In Uganda non tutte le vittime di Kony salutano il video di Invisible Children

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In Uganda non tutte le vittime di Kony salutano il video di Invisible Children

17 Marzo 2012

 “Di video virali è lastricata la via dell’inferno” ha scritto su Foreign Policy David Reiff. Stando a quanto è successo in Uganda, probabilmente ha ragione. Il 13 marzo  un’associazione di attivisti locali ha proiettato il documentario contro Joseph Kony prodotto da Invisible Children a Lira, una città di circa 100 mila abitanti nel nord dell’Uganda.

Erano presenti molte vittime delle violenze della Lord’s Resistance Army di Kony negli anni passati. Come mostra un servizio realizzato da Al Jazeera, le reazioni non sono state positive. Un uomo che è stato mutilato mentre era nelle mani dell’Lra ha detto che giudica molto negativamente la campagna che promuove Invisible Children: il fatto che ci sia gente che indossa una maglietta con la faccia di Joseph Kony, ha detto, gli appare un modo di “celebrare” le azioni violente invece che combatterle.

La ong americana ha centrato la sua campagna proprio sul mettere da tutte le parti – in poster, volantini, magliette – il viso di Kony, per “renderlo famoso” – “make him famous” è uno degli slogan – e far conoscere le sue azioni, e nel suo video di risposta alle molte critiche che gli sono state mosse ha difeso la sua impostazione. Il servizio mostra che molti spettatori hanno reagito con rabbia al documentario e verso la fine hanno lanciato pietre verso lo schermo.

Un altro spettatore ha detto che il documentario gli è sembrato un modo per “fare soldi” sulle violenze commesse nel loro paese diversi anni fa. Altre persone che hanno subito le violenze hanno detto che il video ha riportato alla luce terribili traumi che pensavano di aver superato. Il Wall Street Journal racconta di come gli ugandesi più giovani abbiano potuto conoscere le atrocità subite dai propri genitori.

Una onda emotiva che dimostra come gli ugandesi siano rimasti choccati. E non potrebbe essere altrimenti visto quello che è accaduto nel cuore dell’Africa. L’Uganda è sempre stato un Paese diviso dalla rivalità tra Nord e Sud. In questo contesto da guerra civile, nelle regioni settentrionali, nasce l’Holy Spirit Movement, un movimento caratterizzato dal fanatismo da una spiccata ispirazione millenarista A guidare la guerra contro Yoweri Museveni (che è presidente dal 1986).   c’è la fondatrice Alice Auma che si è autodefinisce il “nuovo messia”.

Nel 1989 le truppe governative infliggono una durissima sconfitta al movimento.  A questo punto si materializza Joseph Kony che riorganizza quello che resta delle truppe ribelli ribattezandole. Così nell’Africa centrale si spalancano le porte dell’inferno. Il nuovo leader si distingue per la propensione verso un misticismo che fonde elementi di fondamentalismo cristiano con antiche credenze locali e che è stato utilizzato per dotarsi di un’aura da semidio. Caratteristica distintiva dell’Lra sono però le atrocità commesse durante le incursioni, in particolare il sistematico ricorso al rapimento di bambini al fine di arruolarli come soldati o costringerli a prostituirsi.

Una macchina del terrore che è valsa a Kony e ad altri quattro esponenti del movimento l’accusa di crimini di guerra e contro l’umanità da parte della Corte penale internazionale. Il conflitto nel frattempo è debordato oltre le frontiere arrivando in Uganda Repubblica Democratica del Congo e Repubblica Centrafricana e Sudan. Durante il conflitto sudanese Kony ha potuto godere del sostegno che il presidente Bashir gli ha garantito in risposta al supporto assicurato da Museveni allo Spla (Sudan People’s Liberation Army, braccio armato del partito secessionista Sudan People’s Liberation Movement).

Grazie alla protezione di Kharthoum, a partire da metà degli anni Novanta, l’Lra ha così potuto utilizzare il territorio sudanese come base dalla quale portare i suoi attacchi nel nord dell’Uganda. Così è stato fino al 2005, quando l’accordo di pace in Sudan ha avuto l’effetto di indebolire notevolmente le capacità operative del movimento, che dal 2006 non è più presente in Uganda (come invece lascia intuire il video di Invisible Children). Nel 2008 un’operazione militare in grande stile (composta da uomini dell’Spla, soldati ugandesi e congolesi) distruggono il quartier generale che Kony aveva stabilito in Congo.

Un colpo durissimo che ha indebolito il Lord Resistence Army ormai composto solo da 300-400 soldati (rispetto ai circa 3 mila stimati dieci anni fa). Oggi di Kony non se ne sa nulla. Secondo alcune fonti si sarebbe rifugiato in Darfur, ricomponendo la vecchia alleanza con Bashir. Invisible children punta a mobiliare l’opinione pubblica mondiale anche facendo leva sulla rinnovata “asse del male” tra Kony e Bashir. Ma in questi giorni la ong californiana ha altri problemi. Giovedì, Jason Russell, cofondatori di Invisible Children e regista di Kony 2012 è stato arrestato  per atti osceni in luogo pubblico.

Russel ora si trova in un ospedale psichiatrico. Invisible Children ha poi diffuso un comunicato dicendo che Russell spiegando che “le ultime due settimane sono state molto pesanti per tutti noi, in particolare per Jason, e questo peso si è manifestato nell’increscioso incidente della notte scorsa”.