Intercettazioni: Pdl alla prova del nove, finiani al voto sulla linea del partito
07 Giugno 2010
Nessun redde rationem tra berlusconiani e finiani sul ddl intercettazioni. Semmai un armistizio ma di quelli vincolanti sul piano politico. Il voto di oggi nell’Ufficio di presidenza del Pdl è infatti un voto "obbligante", come lo chiama un’autorevole voce del partito, un sorta di "obbligazione politica" che arriva alla fine di un paziente lavoro di cesello, non solo dentro il Pdl.
E che forse per la prima volta mette in chiaro un metodo di lavoro sinergico: governo, gruppi parlamentari, partito (attraverso la Consulta Giustizia guidata da Ghedini). Con un duplice risultato: da un lato, il raccordo con il Colle che aveva manifestato perplessità su alcuni punti della legge e la conseguente opera di mediazione sulle modifiche agli emendamenti che ancora nella tarda sera di ieri si stavano limando. Dall’altro, "calmierare" le richieste dei finiani, accolte in parte, evitando di lasciare l’intero campo della partita al protagonismo, pure mediatico, degli uomini del presidente della Camera (moderati e pasdaran).
Non solo: c’è chi nella mediazione con il Quirinale legge anche il tentativo, riuscito, di impedire una saldatura troppo stretta tra le perplessità manifestate da Napolitano e i disitnguo reiterati dai finiani. Quello che appare un giusto compromesso sta nella versione definitiva delle modifiche apportate al testo di legge sui quali oggi l’Ufficio di presidenza del Pdl è chiamato a pronunciarsi con un voto.
Una prova alla quale saranno chiamati in primis proprio gli esponenti della componente di minoranza del partito. Perché se gli emendamenti sono il frutto di un’intesa politica, una volta chiuso l’accordo bisogna dimostrare nei fatti di rispettarlo fino in fondo, è il ragionamento dei pidiellini. E l’obiettivo è molto chiaro per la maggioranza del Pdl e passa anche dal voto del parlamentino riunito a Palazzo Grazioli: licenziare al Senato un disegno di legge "blindato" su un accordo politico e dalla ratifica di un voto attraverso il quale si sancisce la linea del partito (e si certifica chi la sostiene) evitando che lo stesso testo tra dieci giorni possa venire riaperto – magari con ulteriori emendamenti – alla Camera.
Le condizioni, ad ora, ci sono al punto che a via dell’Umiltà si dà ormai per certo il via libera dell’ufficio di presidenza (c’è chi azzarda all’unanimità) e, già giovedì, il voto finale dell’Aula. Dai finiani arrivano segnali distensivi, della serie: se ci presenteranno gli emendamenti concordati non ci sono problemi.
Ma il passaggio dell’Ufficio di presidenza ha anche un altro significato: dare a quel voto un valore politico "obbligante" come avviene in tutti i partiti. In altre parole, una sorta di "obbligazione politica" che non ammette ripensamenti, retromarcia, tantomeno nuovi distinguo. E che in tutta questa vicenda assegna al partito un ruolo centrale. Per molti esponenti del Pdl si tratta di un passaggio "vincolante" dopo un lungo braccio di ferro e continui stop and go, sul quale si testerà la portata dell’armistizio coi finiani.
Del resto, nei ranghi del partito, c’è chi mantiene una buona dose di prudenziale scetticismo circa l’atteggiamento dei finiani e preferisce rimandare al voto di oggi la cifra politica dell’intesa. D’altra parte, ai fedelissimi del presidente della Camera non conviene tirare ulteriormente la corda, anche perché il testo sottoposto in queste settimane a modifiche e ulteriori limature è molto più ammorbidito rispetto a quello uscito dalla Camera, dopo il lavoro di cesello operato dal governo, dai gruppi parlamentari e dai tecnici della giustizia del partito. Far saltare il banco oggi di fatto disconoscendo un accordo politico – ripetono da via dell’Umiltà – sarebbe come fare "harahiri".
Dunque dovrebbe chiudersi oggi la partita sulle intercettazioni che anche ieri, pue se come prefazione ad un libro, il premier ha definito "uno strumento utile di cui però, purtroppo, nel nostro paese si tende ad abusare, e spesso con intenti che non hanno nulla a che vedere con la giustizia, ma piuttosto con il pettegolezzo e il gossip di bassa lega".
C’è poi un altro aspetto da considerare: l’accordo politico non mette al riparo il ddl dal possibile ricorso alla fiducia. Nella maggioranza, infatti, non si esclude a priori, anche perché con l’iter parlamentare della manovra economica ormai alle porte – è il ragionamento – i tempi del dibattito non possono essere dettati dall’ostruzionismo dell’opposizione che alza le barricate in Parlamento e si attrezza fuori con sit-in e manifestazioni di protesta.
Ma nel vertice di oggi a Palazzo Grazioli non si parlerà solo di intercettazioni o della questione dei doppi incarichi come prevede l’ordine del giorno. E’ facile ritenere infatti che parte del confronto interno verterà sulla stretta per le donne in pensione a 65 anni a partire dal 2012 chiesta dall’Europa e sulla manovra economica del governo. Tema quest’ultimo, sul quale deputati e senatori finiani faranno il punto stasera in una riunione dove con molta probabilità verranno elaborate proposte di modifica al decreto che a giorni approderà al Senato, a cominciare dalla cosiddetta cedolare secca sugli affitti (caldeggiata da Baldassarri).
Insomma quella che si è appena aperta sarà una settimana cruciale per la maggioranza. I fronti aperti sono molteplici e il Cav. non può permettersi di lasciare scoperti nodi che potrebbero riverlarsi veri e propri "talloni di Achille". Si chiude sulle intercettazioni, ma il rischio che molti nel Pdl intravedono è che si riapra la partita sulla manovra che ha sì margini di limatura come il premier ha lasciato intendere, ma non può di certo trasformarsi nel solito assalto alla diligenza, tantomeno in una mediazione infinita. Non solo da parte dei fedelissimi di Fini.
Da questo punto di vista, forse il metodo sperimentato a Palazzo Madama può essere la chiave per parare i "colpi" interni ed esterni su un altro capitolo strategico dell’azione di governo.
