro contribuiranno con una media di appena 30mila euro. Aldilà di quello che possa dire il leader socialista, non si tratta infatti di un’imposta progressiva.
In un momento di crisi, nel quale sia le imprese che le famiglie tirano la cinghia per arrivare a fine mese, c’è poi da tenere in conto che l’aumento delle imposte determinerà un incremento delle frodi fiscali. E Zapatero non ha fatto nulla per evitarlo. Anzi, ne sarà il colpevole. Se nel 1975 l’industria rappresentava il 35 per cento del Pil, oggi riguarda solo il 15 per cento. La caduta della produzione industriale è stata del 17,4 per cento, sei punti in meno degli ordini industriali (23,2 per cento). Non sono per niente positive neanche le prospettive del settore dei servizi, pari a due terzi del Pil, con un calo del 14,3 per cento. E non parliamo dell’agricoltura, che sta affondando sempre di più. Se, accanto a tutti questi dati, calcoliamo che in Spagna l’economia sommersa ammonta a circa il 20 per cento del Pil, per molti è chiaro che la conseguenza diretta dell’aumento delle tasse sarà quella della caduta delle riscossioni attraverso l’Iva (già in declino dal 2008).
Forte del fatto che l’agenzia Moody’s non modificherà in negativo il rating sul debito pubblico (che per il 2010 è prevista tra il 59 e il 62,5% del Pil, ma che potrebbe crescere fino al 136 per cento entro il 2016) e che, almeno in teoria, la Spagna sembra essere dunque più resistente del previsto, il premier spagnolo ha deciso di mettere le mani nelle tasche dei cittadini affermando che “il peggio della crisi è passato”. Con molta probabilità i 4,3 milioni di disoccupati – che diventeranno 5 milioni entro fine anno e 6 nel 2010 – non pesano sulle decisioni del loro presidente del Gobierno. La scomparsa di circa un migliaio di PMI e le difficoltà che devono affrontare i lavoratori autonomi vista la sempre più scarsa erogazione di credito da parte delle banche, dovrebbero incentivare qualsiasi governo ad adottare misure mirate a stimolare la crescita. Ma Zapatero era piuttosto occupato a varare la riforma dell’aborto e ha preferito puntare sugli incentivi “green” all’utilizzo del trasporto pubblico inclusi nella “Ley de Economia Sostenible”.
Il premier socialista è stato particolarmente audace nel dichiarare che, nonostante la nuova normativa fiscale, in Spagna ci sarà una diminuzione della pressione fiscale che, dal 34,5% nel 2004, arriverà al 34,1%. In realtà, Zapatero si è dimenticato di dire che il calo dell’indicatore è dovuto al fatto che, durante la recessione, la diminuzione delle entrate è stata più intensa rispetto all’aggiustamento dell’economia. I dati del governo, poi, hanno mostrato una fotografia talmente ritoccata che il responsabile della redazione del testo della legge del bilancio preventivo Alvaro San Martín ha deciso di dimettersi appena due settimane prima dalla sua approvazione. La titolare del dicastero dell’Economia Elena Salgado ha deciso infatti che l’anno prossimo il Pil cadrà solo dello 0,3 per cento (quando a giugno il calo ufficiale era al -4,2 per cento e quello reale quasi al doppio). Per di più, nonostante il congelamento dei salari, l’aumento delle tasse e delle bollette, il documento prevede che i consumi passeranno dal -5,9 per cento di giugno 2009 al -0,4 per cento per l’anno prossimo. Un aumento del 5,5 per cento in un momento di crisi. Un dato che farebbe gridare al miracolo anche il più miscredente.
Ancora. Il premier spagnolo ha parlato a lungo di un risparmio del 6 per cento della spesa pubblica e della caduta del 4,5 per cento di questa spesa se paragonata a quella del 2009. Come fa notare il quotidiano economico “Expansión”, il dato diffuso dal governo non è corretto perché sono state messe a confronto cifre disuguali: in realtà, la spesa pubblica aumenterà del 15 per cento in una fase di recessione. Secondo le ultime notizie, poi, il documento del bilancio preventivo prevede il congelamento (e non la riduzione come molti chiedevano) degli stipendi delle cariche dello Stato. Zapatero continuerà quindi a guadagnare 91.982,40 euro per 12 mesi, mentre i suoi tre vicepresidenti intascheranno 86.454,35 ciascuno. Da più parti era giunta la richiesta di accorpare alcuni ministeri o ridurre i suoi tre vicepresidenti a uno. Una richiesta rimasta di fatto ignorata.
Con questo ultimo intervento sulla leva fiscale Zapatero ha perso il sostegno interno al partito – così come il consenso popolare – e ora si sta riducendo ad approvare leggi per accontentare gruppi d’interesse (come i collettivi pro-aborto) o partiti minoritari (come i nazionalisti baschi, che mirano ad ottenere un trattamento fiscale ed economico di favore dalla nuova normativa). Non a caso la stampa spagnola parla di un premier sempre più isolato…
