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Iran: ricercatore arrestato, rischia pena di morte

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Incarcerato da mesi in Iran, condannato a morte, per Ahmadreza Djalali, medico iraniano di 45 anni, si muove anche la Regione Piemonte. Il ricercatore iraniano per quattro anni ha lavorato e studiato all’Università del Piemonte Orientale, collaborando dal 2012 al 2015 con il Crimedim, il Centro di ricerca in medicina di emergenza e delle catastrofi, con sede a Novara. Arrestato ad aprile a Teheran, dove si era recato per una conferenza, è stato incarcerato e ora, stando a quanto comunica la famiglia, condannato a morte. 

"Sono passati nove mesi dall’arresto di mio marito in Iran. All’inizio non ho denunciato la cosa perché un poliziotto ha chiamato la mia famiglia a Teheran avvertendo che non dovevo parlarne, e io temevo di danneggiare la situazione. Ma non posso più tacere: ieri Ahmad ha chiamato sua sorella, le ha detto che sarà giustiziato con l’accusa di collaborazione con Paesi nemici. Pensano che sia una spia. Ma è solo un ricercatore", racconta ora la moglie Vida Mehrannia.

"Per tre mesi — aggiunge la moglie — è stato tenuto in isolamento assoluto, e per altri quattro parziale, nel Reparto 209 gestito dal ministero dell’Intelligence. Mi chiamava per due minuti una volta al mese. Poi è stato spostato nel Reparto 7, con gli altri prigionieri e per la prima volta gli hanno permesso di avere un avvocato che però non ha accesso al suo file e non può parlarci del caso perché è di sicurezza nazionale". Djalali ha detto alla moglie di essere stato forzato a firmare qualcosa. "Minacciavano di fare del male a me e ai bambini". Teme che si tratti di una confessione. Il 26 dicembre, quando gli hanno detto che riceverà la 'massima pena', ha iniziato uno sciopero della fame che gli ha fatto perdere 18 chili. "Preferisce morire così". 

I colleghi italiani e svedesi non credono affatto che Djalali sia una spia. Si chiedono se a metterlo nei guai possa essere stato il fatto di aver firmato articoli specialistici con ricercatori sauditi o di avere insegnato con professori israeliani nello stesso master e partecipato ad un progetto finanziato dall’Unione Europea (sulla gestione di emergenze radiologiche, chimiche e nucleari) insieme a un esperto israeliano. 

"Quest’uomo è in grave pericolo", dice da Oslo Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce di Iran Human Rights, una Ong contro la pena di morte. "Salavati (giudice del tribunale della rivoluzione) è noto per le condanne a morte contro presunti oppositori politici. Nei Tribunali della Rivoluzione il livello di arbitrarietà è enorme. Il regime è paranoico e i mesi che precedono le elezioni presidenziali sono i più rischiosi". I colleghi fanno appello ai governi di Italia e Svezia, e all’Alto Rappresentante Ue Federica Mogherini.

 

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