In una democrazia competitiva il potere logora anche chi ce l’ha
30 Gennaio 2009
La politica italiana presenta, agli occhi dell’osservatore non partigiano, uno sgradevole déjà vu. L’ennesima replica di uno schema già conosciuto. Alle elezioni politiche si ha l’impressione nettissima di una competizione bipartitica tra due formazioni maggiori chiaramente delineate (o almeno a coalizioni molto omogenee), che si contendono i consensi dei votanti indecisi. Poi, passata la festa elettorale, torna pian piano la babele. Dapprima cominciano in sordina i distinguo; successivamente si moltiplicano le voci dissonanti; infine crescono giorno per giorno le sfagliature. Così, man mano, per inarrestabile progressione, la lotta politica torna a essere un miserabile pollaio dove cento galli sfiatati razzolano allegramente, lanciandosi segnali cifrati, facendosi volta a volta l’occhiolino o il dispettuccio.
Si tratta di uno spettacolo cui, pur con tempi e modi diversi, abbiamo assistito dopo ogni tornata elettorale. Così fu nel 1994. Così nel 1996. Lo stesso discorso, sia pure con esiti meno negativi, si ebbe anche dopo il 2001. Certo, in questo caso per quasi quattro anni tutto è filato abbastanza liscio, ma nel 2005 non si è potuto evitare un largo e inutile rimpasto di governo imposto dalla protervia partitocratica. Successivamente, la XV legislatura è stata molto breve proprio a causa di una frammentazione strutturale della compagine di governo. Adesso, dopo le speranze della primavera scorsa, si moltiplicano le spinte disgregative.
Sorge a questo punto un interrogativo. Qual è la realtà? Quella del confronto bipartitico tra due grandi orientamenti ideali o quella del multipartitismo allargato o estremo dove convivono rissosamente tante diverse sigle elettorali? Una corrente di pensiero che va per la maggiore fornisce a questo interrogativo una risposta di natura sociologica. Data la frammentazione corporativa della società italiana, attraversata da pulsioni familistiche, segnata irredimibilmente da istanze localistiche, la frammentazione politica non solo è attendibile, ma anche auspicabile. Solo così si possono evitare pericolose divaricazioni tra classe politica e società civile.
Questa risposta, apparentemente assai realistica, pecca di descrittivismo. Si limita, cioè a ritenere che la realtà sociale debba si rispecchiarsi senza residui nel sistema politico. Il fatto è che tutte le società moderne avanzate sono società largamente plurali, nelle quali convivono e si scontrano una molteplicità d’interessi. Insomma, la frammentazione sociale non è un’esclusiva italiana ma esiste anche negli altri paesi democratici (Spagna, Francia, Gran Bretagna, Germania, per non dire degli Stati Uniti). Altrove, però, il sistema politico riesce a indirizzare e selezionare le richieste provenienti dalla società, portandole ad una sintesi che si esprime in determinate politiche pubbliche. Una sintesi mai definitiva, che trova un suo equilibrio processuale regolato dal gioco dell’opinione tradotto in salde maggioranze di governo.
Se in Italia questo non avviene, o avviene in maniera del tutto insoddisfacente, la ragione sta nella irrisolta organatura del sistema politico-costituzionale. Nel nostro paese si è riusciti empiricamente a fare delle elezioni politiche una competizione per il governo, riducendo di molto i margini della democrazia mediata. Tuttavia mancano le regole di funzionamento formali e sostanziali per garantire i passaggi successivi. Il premier, investito di una legittimazione diretta dell’elettorato, non dispone dei poteri costituzionali necessari per dirigere la politica del governo. Si vota quasi una volta l’anno per consultazioni di altra natura (europee, regionali, elezioni locali) e si tende a rivestire di significato politico scelte che riguardano altre sfere della vita pubblica.
Rispetto a questa situazione non serve rifugiarsi in un calcolo politicista, ritenendo che gli equilibri attuali sfavoriscano soprattutto il centro sinistra, attraversato da spinte centrifughe assai più pronunciate. Il centro destra non può cullarsi nell’illusione che il vantaggio conseguito alle ultime elezioni sia un acquisto definitivo. A differenza di quanto accadeva nella prima repubblica partitocratica in una democrazia competitiva il potere logora. Certo la nascita del nuovo partito può essere un evento importante anche sotto il profilo della funzionalità del sistema politico. Pure, per contrastare l’usura dell’opinione la nascita del PdL è una condizione necessaria ma non sufficiente. Occorre accompagnarla con i necessari aggiustamenti costituzionali e regolamentari.
