Introduzione “Ascesa & declino della seconda Repubblica”

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Introduzione “Ascesa & declino della seconda Repubblica”

10 Settembre 2012

Sono passati due decenni dal 1992 quando si sbriciolarono   alcuni assetti istituzionali, politici ed economici fondamentali   del Secondo dopoguerra italiano. Proprio in quella stagione   stava consumandosi l’Unione sovietica mentre rinasceva   la Germania unita grazie all’asse Kohl-Mitterrand   con al traino il resto del Vecchio Continente. Gli Stati Uniti   acquisivano il rango di unica potenza globale anche guidando   autorevolmente la prima guerra del Golfo (per la liberazione del Kuwait nel 1991).   Dopo vent’anni l’Europa è in difficoltà, l’influenza americana   appare in declino proprio a partire dal Medio Oriente   e si delinea, pur tra mille contraddizioni, un protagonismo   dai confini non ancora definibili della Cina.  

Agli inizi degli anni Novanta la rivoluzione informatica   trascinava una nuova fase impetuosa di sviluppo; nel primo   decennio del Duemila la centralità della finanza globalizzata   appare invece offrire deboli e contraddittorie chance a   una crescita economica sostenuta.   In Italia, l’inizio del 1992 fu segnato dall’arresto di Mario   Chiesa, che preparava l’attacco finale a Bettino Craxi; vent’anni   dopo l’opinione pubblica è ancora presa da vicende   giudiziarie concentrate sulla politica, forse è appena un po’   Silvio Berlusconi ma esplodono – come sempre con un meccanismo   a orologeria – articolate indagini su vari giri di potere   di sinistra, di centro e di destra (dall’aggressione a Formigoni,   al dramma di Bossi, ai pesci del sindaco di Bari, Michele   Emiliano). La mafia era in quella stagione all’offensiva:   venivano assassinati Falcone e Borsellino. Due decenni   dopo, n’drangheta e camorra paiono più forti di Cosa nostra.   In quegli anni dominavano le scene mediatiche pubblici   ministeri come Antonio Di Pietro, mentre Gerardo D’Ambrosio   completava la sua carriera con un ruolo centrale nella   procura milanese impegnata nelle indagini sulla corruzione   politica.

Nel primo decennio del Duemila sia Di Pietro   sia D’Ambrosio sono diventati parlamentari del centrosinistra.   In generale – soprattutto al Sud – aleggia una tentazione   di un partito dei magistrati come suggeriscono i casi   di Luigi de Magistris e Michele Emiliano.   Non pochi osservatori esprimono, sul periodo italiano   1992-2012, un giudizio ampiamente negativo. Produttività,   occupazione, peso nel commercio mondiale, distanza tra   Nord e Sud, invecchiamento della popolazione, infrastrutture   non decollate, riforme istituzionali inadeguate e prive di   coerenza, una consistente e complessa «nuova» questione   giovanile, l’evasione fiscale e contributiva a livelli ancora   del tutto inaccettabili: non mancano dati e argomenti per   considerare negativo il bilancio dei due decenni trascorsi.   Questa valutazione pessimistica è espressa da scontenti   di tipo diverso: naturalmente da conservatori e nostalgici,   ma anche da innovatori e protagonisti dei cambiamenti avvenuti.   Troppo o troppo poco: la Seconda repubblica in sé   non sembra avere sostenitori.   Però basta qualche considerazione anche frettolosa per   comprendere come l’equilibrio che ha inquadrato la nostra   società e le sue istituzioni dal 1945 ai primi anni Novanta,   sia stato definitivamente spazzato. Si può rimpiangerlo, ma   appare un’inutile perdita di tempo immaginare di restaurare  un ordine tramontato perché non poteva reggere la modificazione   delle condizioni generali che lo avevano sostenuto:   sia l’economia sia le istituzioni nazionali poggiavano   su rapporti politici e di mercato interni e globali che evaporarono   nella fase tra il 1989 e il 1992. È questo movimento   della storia nazionale, intimamente collegata a quella europea   e mondiale, che ha determinato le vicende successive:   non avere ben compreso (e, per taluni, non comprendere   ancora oggi) questa realtà ha provocato la sconfitta di forze   che pur si ponevano obiettivi ragionevoli. E insistere sul   ritorno al passato serve solo ad alimentare posizioni reazionarie   nell’ispirazione e, quando non evanescenti, dannose   nelle conseguenze.  

