E le pagine di Mussolini?

Inventare il passato. I falsi storici dai Diari di Hitler ai Protocolli di Sion

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La contestazione subita a Como da Marcello Dell’Utri, invitato a leggere estratti dei diari di Mussolini nell’ambito della manifestazione culturale Parolario, ha riacceso i riflettori dei media sull’imminente pubblicazione da parte di Bompiani delle agende ritrovate nel 2007 dal senatore del Pdl. Mentre gli esperti dibattono sull’autenticità delle pagine, il caso dei presunti diari del Duce ci porta a riflettere sui falsi più clamorosi che hanno costellato la storia del Novecento europeo: se la veridicità delle memorie mussoliniane è tutta da provare, i diari di Hitler - pubblicati in pompa magna da un settimanale tedesco nel 1983 - restano ad oggi il più clamoroso inganno storico (ed editoriale) del Dopoguerra. Attenzione: nel migliore dei casi, la stampa di un documento falso si limita ad appannare la carriera di uno storico o di un giornale. Talvolta, però, le conseguenze sono disastrose: si pensi solo ai “I protocolli dei Savi Anziani di Sion”, un libello che ha fomentato - e continua a fomentare - il virus dell’antisemitismo nel mondo.

Per quanto riguarda Mussolini, certamente falsi sono i diari ritrovati da Rosa e Amalia Panvini nel 1957. All’epoca, le due donne presentarono agli storici trenta volumi: Vittorio Mussolini si espresse inizialmente a favore dell’autenticità, ma i documenti non superarono l’analisi contenutistica degli esperti. Più complesso è invece il caso Dell’Utri, che nel 2007 entra in possesso di cinque fascicoli apparentemente annotati dal Duce tra il 1935 e il 1939: i diari, spiega il senatore, appartenevano agli eredi di un partigiano deceduto. Col tempo veniamo a conoscenza della storia che sta dietro ai documenti: si tratta, come ha confermato il “Corriere della Sera” qualche giorno fa, degli stessi diari presentati nel 1994 dal “Sunday Telegraph”, e già oggetto di perizia da parte dell’ex direttore della British Library Nicolas Barker - per il quale erano autentici - e della casa d’aste Sotheby’s, che li giudicò un falso. All’epoca, la questione si chiuse idealmente con le parole di Renzo De Felice: “L’interesse di questi diari, o pseudo diari, mi sembra sfiori il ridicolo”.

Nel 2004, tre anni prima del ritrovamento di Dell’Utri, le cinque agende vengono proposte a “l’Espresso”, che incarica lo storico Emilio Gentile e il grafologo Roberto Travaglini di compiere una perizia accurata. Si tratta dell’analisi più autorevole e completa compiuta sui diari in via di pubblicazione: “Permangono - scrive Gentile dopo due mesi di lavoro - fondati motivi per dubitare che l'autore delle cinque agende sia stato Benito Mussolini”. Abbondano, spiega lo storico, “nomi errati ed errori grammaticali, discordanze cronologiche, incongruenze e inesattezze”, senza contare brani troppo simili alle cronache giornalistiche dell’epoca. Per quel che ne sappiamo, insomma, è probabile che le agende di Dell’Utri siano un falso, e il senatore sa di non poter provare l’autenticità del materiale: “Nessuno può dire se questi diari sono autentici - ha commentato nel corso di una presentazione a Casa Pound - ma nessuno può dire che certamente sono falsi”. Il dibattito, questo è certo, continuerà.

Se dall’Italia ci spostiamo a Berlino, le cronache tedesche raccontano invece l’incredibile storia dei diari di Hitler. Tutto ha inizio con un personaggio di nome Konrad Kujau: per sbarcare il lunario, l’uomo importa dalla Germania Est souvenir di stampo nazista e li rivende con falsi certificati di autenticità. Presto Kujau si specializza in dipinti (quadri firmati “Adolf Hitler”) e manoscritti: dopo aver venduto l’autografo “originale” del “Mein Kampf”, il truffatore è pronto al salto di qualità. Piazzato il primo volume dei diari di Hitler a un collezionista, nel 1980 viene contattato dal giornalista Gerd Heidemann, il quale si beve tutta la storia: i diari, spiega Kujau, sono stati recuperati dalla carcassa di un aereo precipitato nel 1945 nei pressi di Dresda. Si tratta di oltre sessanta volumi, che coprono gli anni 1932-1945: Kujau e Heidemann ancora non lo sanno, ma il loro accordo ha innescato una valanga che travolgerà la credibilità di storici, giornali e giornalisti, dalla Germania all’Inghilterra.

