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Gli errori di Khamenei nelle mani dei pasdaran

Iran, la maratona dell’Onda Verde è appena iniziata

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“Questo è l’inizio della fine della Repubblica Islamica come la conosciamo, anche se nessuno può dire quanto tempo ci vorrà prima che il regime islamico crolli. Khamenei ha imparato molte lezioni dalla caduta dello Shah e non rifarà gli stessi errori”. Con queste parole Maziar Bahari, editorialista di Newsweek, commentava la situazione iraniana nel giugno del 2009, quando il paese sembrava travolto dalle manifestazioni dell’Onda Verde. Ed in effetti, ad un anno di distanza, sembra che le cose siano andate come aveva previsto, almeno in parte. Se da un lato, infatti, è vero che nell’ultimo anno è cambiata radicalmente la mappa del potere a Teheran, dall’altro però Khamenei ha ripetuto molti degli errori commessi dallo Shah Reza Palevi, che lo portarono all’allontanamento dal paese. Il modo di gestire le manifestazioni di piazza, e la repressione nei confronti del popolo, infatti, hanno gettato in cattiva luce non solo il governo, ma anche ed anzi soprattutto la Guida Suprema, che ha dimostrato di non essere poi tanto diverso dall’odiato Shah, così come da un qualsiasi altro dittatore. Inoltre rinunciando ad accettare ed affrontare il dissenso, Khamenei ha dimostrato di essere debole, senza argomenti, e questo non ha fatto altro che inimicargli una parte importante dell’opinione pubblica, la classe media, i bazaris e gli studenti.

In questo modo, la Guida Suprema per rafforzarsi ha avuto bisogno di rivolgersi ad altri interlocutori, a lui più vicini, primi fra tutti i Guardiani della Rivoluzione. E’ questo il cambiamento più evidente oggi, la presa sempre maggiore che i Pasdaran hanno sui gangli del potere, tanto da trasformare sempre più la repubblica islamica in una dittatura militare. Come ha scritto Fouad Ajami in un editoriale del Wall Street Journal “possiamo dire che la Prima Repubblica Islamica (1979 - 2009) è crollata, e che è sorta una Seconda Repubblica più crudele e cinica nell’esercizio del potere”. Ma se nel breve periodo il regime di Khamenei si è “salvato” grazie all’appoggio dei militari, nel medio-lungo periodo ne esce in realtà indebolito, perché la nuova configurazione della mappa del potere erode le fondamenta stesse della legittimità su cui si poggia il regime. Una volta rotto l’equilibrio, il sistema deve trovarne un altro, ed il nuovo equilibrio si basa non sull’autorevolezza della Guida Suprema bensì sulla forza militare dei Guardiani della Rivoluzione. Per dirla con le parole di Emile Hokayem, political editor di The National, “Khamenei realizzerà presto che questa nuova configurazione non solo indebolisce la legittimità del regime, ma crea le condizioni per l’ascesa di nuovi poteri che limiteranno il suo stesso ufficio”. Una vittoria di Pirro, dunque, perché nel momento in cui tra l’appoggio del popolo e quello del potere militare la Guida Suprema ha scelto il secondo, si è condannata ad un ruolo di subalternità.

Il problema a questo punto è: l’Onda Verde ha ancora (se mai l’ha avuta) la capacità di catturare il malcontento del popolo offrendo una reale alternativa al potere costituito? La risposta, purtroppo non è né semplice né scontata, perché sono molti i fattori che possono influenzare l’andamento degli eventi, ma un’analisi della situazione a distanza di un anno può dire qual è la direzione che il paese sta prendendo. Non c’è dubbio che quello che ad oggi traspare, soprattutto all’esterno del paese, è la perdita di slancio del movimento. E’ evidente che delle grandi manifestazioni di piazza dello scorso anno oggi non vi sia praticamente più traccia. Un ruolo fondamentale nel determinare questa situazione, l’ha avuto l’apparato repressivo messo in piedi da Khamenei attraverso l’uso delle milizie Basiji. Incarcerazioni, torture, ed esecuzioni di piazza sono state frequenti durante e dopo le manifestazioni dello scorso anno, e chiaramente questi metodi alla lunga tendono a fiaccare la partecipazione, almeno quella pubblica, delle masse. Ed anche l’uso di Internet come nuovo mezzo di comunicazione da utilizzare nella denuncia degli abusi del potere si è andato affievolendo man mano che il governo trovava contromisure efficaci.

Ma al di là delle apparenze l’Onda Verde non si è affatto dissolta, si sta semplicemente trasformando. Da movimento di protesta politica contro il regime sta diventando sempre più una forza sotterranea che punta all’affermazione dei diritti civili del popolo iraniano. Da questo punto di vista le chance di sopravvivenza ed addirittura di rafforzamento sono indubbiamente più alte rispetto a quelle che avrebbe un progetto di cambiamento del sistema politico del paese. Anche perché la credibilità dei leader dell’Onda Verde è decisamente bassa, visto che sono gli stessi Mir Hossain Mousavi e Mehdi Karroubi ad aver contribuito a costruire il sistema, e non è un caso se la cosa più vicina ad un programma politico espresso dal movimento è la lista delle “dieci proposte” redatta da alcuni dei più importati intellettuali iraniani esiliati all’estero da Akbar Ganji a Abdolkarim Soroush, da Mohsen Kadivar a Abdolali Bazargan. L’indebolimento della componente politica ed il rafforzamento di quella civile, tuttavia non è un male anche perché potenzialmente consente all’Onda Verde di allargare la propria base di consenso, presupposto fondamentale per qualunque speranza di successo.

La capacità di coltivare e proporre un nuova concezione della società civile, basata sul rispetto dei diritti umani, dei principi democratici e della trasparenza nel governo e nella pubblica amministrazione, può avere presa anche su quegli strati della popolazione che non metterebbero mai in discussione il sistema politico iraniano. I segnali che arrivano in questo senso sono incoraggianti, come dimostra ad esempio la recente dichiarazione di solidarietà del potente sindacato degli autisti di autobus di Teheran. Come ha rilevato Michael Ledeen in un recente editoriale sul Wall Street Journal “nell’ultimo anno l’Onda Verde si è rapidamente espansa, raggiungendo le organizzazioni dei lavoratori, i gruppi femministi, le minoranze etniche e religiose, i veterani della guerra Iran-Iraq, ed una pletora di clerici coraggiosi compreso l’Ayatollah Sayed Hossein Kazemeyni Boroujerdi, che continua a denunciare la Repubblica Islamica dalla sua cella nella prigione di Evin dove è stato rinchiuso nell’Ottobre del 2006”.

Ma naturalmente un cambiamento di questo tipo non solo richiede tempo, assomiglia infatti più ad una maratona che ad una corsa dei cento metri, ma soprattutto richiede un supporto dall’esterno. Il popolo iraniano deve poter contare sull’appoggio forte, chiaro e continuo dei paesi occidentali perché il premio finale è inestimabile: un Iran libero e democratico, che non rappresenterebbe più una minaccia per la regione, ma anzi diventerebbe il primo e più potente alleato dell’occidente contro l’estremismo ed il terrorismo islamico. L’obiettivo è comune, quindi anche la lotta non può che essere comune, per non trovarci un giorno a rispondere come Caino “sono forse io il custode di mio fratello?”.

 

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