D’altro verso, anche chi sostiene come si fosse di fronte   a una transizione semplice da realizzare, e perciò colpevolmente   incompiuta, non aiuta a comprendere quel che è accaduto.   L’idea di una transizione semplice, risolvibile magari   applicando modelli astratti copiati da altre società occidentali   non solo è illusoria perché i processi storici tendono   (se non irreggimentati da elementi di coercizione) a non   svilupparsi per modelli importati e si sostengono invece su   forze concrete e determinate, ma lo è in particolare in questa   fase della storia mondiale. Quando è in rapida trasformazione   (o comunque in crisi) proprio il contesto delle   esperienze proposte da altre società occidentali, in certi casi   maggiormente efficienti, talvolta più eque e soprattutto spesso più aperte di quelle italiane.   A nessuno può sfuggire come gli equilibri internazionali   siano oggi poco consolidati e da qui derivino effetti destabilizzanti   innanzitutto su una realtà per noi fondamentale:   il processo di unificazione europea, in difficoltà non soltanto   per motivi istituzionali quanto per fragilità di leadership   e incertezza sugli obiettivi strategici. Aprirsi o chiudersi?   A Est, a Sud? Integrarsi o allontanarsi dagli americani,   allearsi o competere con i cinesi? Che cosa fare con i   russi? E con i turchi? Questo stesso contesto contribuisce a   rendere più complessi i nostri processi di evoluzione sociale:   da quelli demografici, dove pesano non solo difficili   rapporti tra le generazioni, ma anche le dinamiche migratorie.  

La crisi dello Stato fiscale e la profonda trasformazione   della società di massa (con annesso consistente ridimensionamento   del ruolo centrale del sindacato) producono,   poi, comportamenti dei vari ceti largamente difformi dal   passato. Si avverte, più in generale, il nuovo contesto dei   sistemi politici: come aveva previsto lo storico Ernst Nolte,   si colgono scricchiolii delle istituzioni democratiche   una volta uscito di scena il «pericolo comunista» (e il totalitarismo   di destra, suo contrappunto nella grande guerra civile   europea dal 1914-17 al 1989-91). La mancanza del   «nemico» tende a provocare un calo delle motivazioni alla   partecipazione dei cittadini.   Le società occidentali devono confrontarsi, poi, con un fenomeno   di ancora maggiore portata storica: la fine della supremazia   consolidata delle potenze cristiane (cattoliche, protestanti   o ortodosse) che hanno guidato il mondo dalla fine   del Cinquecento, e l’affermarsi di un confronto senza più decise   egemonie prestabilite con civiltà come quella confuciana   o quella islamica, antropologicamente difformi dalla nostra.  

Anche senza evocare i problemi economici, compresi   quelli collegati all’ambiente, alle energie, alle risorse naturali,   le questioni sommariamente richiamate fanno comprendere   come applicare modelli cresciuti in storie ben determinate   e non tenere conto della dinamica di variabili così   rilevanti, sia frutto di un modo di ragionare più interessato   a strategie di influenza che a proposte praticabili.   Proprio l’idea di poter scegliere per l’Italia «un modello   », invece che definire un assetto legato alla concretezza   dei processi storici, è stato un elemento decisivo di immobilismo   in questi vent’anni: l’errore si è tradotto innanzitutto   nella riproposizione chiusa, conservatrice, per alcuni   aspetti reazionaria, del modello fondamentale della Prima   repubblica, definito dalla Costituzione. Non difendendo valori   e princìpi sicuramente ancora vitali, ma affermando   l’intoccabilità di compromessi politici e istituzionali che   avevano una ragione in epoche ormai superate.   Ma un approccio altrettanto ideologistico è stato perseguito   da chi avanzava posizioni riformiste fondate su modelli   astratti da copiare dalle esperienze internazionali.   In questo senso è invece utile concentrare la lettura degli   ultimi vent’anni più che su «quel che poteva avvenire»,   su «quel che si è messo in movimento». C’è un’ampia tendenza   della discussione sulla nostra storia a concentrarsi   sulle «occasioni perdute», sostituendo all’analisi dei processi,   l’affermazione di giudizi di valore astrattamente fondati.   Assai più costruttivo è invece riflettere sulle forze e   tendenze che concretamente si sono messe in movimento,   perché solo governando questo tipo di processi si potrà dare   una risposta alle questioni nazionali.   L’ottimismo per il nostro destino, che pur in qualche misura   è sempre utile per affrontare il futuro, non può fondarsi su   scenari scontati. Gli esiti di sviluppo della nostra società non   sono affatto garantiti: un futuro alla giapponese, una lunga   stagnazione combinata con l’invecchiamento della società   non sono impossibili. E all’orizzonte si delineano minacce   anche più insidiose: non sono prevedibili le conseguenze recessive   di un disfarsi, magari non governato, dell’euro.   Non mancano, d’altro canto, chance per rovesciare la situazione:   se Berlino non si chiuderà in un «rattrappimento   baltico», se si riuscirà a uscire dalla cosiddetta primavera   araba con un Mediterraneo più e non meno integrato, se la   Russia entrerà a pieno nell’Occidente (magari con un epocale   riavvicinamento tra cattolici e ortodossi: dopo lo scisma   del 1054 vi sono alcune basi per questo esito, a partire   da un superamento consistente del potere temporale del Papato),   se la Turchia diventerà potenza legata all’Europa e   non si sentirà attratta dalla costituzione di un polo turcoiraniano,   se quindi si ricostruirà un asse atlantico e se la Cina   svolgerà una funzione di stabilizzazione e non vivrà una   sindrome da Prussia di fine Ottocento9, possono determinarsi   le basi per una nuova occasione anche per l’Italia.   Per affrontare questa possibile «nuova occasione» (o comunque   per affrontare con consapevolezza le eventuali fasi   di crisi) prima di dedicarsi alle ricette da applicare, è indispensabile   esaminare con realismo le forze in campo.  