Nel 1983 i diari vengono acquistati dal settimanale “Stern” per circa 10 milioni di marchi, dopo una prima - sommaria - valutazione da parte degli storici: Hugh Trevor-Roper, in particolare, si dice “sufficientemente certo che i documenti siano autentici e che la storia dei loro viaggi dal 1945 sia vera”. Lo scoop è enorme, e nessuno ha tempo di aspettare perizie più accurate. In Inghilterra i diritti sono già stati acquistati dall’editore del “Sunday Times”, Rupert Murdoch, e in Italia dal settimanale “Panorama”: sono giorni di euforia, per gli storici - chiamati a rivedere parte delle proprie convinzioni su Hitler - e per gli editori. Poi, a maggio, la doccia gelata: due istituti, incaricati di analizzare attentamente i diari, spiegano che carta e inchiostro sono di fabbricazione recente, e che le pagine contengono molte inesattezze storiche. La storia (quella vera) viene a galla: Heidemann e Kujau vengono condannati per frode, alcuni giornalisti si dimettono, lo storico Trevor-Roper perde prestigio. Dei veri diari di Hitler, neppure l’ombra.

Che abbia scritto o meno delle memorie, certo è che lo stesso Führer ha costruito buona parte dell’ideologia antiebraica su un falso conclamato: i “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, un documento - venuto alla luce in Russia ad inizio Novecento - che proverebbe l’esistenza di una cospirazione ebraica volta al controllo del mondo. Pubblicati nel 1903 a puntate su un quotidiano di San Pietroburgo, i “Protocolli” si diffusero presto nel Vecchio Continente: migliaia e migliaia di lettori si convinsero dell’esistenza di un complotto ebraico, e la circolazione del libello bastava a giustificare atti di violenza contro gli ebrei in tutto l’Occidente. È il londinese “Times”, tra il 16 e il 18 agosto 1921, a raccontare per la prima volta la genesi reale dei “Protocolli”: in una serie di articoli intitolati “Un falso letterario”, Philip Graves spiega che si tratta di un documento realizzato dalla Okhrana (la polizia segreta zarista) mettendo insieme stralci di vecchie satire politiche, e in particolare il “Dialogue aux enfers entre Machiavel et Montesquieu” del francese Maurice Joly.

Sin dal 1921 il “Times” - e numerosi altri studi - hanno decretato la falsità dei “Protocolli”, oltre ogni ragionevole dubbio. Eppure Goebbels, ministro della Propaganda nazista, aveva tragicamente ragione quando predicava di ripetere una bugia “cento, mille, un milione di volte: diventerà una verità”. Nel 1923, in Germania, esce una nuova edizione dei “Protocolli” curata Rosenberg, e il falso conclamato diventa un punto di riferimento antisemita: nel “Mein Kampf”, del resto, Hitler osserverà che “rivelano la natura e l'attività del popolo ebraico, ed espone i loro contesti interni come anche i loro scopi finali”. Una menzogna colossale, che la Shoah e una guerra mondiale non riescono a spazzare via: ancora oggi, infatti, la teoria del complotto ebraico messa insieme dalla polizia zarista ha ampio seguito in molti territori mediorientali, dall’Iran all’Arabia Saudita passando per la Striscia di Gaza, governata da un movimento - Hamas - che fa esplicito riferimento ai “Protocolli dei Savi Anziani di Sion” nell’articolo 32 del suo Statuto. Una bugia, ripetuta centinaia e migliaia di volte, è divenuta per molti una terribile realtà.

Per approfondire i temi trattati dall’articolo, “L’Occidentale” consiglia: “Sarà vero. La menzogna al potere” di Errico Buonanno (Einaudi, 2009); “I diari di Hitler” di Robert Harris (Mondadori, 2002); “Il complotto. La storia segreta dei protocolli dei Savi di Sion” di Will Eisner (Einaudi, 2005).


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