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Inizio, evoluzione e fine della demagogia grillina

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Nessun intellettuale è riuscito a dare una definizione più corretta della nostra società, come Zygmut Bauman: la sua società liquida, infatti, si ricollega a quella condizione postmoderna in cui nulla è strutturato, ma, al contrario tutto è fluttuante e senza alcuna solidità, perché assume di volta in volta forme diverse, che rapidamente si trasformano.

Questo principio, valevole per tutto l’agire umano, assume maggior rilievo in politica, nella quale ha prodotto svariati movimenti in tutte le democrazie occidentali. In particolare, il nostro Paese ha conosciuto varie fasi di politica post-moderna, ma la guglia più alta del cono rovesciato della politica l’ha raggiunta senza dubbio quello che potremmo chiamare “grillismo”. Difatti, di tutti i movimenti sorti negli anni della crisi – cioè quelli delle proteste, della contestazione dell’establishment politico-economico, del modello stesso di società liberale – il “grillismo” è nato in maniera bizzarra, ma, allo stesso tempo, inquietante, perché ha fatto della demagogia un vero e proprio cavallo di battaglia. Peraltro, nell’accezione originaria, che è di matrice greca, la parola “demagogia” è assolutamente negativa: gli stessi Tucidide e Platone, attraverso le proprie opere, ci fanno comprendere quanto la tematica abbia radici antiche, sicuramente più nobili di quelle attuali, ma pur sempre profonde.

Nella sua fase embrionale – cioe quella del “Vaffa Day” – il “grillismo” giocò sulla rabbia sociale e sulle difficoltà economiche di un Paese portato all’estremo e lacerato dalle misure imposte dalla spinta europea e, di conseguenza, dal governo Monti. Il problema, nell’ottica di Grillo e dei suoi seguaci – divenuti, successivamente, Movimento Cinque Stelle –erano la casta politica e le élite finanziarie: ciò diede sfogo alle peggiori teorie complottiste, che facevano facilmente breccia su una Nazione stanca, delusa e senza punti di riferimento. La retorica grillina, di conseguenza, si è costruita, sulla capacità di estremizzare i concetti, cercando di mettere in campo un giacobinismo da ristorante, con elementari e banali richiami al “cittadino” o alla formula “uno vale uno”, contro il concetto della competenza. Fondamentale, inoltre, è stata la proposta di ritorno alla democrazia diretta, traslata attraverso la Piattaforma Rousseau, il cui funzionamento è opinabile sotto ogni punto di vista.

Tuttavia, come spesso avviene per le rivoluzioni tout court, la loro spinta anti-sistemica e demagogica ha ceduto il passo al potere, nel momento in cui quest’ultimo è stato ottenuto. Per questo, i “rivoluzionari” si sono trasformati in sistema, tradendo i principi fondamentali della propria ascesa politica. Dunque, nonostante ci fosse una certa retorica, l’orda grillina si è infranta contro il muro della realtà, costituita da difficoltà amministrative, che sono ben più complesse di un’opposizione senza quartiere e fine a se stessa. Questo vale non solo sul piano nazionale, ma anche su quello locale: a riguardo, è sufficiente guardare lo stato in cui versano Roma e le altre città in cui il M5S si è affermato, nelle quali il regresso, l’impasse e l’eccessivo giustizialismo minano il processo delle opere pubbliche, già farraginoso di suo, che viene appesantito dal freno inibitorio della cultura del sospetto.

Pertanto, sono molti i motivi che – se sommati ed analizzati, utilizzando un metro storico – spiegano ampiamente le ragioni del fallimento politico di un movimento sorto per distruggere l’attuale sistema politico, ma che da esso è stato prima assorbito e ora annientato. Quindi, il “grillismo” si è generato dal caos, senza alcun programma politico concreto, ma cavalcando semplicemente la rabbia e sfruttando a proprio vantaggio l’assenza di un élite e di una classe dirigente capace di gettare solide basi ed indicare una via alternativa, ma percorribile.

Attualmente, però, con l’esperienza di governo, i tanti fallimenti e i mancati risultati, hanno prodotto una flessione negativa per il Movimento, che lo sta conducendo verso un baratro o, in alternativa, verso un abbraccio mortale con la sinistra oramai orfana di se stessa.

 

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