In Tibet la Cina sbaglia ma le proteste sono fuori tempo
22 Aprile 2008
Questa storia del Tibet e della Cina è di moda tra i goscisti intellettuali di alcuni Paesi occidentali, come la Francia. Curioso che i goscisti francesi , in gran parte trozchisti, si gettino contro i comunisti cinesi (quasi a dimostrazione che questi schemi ,Destra e Sinistra, sono del tutto saltati ). E i cinesi , come era da aspettarselo, rispondono dopo qualche tempo , grattando sul ventre nazionalista popolare : grandi manifestazioni antifrancesi, di cui il potere ha il totale controllo, nonostante i suoi appelli alla calma e alla riflessione. E attenzione la ribellione anti-occidentale si può estendere ad altri Paesi ; la Francia vuol essere solo un avvertimento.
I cinesi hanno massacrato un movimento di rivendicazione della autonomia tibetana, guidato dai buddisti del Dalai Lama. Sui metodi cinesi usati per combattere e reprimere le cosiddette “cricche” dei propri nemici, è già stato scritto tutto quello che si poteva,per condannare un metodo politico, che non fa che continuare la tragica strada al comunismo di Lenin, prima e di Stalin e dell’URSS, poi. Anche se in Cina , la base culturale vera e strutturata della politica non è il marxismo, ma la storia imperiale millenaria e il confucianesimo. Il Mao marxista non ha avuto grande seguito storico in Cina.
La cosa curiosa ( ma poi mica tanto ) è che ci si accorga dei metodi imperiali e antichi dei cinesi solo per il Tibet e non nei rapporti con altre cosiddette “minoranze”, di diverse regioni ,culture o religioni.
Ci sono due punti che i cinesi non accettano di discutere in sede internazionale: la loro sovranità sul Tibet e su Taiwan. Sono argomenti controversi, ma che in Occidente, troppo spesso , sono trattati con grande superficialità storica e politica. Con serietà e conoscenza dei fatti, Mario Rimini ha molto bene affrontato il tema qualche tempo fa sull’Occidentale. Vale la pena tornare allora su alcuni punti importanti per le scelte che l’UE dovrà fare su Giochi Olimpici e Cina.
Quando fu affidato alla Cina il compito di organizzare le olimpiadi, si conoscevano bene politiche e sistemi del Paese ospitante, comprese le questioni intrattabili, come Tibet o Taiwan. Quindi porre oggi questi problemi, a distanza di due mesi dall’apertura dei Giochi, ha un vago sapore di ricatto assolutamente incomprensibile. Altra questione è la condanna senza mezzi termini dei metodi di repressione adottati: anche se bisogna pure capire che da parte cinese le manifestazioni tibetane sono lette come metodi di sabotaggio dei Giochi Olimpici: e in questo senso essi le trattano, secondo loro metodi e tradizioni, che noi non possiamo certo condividere.
Nel merito della autonomia tibetana è bene rileggersi la storia dell’impero cinese e quella del regno teocratico, creato da una interpretazione del buddismo, come bene spiega Rimini nel suo articolo: delle invasioni mongole e dell’impero Ming, del protettorato inglese e della successiva annessione della regione da parte di Mao, anche in chiave anti-teocratica.
Mentre è scoppiata la questione tibetana, a Taiwan è andato al potere un…amico della Cina popolare, quasi a indicare la strada taoista della ricomposizione dell’ “impero degli Han”. Il quale “impero”, in quanto Cina popolare, piaccia o non piaccia , si presenta al mondo, anche attraverso le olimpiadi.
Se la nazione cinese fosse smembrata in una parcellizzazioni di popoli e culture, di Stati e Staterelli,confraternite e teocrazie, la pace nel mondo sarebbe in forte pericolo. Quindi l’unità cinese è un interesse per tutta l’umanità.
Che poi siano molto giuste le idee di Tremonti sui metodi di dialogo economico con la Cina e con altri nuovi giganti dell’economia mondializzata, in termini collaborativi, ma non ciecamente liberisti, è tutt’altra questione. Ma non possiamo usare la fionda di Davide per accecare Golia, non lo accecheremmo, avremmo torto: non siamo Davide e la Cina non è Golia. Ne’ possiamo dimenticare tutti i movimenti indipendentisti , di casa nostra e del resto del mondo ( vogliamo parlare dell’Africa per esempio? ), che vengono repressi con milioni di morti, nei quali l’Europa ha le mani in pasta e talvolta anche le braccia.
