Iran, India e Pakistan vicini all’accordo per il gasdotto

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Il 27 e 28 maggio scorsi i ministri dell’ energia di India, Pakistan e Iran si sono incontrati a Tehran per discutere la realizzazione di un gasdotto di 2775 chilometri il cui costo è fissato in 7 miliardi di dollari. La pipeline, partendo dalle acque iraniane nel Golfo Persico presso l’enorme giacimento di “South Pars” e passando per la parte meridionale del Pakistan, arriverebbe poi in India.

In realtà si parla di questo gasdotto già dal 1994, ma le alternanti fasi del conflitto tra India e Pakistan sulla regione del Kashmir, l’insicurezza della stessa regione del Pakistan dove il gasdotto dovrebbe passare e il prezzo troppo alto richiesto dall’Iran per il proprio gas (oltre alla presenza di progetti concorrenti provenienti da Qatar e Turkmenistan) hanno allungato i tempi.

L’importanza di questo gasdotto risiede nella crescente domanda d’energia proveniente dall’India, il quinto consumatore mondiale nel 2006. Soprattutto, un Paese in continua espansione, il cui prodotto interno lordo è destinato a crescere nei prossimi anni. La strategia di Nuova Delhi per mantenere questo ritmo di crescita, secondo un recente rapporto della Commissione di Programmazione Indiana consiste nel triplicare l’offerta d’energia e quintuplicare la produzione di corrente elettrica.

L’aumento delle proprie importazioni di gas naturale dall’estero attraverso gasdotti e rigassificatori sono parte essenziale di questa strategia. Con  il Bangladesh il Myanmar e l’Iran vi sono per esempio progetti per creare una rete di condutture di approvvigionamento regionale. Inoltre l’India ha oggi l’urgente necessità di costruire nuovi rigassificatori  dato che i due impianti attualmente disponibili non sono sufficienti a garantire lo sviluppo del mercato del gas fermo a solo il 9% de totale delle fonti utilizzate. Per queste ragioni sono in fase di progettazione nuovi impianti e alcuni accordi di fornitura già operativi di LNG o gas naturale liquefatto, con Qatar e Iran  sono solo il punto di partenza di questa strategia energetica di lungo periodo.

I tracciati delle pipeline, in una regione instabile ma con enormi possibilità di sviluppo.
Per quanto riguarda la nuova rete di pipeline, in questi ultimi anni si è discusso molto di tre progetti in particolare: il primo quello prevalentemente sottomarino tra il Qatar – Pakistan – India; il secondo conosciuto come il gasdotto “trans-afgano” che dovrebbe collegare i giacimenti gasiferi del Turkmenistan attraverso l’Afghanistan, il Pakistan e l’India (da Nord a Sud); e il terzo, la “pipeline della pace” appunto, tra Iran, la regione orientale del Pakistan chiamata Beluchistan, e il Punjab in  India (da Ovest a Est).

Tuttavia diversi criteri di valutazione indicano che il gasdotto proveniente dall’Iran è, allo stato attuale quello preferibile e quello che con molta probabilità verrà realizzato per primo. Anzitutto, a giocare a favore dell’ipotesi iraniana vi sarebbero i costi di realizzazione e la valutazione sui costi-benefici. Le condutture sottomarine provenienti dal Qatar, infatti, sono almeno quattro volte più costose da realizzare rispetto a quelle terrestri.

Il gasdotto proveniente dal Turkmenistan sarebbe invece un tracciato con maggiori incognite rispetto a quelli alternativi. Le riserve fatte stimare dalla Banca Asiatica di Sviluppo (tra i promotori del progetto) del campo gasifero di Dauletebad (da cui partirebbe la pipeline della Repubblica centro asiatica) e sfruttate da più di un quarto di secolo, non sarebbero sufficienti a soddisfare il fabbisogno richiesto e richiederebbe maggiori investimenti per collegarlo ad altre aree.

In secondo luogo, la sicurezza del tracciato. Il tracciato trans-afgano transiterebbe per le regioni sud occidentali dell’Afghanistan al confine con il Pakistan: si tratta delle zone più turbolente e “talebanizzate” e di cui difficilmente si può prevedere il futuro dato il protrarsi della fase di gelo tra Karzai e Musharaf e la crescente incertezza circa il futuro politico del Pakistan. Infine, sempre in Pakistan nella zona del Beluchistan, negli ultimi anni gruppi separatisti locali hanno più volte attaccato pipeline esistenti mettendo in dubbio la capacità del governo federale pakistano di riuscire a garantire la sicurezza degli approvvigionamenti energetici.

L’incontro trilaterale di Tehran per discutere delle modalità di definizione del prezzo del gas e, in particolare, delle tariffe che il Pakistan intenderebbe applicare al gas in transito verso l’India ha avuto esito positivo.

Secondo l’agenzia di stampa iraniana IRNA le differenze si sarebbero ridotte e dopo la conclusione dell’accordo previsto per il 30 giugno, la prima parte del gasdotto, all’incirca 900 chilometri, dovrebbe essere realizzato entro dicembre 2008.

L’Iran sarebbe il vero vincitore dell’accordo.
Gli effetti geopolitici derivanti dalla realizzazione del gasdotto sono molteplici. Innanzitutto, gli Stati Uniti negli ultimi anni non hanno nascosto di essere piuttosto insoddisfatti dalla prospettiva di un gasdotto di cui l’Iran è parte essenziale e che di fatto rafforza la posizione regionale del paese degli Ayatollah. Inoltre dimostra che, nonostante l’accordo del 2005 tra India e Stati Uniti circa la fornitura di materiale fissile per le centrali nucleari indiane ad uso civile, Washington ha una ridotta influenza nel subcontinente e si deve limitare a pesare relativamente poco nella politica regionale dell’Asia meridionale.

Uno dei progetti di gasdotto ventilati, quello trans-afgano, ha una cospicua partecipazione americana con UNOCAL. La realizzazione del progetto infatti consentirebbe di evitare l’approvvigionamento di risorse energetiche dal Golfo Persico ma, come dicevamo, rimangono le incertezze date soprattutto dall’ instabilità delle regioni interessate.

Per quanto riguarda il conflitto del  Kashmir, India e Pakistan sembrano andare verso la strada di una ulteriore distensione dei rapporti, cosa che verrebbe facilitata se il Pakistan accettasse di applicare interamente i termini del SAFTA, il trattato di libero scambio dell’Asia meridionale ratificato dal Pakistan nel 2004. L’evoluzione dello storico conflitto tra India e Pakistan dipenderà soprattutto da come il Pakistan affronterà il prevedibile indebolimento di Musharaf (che dovrà scegliere tra pochi mesi se rimanere a capo dell’esercito come richiesto dalla crescente opposizione interna oppure guidare il paese attraverso una infuocata crisi interna).

Sarà inoltre interessante verificare come la crescita del fanatismo religioso influenzerà  il governo federale e se l’irrequietezza delle remote regioni tribali avrà effetti centrifughi sul potere centrale. L’Iran infine sarà plausibilmente il vero vincitore dell’accordo del prossimo 30 giugno, perché riuscirà non solo a indebolire ulteriormente l’isolamento internazionale dovuto alla crisi derivante dallo sviluppo del nucleare ma anche a consolidare un ruolo centrale nel sistema di approvvigionamento regionale grazie alle sue ricche riserve di idrocarburi.Tutto ciò consentirà all’Iran di incrementare le entrate dello stato e quindi rafforzare la legittimità interna del regime, incrinata dalla gestione politicizzata, settaria e corrotta della propria rendita energetica.

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