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Il caso

INPS, disastro all’italiana

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Ancora una volta il principio di conservazione mandarini di Stato si è palesato.

Il Consiglio di Amministrazione dell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (INPS) insediatosi formalmente lo scorso 15 aprile 2020, con solo dieci mesi di ritardo rispetto alla nomina del Presidente, l’ormai celeberrimo Pasquale Tridico, ha ritenuto di riunirsi e, in sede di prima riunione, secondo quanto risulta all’Occidentale, di confermare tutti gli incarichi degli alti ranghi della dirigenza. Insomma, apparentemente all’INPS va tutto bene. Tutto bene, nonostante la dêbacle logistica, organizzativa e comunicativa avvenuta nelle scorse tre settimane.

Facciamo qualche passo indietro. La crisi pandemica del Coronavirus ha mostrato le prime avvisaglie a fine gennaio. É del 31 gennaio la proclamazione dello stato di emergenza. Dopo qualche settimana di passi falsi tra ordinanze in libertà, dpcm che, facendosi beffa delle norme costituzionali, introducevano reati penali e decreti legge che venivano annunciati per poi non essere presentati, il 9 marzo è arrivata la disposizione di lockdown dell’intero Paese che ha trasformato lo stivale in una zona “arancione” (di tono molto scuro per la verità) e ha bloccato gran parte delle attività economiche e lavorative.

A partire da questo momento, anche volendo credere – e non lo crediamo -, che l’Istituto non avesse accesso ad informazioni privilegiate da parte del Governo, sarebbe bastato seguire le migliaia di news che si susseguivano con cadenza copiosa da ogni fonte stampa e tv per ipotizzare che l’esecutivo, da lì a poco, avrebbe dovuto assumere imponenti – almeno riguardo il numero di lavoratori coinvolti – misure di sostegno al reddito.

Non servivano certo blasonati titoli di studio per immaginare che le piattaforme dell’ente di Via Ciro il Grande sarebbero state sottoposte ad una quantità di accessi “inusuale”. Invece, Pasquale Tridico, che all’attivo del suo curriculum vitae ha una cattedra di professore ordinario di Politica economica e di Economia del lavoro presso il Dipartimento di Economia dell’Università Roma Tre, un ruolo di direttore del Centro di Ricerca di Eccellenza Jean Monnet Labour, Welfare and Social Rights e una cattedra Jean Monnet dell’UE in Economic Growth and Welfare Systems, a quanto pare non ci è arrivato.

I Dirigenti apicali che lo affiancano, e che un paio di giorni fa hanno visto riconfermato il loro comodo incarico, a quanto sembra, nemmeno.

Tanto che, dopo aver messo in ansia cinque milioni di lavoratori annunciando (e poi smentendo) che i bonus da 600 euro sarebbero stati distribuiti secondo l’ordine cronologico e fino ad esaurimento risorse (una specie di “chi primo arriva meglio alloggia”) e aver procurato falso allarme facendo intendere che i nuovi esborsi richiesti all’INPS avrebbero potuto intaccare la disponibilità degli accantonamenti delle pensioni (paventando il possibile blocco dell’erogazione degli assegni), il fatidico primo Marzo 2020 la piattaforma informatica dell’Istituto non ha retto al numero elevato di accessi effettuati per richiedere l’indennità, palesando il fatto che nulla era stato attuato in termini preventivi.

Dopo aver tentato invano di dare la colpa a fantomatici hacker, l’istituto è stato addirittura sbeffeggiato pubblicamente da Anonymous che in un tweet breve e cristallino ha apostrofato: “Caro @INPS_it, vorremmo prenderci il merito di aver buttato giù il vostro sito web, ma la verità è che siete talmente incapaci che avete fatto tutto da soli, togliendoci il divertimento!”.

Le analisi tecnico informatiche apparse su diverse riviste di settore hanno ben analizzato la causa di ciò che è accaduto, puntando il dito sui tardivi e maldestri tentativi di alleggerire il carico dei server – messi in atto con ogni probabilità dalla Direzione Informatica dell’INPS (che fa formalmente parte della struttura della Direzione Generale) o da una delle ditte appaltatrici a cui l’Ente ha esternalizzato taluni servizi – attraverso meccanismi che in gergo tecnico vengono chiamati “di caching”. La fretta e l’incuria nello svolgere tale operazione avrebbe integrato nella cache anche sessioni private, con il risultato di esporle pubblicamente ad altri ignari utenti che volevano semplicemente accedere alla propria pagina MyINPS e compilare la domanda di sussidio.

Arrivati a tanto non è difficile credere a fonti interne che descrivono il livello di anarchia e disorganizzazione dell’ente in queste settimane con toni drammatici: alti Dirigenti che barricandosi dietro le difficoltà tecniche del lavoro in smart-working non avrebbero impartito adeguate direttive (evitando di assumersi le responsabilità per cui sono pagati), funzionari – anch’essi operativi da remoto – lasciati allo sbaraglio in lungo e in largo per l’Italia, soltanto una una ventina di funzionari dislocati nelle varie parti del Paese che dovrebbero assumersi il carico di lavoro e anche la responsabilità delle azioni e decisioni quotidiane rispetto all’erogazione di milioni bonus.

Insomma per essere gentili si potrebbe concludere con l’affermare che l’Ente di Previdenza Sociale è tutt’altro che previdente.

Ma adesso chi paga per ciò che è successo? Chi indaga sulle responsabilità della violazione dei dati personali dei cittadini, dei ritardi nelle erogazione delle indennità, delle omissioni da parte dei vertici e delle eccessive responsabilità ricedute sui singoli funzionari?

Queste sono le domande che un’interrogazione presentata dal Senatore Gaetano Quagliariello pone al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Nunzia Catalfo, alla quale chiede di riferire dettagliatamente in Parlamento sulle gravi negligenze dell’INPS.

Attendiamo con ansia risposte precise, anche se temiamo che il vecchio detto “il pesce puzza sempre dalla testa” si rivelerà, anche questa volta, maledettamente vero.

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