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Iran. Arrestata giornalista vicina all’opposizione riformista

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Una giornalista riformista è stata arrestata in Iran per ragioni che non sono state rese note, secondo quanto scrive oggi il quotidiano Etemad.

Fariba Pajuh è stata rinchiusa nel carcere di Evin, nel nord di Teheran. La donna scrive per l'agenzia riformista "Ilna" ed era collaboratrice del quotidiano Etemad-e Melli, dell'ex candidato riformista alle presidenziali Mehdi Karrubi, chiuso dalle autorità il 17 agosto scorso dopo avere pubblicato denunce di stupri subiti in carcere da alcuni delle migliaia di arrestati nelle proteste seguite alle presidenziali del 12 giugno.

La giornalista è anche iscritta al Mosharekat, il più importante partito riformista iraniano, i cui leader sono sotto processo da ieri davanti alla Corte rivoluzionaria con l'accusa di avere tentato una "rivoluzione di velluto" contro la Repubblica islamica.

Intanto, l'ex presidente della Repubblica Islamica Mohammad Khatami torna ad attaccare oggi il governo dell'ultraconservatore Mahmoud Ahmadinejad e lo fa dichiarando "nulle" le confessioni rilasciate ieri a Teheran durante il processo ai detenuti riformisti accusati di aver fomentato le rivolte post-elettorali. Lo riferiscono le agenzie iraniane citando un comunicato nel quale Khatami dichiara che "le confessioni sono state ottenute in condizioni straordinarie e per questo motivo devono essere considerate false".

Ieri si è tenuta la quarta sessione processuale contro i manifestanti e i leader dell'opposizione responsabili, secondo le autorità, delle proteste scoppiate nella capitale e accusati davanti alla Corte rivoluzionaria di Teheran di aver cercato di organizzare una "rivoluzione di velluto". Sul banco degli imputati c'erano molti responsabili politici vicini a Khatami, come l'ex viceministro dell'Interno, Mostafa Tajzadeh, e l'ex vice ministro dell'Informazione, Saeed Hajjarian, uno degli ispiratori del movimento riformista iraniano, oggi disabile a seguito di un tentativo di assassinarlo avvenuto nel 2000.

Proprio Hajjarian ha confessato le sue responsabilità di fronte alla corte dichiarando di aver fatto "alcuni errori durante le elezioni, presentando analisi non corrette e per questo mi scuso con l'Iran". Lo stesso dirigente riformista, per il quale il procuratore ha chiesto la pena capitale, successivamente si è dimesso dal movimento politico riformista al quale apparteneva da anni, il Fronte di partecipazione dell'Iran islamico (Fpii). 

Il processo sembra, infatti, prendere di mira tutto il movimento riformista dalle sue origini, 12 anni fa. Non è infatti un caso che tra gli imputati ci siano un ex ministro, tre ex viceministri e un ex portavoce governativo legati all’ex presidente Mohammad Khatami. Il che farebbe presagire ad una resa dei conti con l'ala dissidente del regime che potrebbe portare, almeno in primo grado, a sentenze capitali e alla richiesta del pubblico ministero di sciogliere il Mosharekat, il più importante partito riformista.

Dopo i primi 140 uomini comparsi davanti alla Corte nelle settimane scorse, questo è il quarto gruppo di arrestati posto sotto processo. Il pubblico ministero ha accusato gli imputati di avere agito in un complotto "con i mezzi di informazione occidentali e con ambasciate delle potenze coloniali" a Teheran per portare alla rivolta la popolazione, affermando falsamente che la rielezione del presidente Mahmud Ahmadinejad fosse il frutto di brogli. Ad essere chiamati in causa sono stati anche i governi degli Usa, della Gran Bretagna e dell’Olanda, accusati di avere finanziato con "milioni di dollari" emittenti radio-tv dell’opposizione, e il miliardario americano George Soros, che secondo Teheran ha ispirato l’ideologia dei "rivoluzionari".

Tra gli imputati c’è Behzad Nabavi, ministro dell’Industria negli anni ’80 nel governo del primo ministro Mir Hossein Moussavi, candidato moderato alle presidenziali di quest’anno. Sul banco degli accusati anche Abdollah Ramezanzadeh, ex portavoce del governo Khatami, e tre ex viceministri tra cui quello dell’Intelligence Said Hajjarian, per il quale il pm chiederà "il massimo della pena".

Questa richiesta e le denunce di "tradimento" evocati più volte dal magistrato fanno pensare che, con tutta probabilità, verranno chieste non poche condanne a morte.

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