Perché nessuna ricetta può riuscire se i cuochi sono ubriachi.   Analizzare i soggetti politici (e, in parte minore, quelli   sociali ed economici) della società italiana nella dinamica   degli ultimi vent’anni è il succo di questo libro.   Naturalmente riflettere su avvenimenti contemporanei non è operazione asettica. Presuppone giudizi politici più   o meno definiti che è bene siano il più possibile dichiarati.   In questo senso ritengo – nonostante gli avvenimenti del   novembre 2011 che segnano un qualche declino, forse fatale,   della cosiddetta Seconda Repubblica – che le forze   che più hanno cercato di riformare l’Italia con esiti assai   parziali (ma pur non privi di qualche effetto) sono state alcune   di quelle che si identificano nel centrodestra: lo hanno   fatto in modo confuso, con un linguaggio – specialmente   quello leghista – non privo di aspetti inquietanti, non di   rado con un deplorevole contorno di politiche di potere   personale ed economico. Con tratti, nello stile talvolta   francamente e gravemente sgradevoli (per esempio con   certi eccessi, eufemisticamente definibili di vitalismo, dello   stesso Silvio Berlusconi).   Chi scrive ha una cultura e una lunga (ormai lontana)   partecipazione alla vita politica della sinistra. E anche in   questi anni ha ammirato le posizioni tra il 1992 e il 1993 di   Gerardo Chiaromonte ed Emanuele Macaluso sulla mafia.   Trova che sul garantismo e sulle arroganze giustizialiste alcuni   degli scritti più efficaci siano di un ex senatore del Pci-   Pds: Giovanni Pellegrino10. Ritiene che uno dei sindaci più   capaci al Sud sia stato (con Adriana Poli Bortone) Vincenzo   De Luca a Salerno. Considera Sergio Chiamparino uno   dei nostri migliori amministratori. Ritiene che se la Cgil   avesse assunto le posizioni della segreteria dei suoi «tessili   », Valeria Fedeli (dal 2010 vicesegretaria di una nuova categoria   industriale) non sarebbe nel cul de sac in cui si trova.   Valuta consiglieri esterni di Giorgio Napolitano, come   Gianni Cervetti e Rino Formica, tra le migliori teste politiche   ancora in circolazione. Sulle proposte economico-so-ciali più che il generoso ma astratto Pietro Ichino, o i distratti   Andrea Romano o Nicola Rossi, che scambiano   personaggi della vita mondana per protagonisti di quella   politica, alla fine trova convincente il duro lavoro di analisi   (con alcune proposte) sui problemi economico-sociali   del corrierista Dario Di Vico. Chi scrive, dunque, non manca   di trovare in diversi casi del buono, talvolta dell’«ottimo   », a sinistra. E al di là delle personalità di sinistra citate   (peraltro, spesso, non adeguatamente influenti) è evidente   che «cose riformiste» sono state fatte dai vari governi influenzati   dalla sinistra susseguitisi dal 1992 al 2012 (sostanzialmente   negli ultimi vent’anni ci sono stati tre anni di   governi tecnici spostati a sinistra, sette di governi di sinistra-   sinistra e dieci di centrodestra. Senza calcolare in chiusura   del 2011 il governo Monti).

