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Intervista a Giulio Sapelli: “Il Mes? Va cambiato radicalmente. E non possiamo perdere l’Ilva”

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“La discussione attorno alle modifiche da apportare a questo fondo va riaperta da subito: è giusto che ne discuta il Parlamento e, credo, prima o poi anche la Corte Costituzionale dovrà essere chiamata in causa”. Il professor Giulio Sapelli non usa mezzi termini quando si parla del MES e dell’iter da seguire in merito. L’Occidentale lo ha raggiunto per cercare di fare chiarezza su un tema tanto discusso. E non manca qualche accenno su Alitalia e ILVA.

Professore, in questi giorni si fa un gran parlare del MES, il cosiddetto Fondo Salva Stati. Come mai, attorno alla riforma di questo strumento, si sta creando un enorme dibattito politico?

Prima di entrare nel merito, mi piacerebbe fare una precisazione: siamo di fronte all’ennesimo esempio di una totale mancanza di una autentica visione unitaria dell’Europa. Infatti, ancora una volta, sembra mancare del tutto la coesione tra i vari Stati membri e, in questo, l’assenza di una Costituzione europea incide parecchio. Inoltre, non si può fare a meno di notare come le questioni economico – finanziare siano utilizzate per versare benzina sul fuoco delle contraddizioni già esistenti nell’UE e, oserei aggiungere, che questi atti assomigliano molto a quelli descritti da tempo in alcuni Paesi europei (special modo in Francia) come “guerra economica”. Detto questo ed analizzando i dettagli, il MES ha diversi punti controversi ma, quelli che personalmente ritengo essere i più problematici, sono tre.

Quali sarebbero?

La segretezza sulle decisioni prese a cui debbono attenersi i membri dello stesso MES (anche se ministri), il meccanismo di voto e l’introduzione della cosiddetta ponderazione del rischio dei titoli di Stato. Sul primo, una sentenza del Settembre 2012 emanata dalla Corte Costituzionale della Germania era stata abbastanza chiara: i parlamentari tedeschi dovevano essere tenuti informati delle decisioni prese dal MES. Questo elemento, invece di essere raccolto al volo dai Parlamenti di altri Paesi, ha creato una sorta di vulnus perché – ad oggi – gli unici cittadini dell’Unione che possono ricevere informazioni su queste decisioni sono quelli tedeschi. Il secondo punto avvantaggia in maniera evidente sia Francia che Germania le quali, essendo azioniste di maggioranza di questo fondo, votando allo stesso modo possono decidere ciò che vogliono senza l’apporto di nessun altro Paese dato che, nelle riunioni del MES, non è richiesto un voto all’unanimità per l’approvazione dei provvedimenti all’ordine del giorno. Il terzo e ultimo argomento è inoltre sintomatico di quanto poco conto si tenga delle opinioni di importanti esperti del settore, vista la contrarietà manifestata da tutti i Governatori delle Banche Centrali già l’anno scorso su un’operazione del genere. Inutile negare poi che, avendo l’Italia un debito pubblico elevato, questa ponderazione potrebbe danneggiarla.

Quest’ultimo elemento è ciò che ha allarmato maggiormente sia il Governatore di Bankitalia Visco che il Presidente dell’ABI, Patuelli. A suo modo di vedere, hanno fatto bene ad alzare la voce?

Certamente. Visco e Patuelli poi non possono essere additati come beceri sovranisti, perché nella loro carriera hanno sempre dimostrato di avere una chiara inclinazione liberale. Semmai, ciò che oggi lascia perplessi, è una certa sudditanza intellettuale nei confronti dell’Europa di alcuni esponenti della politica italiana: mi riferisco a Paolo Gentiloni, ai Ministri Gualtieri e Amendola ed al Presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli. Questi, con le loro dichiarazioni di totale appoggio verso l’approvazione delle modifiche al MES, non solo hanno contraddetto il Governatore Visco (vale a dire colui che dirige la massima autorità nazionale in tema di difesa del risparmio) ma si sono resi protagonisti di un’adesione incondizionata ad un trattato che, invece, dimostra tutta l’incompetenza di chi attualmente governa l’UE.

Si può dire, quindi, che il MES vada radicalmente modificato?

Senz’altro e la discussione attorno alle modifiche da apportare a questo fondo va riaperta da subito: è giusto che ne discuta il Parlamento e, credo, prima o poi anche la Corte Costituzionale dovrà essere chiamata in causa per stabilire se davvero potrà esserci qualche elemento di criticità da approfondire scrupolosamente.

Altro tema caldo di queste settimane è quello legato all’occupazione. Le vertenze ILVA e Alitalia stanno mettendo a repentaglio decine di migliaia di posti di lavoro. Quali soluzioni possono essere messe in campo?

L’ILVA non può essere persa per nessun motivo, producendo da sola il 60 – 70% dell’acciaio che viene successivamente utilizzato dalle nostre imprese. Inoltre, c’è da notare come una parte della ripresa economica italiana dei prossimi anni potrebbe passare dalla ricostruzione delle aree mediorientali colpite da duri conflitti (come la Siria, ad esempio): questo è già accaduto quando molte aziende del Nord Italia, rimaste pressoché intatte durante la Seconda Guerra Mondiale, gestirono la ricostruzione in varie regioni della Francia e della Germania. A Taranto c’è l’unico stabilimento di tutto il bacino del Mediterraneo in grado di fornire la quantità di acciaio necessario a quelle zone pesantemente coinvolte nella guerra all’ISIS in cui, entro pochi anni, verranno avviati numerosi cantieri di grande dimensioni. Inutile poi ricordare quale importanza rivesta lo stabilimento di Taranto per tutto il Centro Sud che, considerando la crisi generale che sta attraversando e le problematiche legate alla Popolare di Bari, potrebbe davvero vivere un periodo di gravi scontri sociali.

Invece Alitalia?

Su Alitalia, c’è da mettere in chiaro come questa crisi sia evidentemente tutta da imputare ai manager e allo Stato: il personale della compagnia (dai piloti alle hostess, passando per tutti coloro che lavorano a terra) è universalmente riconosciuto come uno dei migliori al mondo. Dunque, la cosa più importante, è non far cadere il peso del fallimento – causato in toto da chi ha gestito la società – su chi ha svolto sempre al meglio il suo mestiere. Un ruolo importante dovranno giocarlo sia il governo che i sindacati perché, verosimilmente, la trattativa sul numero di esuberi che andranno attuati sarà durissima e potrebbe condurre, nella peggiore delle ipotesi, a una vera e propria macelleria sociale. Detto ciò, l’unica soluzione praticabile mi sembra quella che conduce all’offerta di Lufthansa, che farebbe dell’aeroporto di Fiumicino un punto di riferimento per le rotte intercontinentali e manterrebbe comunque in vita lo storico marchio Alitalia.

Per concludere, una domanda sull’attualità politica. Il prossimo 26 gennaio il voto in Emilia – Romagna rischia di decretare, in caso di vittoria del centro destra, la fine del governo “giallo – rosso”. Pensa che possa essere davvero così?

Difficile fare previsioni, perché a me sembra che molti analisti affrontino questa stagione politica come quella di venti o trenta anni fa. Oggi i partiti, ad eccezione della Lega, sono essenzialmente privi di una struttura vera e propria. Per questo, ritengo che i comportamenti che le forze politiche potranno mettere in atto a seconda del risultato siano essenzialmente sconosciuti ed imprevedibili.

Foto Gabriele Pradelli

 

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