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Iran, rientrano in gioco Khatami e Rafsanjani

Il 25 settembre, il Newshour with Jim Leher ha invitato alcuni esperti di cose iraniane a commentare la visita del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad alla Columbia University e alle Nazioni Unite e ad approfondire la natura della Repubblica islamica.

Gary Sick, uno degli esperti presenti alla trasmissione, ha svolto un ruolo importante come studioso del Medio Oriente per il National Security Council nel corso dei disordini che hanno accompagnato la rivoluzione di Khomeini nel 1979. Sick, che ha appoggiato la deposizione dello Scià e la scalata al potere di Khomeini, da allora in poi è stata una delle figure che ha più aiutato il regime iraniano ha salvare le apparenze nei confronti dell’Occidente. Il Gulf/2000 Project, ideato da Sick, è nato proprio all’interno della School of International and Public Affairs della Columbia University nel 1993. In gran parte finanziato dall’industria petrolifera, il progetto favorisce in maniera attiva il dialogo con il regime di Teheran.

Sick, nell’intervista con Judy Woodruff, ha svelato quali sono le figure del regime su cui punta personalmente, e con forza ha dichiarato: ”Credo che la leadership iraniana abbia tutte le ragioni per essere stufa dell’atteggiamento di Ahmadinejad, che ha distrutto l’immagine che l’Iran aveva costruito con fatica negli anni successivi alla morte di Khomeini, grazie a Rafsanjani e poi a Khatami. Ahmadinejad, infatti, ha terribilmente compromesso tutto il loro lavoro”.

Sick dunque fa riferimento al tandem Rafsanjani-Khatami e alla loro combriccola. Ma costoro sono migliori di Khamenei, Ahmadinejad e soci?

Chi è in realtà Rafsanjani?
In seguito alla rivoluzione del 1979, la famiglia Rafsanjani abbandonò la coltivazione del pistacchio per dedicarsi ad attività imprenditoriali: uno dei fratelli Rafsanjani divenne il capo di tutta l’industria mineraria di rame, un altro entrò in possesso della televisione di stato. Nel frattempo, un fratellastro venne eletto governatore della loro regione d’origine, Kerman, e uno dei cugini intraprese il business dei pistacchi, un affare da quasi mezzo milione di dollari l’anno. Il figlio e uno dei nipoti di Rafsanjani ricoprirono incarichi importanti presso la Compagnia petrolifera nazionale, mentre un altro figlio assunse la direzione dell’intero progetto di costruzione della metropolitana di Teheran, che, secondo alcune fonti, costò quasi due miliardi di dollari. Oltre a gestire affari servendosi di alcune organizzazioni no profit e di società di copertura, la famiglia Rafsanjani è conosciuta anche perché al vertice della più grande società petrolifera iraniana, di un’industria di assemblaggio automobilistico della Daewoo e di una compagnia aerea privata iraniana.

Gli iraniani comunque hanno sempre giocato con il nome di Rafsanjani, chiamandolo Rassman-Jani, che significa “certamente assassino”, così da esprimere la vera natura del personaggio. Per quasi tre decenni, Ali-Akbar Hashemi Rafsanjani è stato, insieme al leader supremo Ali Khamenei, la maggiore autorità all’interno della gerarchia del regime ed è stato anche il braccio destro di Khomeini fino alla sua morte nel 1989. Hashemi Rafsanjani, che aveva avuto da Khomeini l’ordine di portare avanti la guerra contro l’Iraq fino alla fine, continua ad avere accesso a molti segreti di stato iraniani.  

Rafsanjani ha ricoperto la carica di presidente della Repubblica islamica dal 1989 al 1997 e avrebbe continuato a farlo se non fosse stato coinvolto in un processo giudiziario che per breve tempo compromise i rapporti diplomatici tra Iran e Germania, mettendo gravemente in crisi gli equilibri geopolitici europei e iraniani.