Ma, alla fine, il «riformismo   reale» della sinistra è stato per lo più influenzato dall’esterno   se non dall’estero, ed è finito essenzialmente per   rinsaldare quel controllo dall’alto della società che in parte   proviene dalla Prima Repubblica, senza però più la vitale   partecipazione politica (sia pure partitica) che ha accompagnato   quel periodo della nostra storia nazionale. La funzione   essenziale della sinistra negli ultimi vent’anni si è spesso   espressa come baluardo della conservazione, sostanziale   portavoce del fronte che vuole impedire una reale trasformazione   dell’economia e delle istituzioni italiane pur di   garantire il proprio peso: un fronte composto innanzitutto   da un establishment protetto, da un sistema di influenze internazionali,   da corpi separati dello Stato, da élite insofferenti   del popolo e da estenuate nomenklature. Certo queste   non sono le uniche forze che resistono al cambiamento: dagli   ambienti influenzati dalla criminalità alle varie costella-zioni corporative, dai blocchi di interesse immobiliare all’anarchismo   sulle regole di certi settori imprenditoriali, sono   diverse le componenti che si oppongono a politiche di   innovazione. E si rivolgono spesso a destra per pesare. Però,   se si considera il segno fondamentale dei movimenti politico-   sociali, quelli di centrodestra sono stati (confusamente)   influenzati innanzitutto da tendenze all’innovazione,   quelli di centro-sinistra sono stati determinati (non di rado   elegantemente) da un primario blocco conservatore.  

Naturalmente non si tratta di cantare marce trionfali per   forze politiche che tanto spesso hanno messo in evidenza i   loro rilevanti limiti ma di operare un’analisi concreta della   realtà concreta, unica base per sperare di combinare qualcosa   di meglio nel futuro.   Questo vale anche per la questione che definisce simbolicamente   la nascita della Seconda Repubblica: quella della   corruzione. Nel libro se ne accenna in diverse occasioni,   si riflette su come il centrodestra non potrà superare il terrificante   deragliamento di settori decisivi della magistratura   «combattente» (per di più coperti dal sostanziale corporativismo   della categoria) senza porre in atto pure una strategia   di superamento della illegalità diffusa.   È evidente come questa impresa richieda anche una nuova   moralità pubblica e privata. C’è chi, come recentemente   Aldo Schiavone, riprendendo tesi ben radicate, innanzitutto   dall’Ottocento in poi, nel nostro dibattito politico-storico,   invoca l’esigenza di una riforma protestante in Italia:   senza un’etica puritana non vi sarebbe salvezza. A queste   posizioni ha risposto un libretto intelligente del cardinale   Giacomo Biffi che fa notare come il massimo di etica della   responsabilità nella nostra nazione sia espresso dalle po-polazioni che più intimamente hanno vissuto la Controriforma:   cioè veneti e lombardi. Forse non sarebbe male ritornare   alla lezione di Niccolò Machiavelli che faceva della   saldezza della Repubblica la base per poi sviluppare anche   una forte moralità privata. Scriveva il segretario fiorentino,   nel capitolo XI del Principe: «Non può essere buona   legge dove non sono buone arme». Considerazione che modernamente   può essere tradotta con: non possono esserci   leggi buone se lo Stato non è solido. In questo senso la via   anche per contrastare il diffuso regime di illegalità che ci   contraddistingue, consiste nel dare basi più forti al nostro   Stato e ciò è possibile solo superando il sistema di esclusioni   di ampie aree sociali che ci ha caratterizzato alimentando   establishment protetto, élite antipopolari e corpi separati   (compresa la magistratura combattente) che sono tra le   cause e non tra i rimedi della corruzione come ha dimostrato   con chiarezza l’esperienza stessa, ormai ventennale, derivata   dall’operazione Mani pulite.  

Questo scritto è stato impostato come un’analisi della   Seconda Repubblica e quindi non approfondisce particolarmente   l’esame di un governo Monti che si colloca al confine   tra Seconda e Terza. È doveroso comunque chiarire il   punto di vista dell’autore su questa ennesima esperienza di   governo tecnico. Come le precedenti di Giuliano Amato,   Carlo Azeglio Ciampi e Lamberto Dini, è segnata da due   caratteristiche: da una parte una reazione delle élite alla crisi   economico-istituzionale, con provvedimenti di emergenza   assolutamente utili pur se effettuati in uno stato di eccessiva   subalternità a influenze straniere; dall’altra la non soluzione   del problema di fondo del nostro Stato (quella della   piena partecipazione dei più vasti ceti sociali alla sua vi-ta) tema aperto con i governi Giolitti dell’inizio del Novecento   e non svolto ancora nel Duemila. In questo senso al   di là di tutte le particolarmente utili scelte di emergenza,   Mario Monti non aiuta una vera apertura del nostro Stato.   Il suo è un governo (particolarmente condizionato da ambienti   tedeschi e americani pur divisi tra loro) «sulla» società,   non un governo «della» società italiana.