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India, Cina e Corea animano i cartoon

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Occidente chiama, Oriente risponde. Le grandi imprese occidentali di animazione (prime tra tutte quelle europee), che per la produzione dei cartoni animati si sono affidate alla manodopera orientale (localizzata in India, Cina, Corea), rischiano ora di vedersi scavalcare dai loro stessi fornitori: i quali, forti  dell'esperienza maturata, si organizzano in modo da reggere il confronto e fare da sé. Un po’ come è accaduto per l’industria manifatturiera, il basso costo della manodopera ha spinto le imprese occidentali – lo stesso Giappone – a ricorrere all’outsourcing verso nazioni asiatiche; non solo i cinque “grandi” dell’animazione europea (Francia, Spagna, Germania, Italia e UK), ma lo stesso Giappone ricorre volentieri all’esternalizzazione (in pratica, l’ideatore delinea nei tratti essenziali una sceneggiatura – il cosiddetto “storyboard” - che poi il subfornitore si occupa di disegnare nel dettaglio e animare).

Il prossimo Annecy International Animated Film Festival (dall’11 al 16 Giugno), tradizionale evento francese del settore, suonerà probabilmente come la risposta europea alle grandi manovre che provengono dal fronte asiatico: difatti, secondo lo studio della NASSCOM (National Association of Software and Service Companies) presentato all’ Animation & Gaming India 2007 Summit, svoltosi a Hyderabad all’inizio di Gennaio, il valore del mercato indiano di animazione, pari a 354 milioni di dollari nel 2006, dovrebbe crescere fino al 2010 raggiungendo gli 869 milioni di dollari. Per la sua anglofonia, per il buon livello di sviluppo tecnologico e l’esperienza nel settore dell’intrattenimento, che motivano in parte gli irrisori costi di produzione (60 mila dollari per un cartone animato di mezz’ora, la metà di quanto necessario in Sud Corea e a Taiwan e almeno un quarto rispetto agli Stati Uniti) - l’India rappresenta una destinazione privilegiata dell’outsourcing occidentale: ma le stesse caratteristiche la convincono ora a fare i conti per affermarsi in prima persona, sia nel mercato domestico sia all’estero. L’idea sarebbe quella di seguire la strada già tracciata da Francia, Singapore ma anche Canada e Filippine: un sostegno governativo esplicito: non solo attraverso l’impegno immediato nella formazione (come quello assicurato dal governo dell’Andhra Pradesh, che realizzerà un’”accademia” dell’animazione), ma con investimenti e interventi regolatori mirati per proteggere la produzione nazionale.

Sulla stessa scia si è mossa di recente la Cina, determinata a difendersi dalla dipendenza nipponica sul fronte dell’animazione – benché la qualità del prodotto interno lasci ancora piuttosto a desiderare. Dopo la misura varata nel 2004, per la quale almeno il 60% dei cartoni animati trasmessi deve essere di produzione nazionale, dal settembre dello scorso anno la SARFT (State Administration of Radio, Film and Television) ha vietato la trasmissione di cartoni animati stranieri nella fascia di punta, dalle 17 alle 20. Festeggiando nel 2006 i suoi ottant’anni (il primo film di animazione cinese risale al 1926), l’industria dei cartoni animati in Cina ha voluto ribadire una supremazia anche temporale rispetto al Giappone, la cui leadership nella produzione sarebbe oggi impensabile senza il ricorso all’esternalizzazione.

Proprio questa incontrovertibile tendenza, secondo alcuni, sarebbe all’origine del declino della creatività nipponica, e, rispettivamente, delle incipienti fortune come produttori di due paesi come Cina e Corea. In quest’ultimo caso, non si tratta solo della Corea del Sud – che già negli anni ’90 copriva la metà dei contratti di subfornitura per l’animazione a livello mondiale – ma sorprendentemente anche di quella del Nord, stretta nella morsa di una dittatura e tutt’altro che avanzata tecnologicamente. Pure tra mille difficoltà di comunicazione, l’animazione è riuscita dove diplomazia e storia hanno fallito: il Nord ha cooperato con il Sud per la produzione dei cartoni animati del pinguino Pororo  nonché per la serie TV storica “Il popolo di Koguryo”. Al festival di Annecy dello scorso anno - pressoché dominato da francesi e canadesi - le produzioni coreane hanno ottenuto due riconoscimenti: ormai ce n’è abbastanza per sospettare che sia già più che un promettente inizio.

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