Iran, per fermare il programma nucleare le strette di mano non basteranno
03 Ottobre 2009
Si sono incontrati giovedì primo ottobre, in una antica villa di Genthod, a pochi chilometri da Ginevra, i rappresentanti dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (USA, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna) più la Germania e la delegazione iraniana, guidata da Saaed Jalili, capo negoziatore di Teheran. Ma il faccia a faccia tanto atteso, si è concluso con qualche buona intenzione ma nessun reale passo avanti. Lo stesso Obama, in un discorso ufficiale della Casa Bianca, ha ammesso che ora “l’Iran deve dimostrare, attraverso passi concreti, che è disposta a far fronte agli impegni presi riguardo al suo programma nucleare” e che questo inizio, definito “promettente”, deve essere seguito da "azioni concrete da parte del governo iraniano”.
Per il momento, dunque, sembrano confermati i timori della vigilia, e cioè che Teheran sia disposta a sedersi al tavolo dei negoziati con l’unico obiettivo di guadagnare tempo. A poco serviranno infatti le ispezioni “entro due settimane” dei tecnici dell’AIEA al nuovo sito di Qom, che nel frattempo sarà già stato ampiamente ripulito. Né la proposta di arricchire un modesto quantitativo di uranio all’estero dimostra in alcun modo la volontà del regime khomeinista di interrompere l’attività delle proprie centrifughe. In compenso Teheran guadagna un po’ di tempo, e soprattutto disinnesca il pericolo di nuove sanzioni, che rischierebbero di indebolire ulteriormente il già fragile governo di Ahmadinejad. Non a caso Mosca si è precipitata in soccorso di Teheran, offrendosi di arricchire nei propri impianti l’uranio degli iraniani, e salutando la concessione di Jalili come dimostrazione della buona fede dei mullah. Un modo per prevenire un’eventuale richiesta di nuove sanzioni, da sempre osteggiate dai russi, che con gli mullah continuano a fare grandi affari (soprattutto nel settore energetico ed in quello militare).
Ma l’aspetto più triste di questo negoziato è che invece di stare accanto ai cittadini che manifestano per le strade di Teheran rischiando la vita al grido di “Death to the dictator” (morte al dittatore), Obama ha scelto di dialogare con quello stesso dittatore, concedendogli una linea di credito infinita senza avere nulla in cambio, e contribuendo così a rafforzare un regime che non è mai stato così debole in trent’anni di potere. Ormai il popolo iraniano sa di essere solo contro i mullah e di non poter contare su un aiuto esterno. Peccato perché in questo modo il presidente americano si è precluso l’unica reale possibilità di evitare, senza un intervento militare, che la Repubblica islamica si doti della bomba nucleare. In base ad una recente informativa, infatti, il programma che secondo Washington era stato sostanzialmente fermato nel 2003 è invece prontamente ripreso nel 2004.
Come riporta il Financial Times, “i servizi di intelligence inglesi hanno scoperto che l’Iran sta segretamente preparando una testata atomica dalla fine del 2004, inizi del 2005, e sono fermamente convinti che Teheran sia ormai giunto all’ultimo step necessario ad acquisire capacità nucleari militari”. E la cosa davvero paradossale, è che si sono completamente ribaltate le posizioni tra Stati Uniti ed Europa, con Londra e Parigi che mostrano irritazione nei confronti delle posizioni troppo morbide di Washington. Forse perché persino Brown e Sarkozy sanno ciò che Obama fa finta di non sapere, e cioè che, nonostante quello di giovedì sia stato dipinto come un avvenimento straordinario, il “primo” incontro tra rappresentanti di Washington e di Teheran in trent’anni, in realtà i negoziati tra i due paesi non si sono mai interrotti come ha recentemente riconosciuto anche il Segretario alla Difesa americano, Robert Gates, parlando alla National Defense University: “Ogni amministrazione a partire dal 1979 ha cercato di trovare un accordo con gli iraniani in un modo o nell’altro, ed ha sempre fallito”.
Come ricorda in un articolo sul Wall Street Journal Michael A. Ledeen, Freedom Scholar alla Foundation for Defense of Democracies (FDD) di Washington, ed autore di numerosi libri in materia (l’ultimo in uscita in questi giorni è "Accomplice to Evil: Iran and the War Against the West"), già dopo la caduta dello Shah nel febbraio del 1979, l’amministrazione Carter tentò di stabilire buone relazioni con il regime rivoluzionario, offrendo aiuti, armi e know-how, ma il dialogo si interruppe con l’occupazione dell’ambasciata americana nel novembre di quello stesso anno. Democratici e repubblicani, indistintamente, in tutti questi anni hanno cercato di dialogare con gli ayatollah, da Reagan (che vendette armi agli iraniani durante la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein) a Clinton (che ridusse le sanzioni, specialmente sui conti bancari iraniani) fino a George W. Bush (sì, persino lui) che a più riprese tentò di portare avanti negoziati segreti (nemmeno troppo, invero) con Teheran.
“Trent’anni di negoziati e sanzioni hanno fallito nel fermare il programma nucleare iraniano. Perché mai dovremmo pensare che stavolta funzioneranno?”, si chiede ancora Ledeen, che conclude: “Per cambiare l’Iran occorre cambiare i suoi governanti”. Ma, come detto, non sembra che Obama sia intenzionato a proseguire su questa strada.