Nell’aprile del 1997 un tribunale tedesco condannò quattro uomini per l’uccisione, avvenuta nel ristorante Mykonos a Berlino il 17 settembre, del leader dissidente curdo-iraniano Sadegh Sharafkandi e di tre suoi compagni. Per il tribunale le esecuzioni furono ordinate dalle “sfere di stato più alte” di Teheran. I giudici condannarono due uomini per omicidio e gli altri due per complicità. Il presidente della Corte, il giudice Frithjof Kubsch, dichiarò che gli assassini non avevano nessun movente di natura personale ma che stavano eseguendo degli ordini provenienti dal Comitato per le Operazioni Speciali iraniano, di cui il presidente e la guida suprema del regime facevano parte. I pubblici ministeri poi indicarono proprio in Rafsanjani e nel potente ayatollah Ali Khamenei i mandanti della strage. La Germania, allora, decise di espellere quattro membri dello staff diplomatico iraniano. “Il coinvolgimento delle agenzie di stato iraniane, come descritto nel verdetto del tribunale, rappresenta una violazione flagrante della legge internazionale”, dichiarò il ministro degli Esteri tedesco.

Il regime iraniano si trovò costretto a prendere provvedimenti per ripulire in fretta la sua immagine e non perdere la faccia al cospetto degli alleati europei. Rafsanjani decise di dare le dimissioni e vennero indette nuove elezioni. Una fetta trasversale della società iraniana aveva già dimostrato la sua profonda ostilità nei confronti dei mullah e della legge islamica in generale. Fu così che, con un’operazione perfettamente orchestrata, Khamenei propose come successore il suo candidato, il presidente del parlamento Nategh-Nouri, un mullah ultraconservatore e antiquato, pur sapendo che gli elettori non lo avrebbero mai votato. L’outsider, l’hojjat ol-eslam Mohammad Khatami, vinse perché riuscì a convincere la popolazione della sua sincera intenzione di riformare il regime dall’interno.

Khatami, che ama viaggiare e intrattenersi con il jet-set internazionale, divenne l’idolo della sinistra occidentale. Da presidente, viaggiava in tutto il mondo, era sempre sorridente, parlava di Montesquieu e Hannah Arendt, e soprattutto era riuscito a convincere tutti che la Repubblica iraniana era progressista e democratica. I fan occidentali parlarono di lui e della sua squadra di governo come i “Mullah della Glastnost” che avrebbero diffuso la democrazia e soddisfatto le richieste del popolo iraniano, che quindi non avrebbe più dovuto subire la demagogia degli estremisti.

Chi è in realtà Khatami?
La vittoria a pieni di voti di Khatami non pose fine all’ondata di omicidi di giornalisti e intellettuali, iniziata nei primi anni della presidenza di Rafsanjani. Come se non bastasse, le riviste e i giornali dell’opposizione vennero chiusi con la forza e molti giornalisti finirono in prigione. Malgrado la repressione dell’opposizione interna, le maggiori potenze europee continuarono a corteggiare Khatami e ad invitarlo in visita ufficiale.   

Contemporaneamente, oltreoceano, negli anni di Clinton, anche i media principali, i sostenitori della sinistra a Washington e gli esponenti della cosiddetta scuola “realista” di politica internazionale, contribuirono a diffondere la propaganda della Repubblica islamica, ripetendo la grande menzogna sui conservatori iraniani, che allora si facevano chiamare “riformisti”, e tessendo le loro lodi.

Nel novembre 2006, Rafsanjani ha reso pubblica una lettera che rappresenta la prova delle ambizioni nucleari del regime. Il programma nucleare era avviato già sotto la sua presidenza e il suo sviluppo è continuato con Khatami. Entrambi sono riusciti ad abbindolare le potenze occidentali, l’Onu e l’Aiea, fino a quando, all’inizio del 2006, Hasan Rowhani, un hojjat ol-eslam come Khatami, ha attira l’attenzione della trojka europea che negoziava sulla questione nucleare confessando, di fronte a un consiglio di ecclesiastici a Teheran, che il suo compito era quello di ingannare i negoziatori di Gran Bretagna, Germania e Francia in modo da guadagnare tempo per proseguire con il programma nucleare.

Le accuse di terrorismo contro Rafsanjani
Nonostante il pieno appoggio di alcuni sedicenti esperti come Sick, le accuse di terrorismo nei confronti di Rafsanjani non sono cadute. L’avvocato argentino Alberto Nisman ha accusato ufficialmente Rafsanjani e altri sei esponenti del regime (cinque iraniani e un libanese, il famoso e spietato terrorista Imad Mughniyeh) per l’attentato dinamitardo contro un centro ebraico di Buenos Aires nel 1994. L’esplosione distrusse la Società Cooperativa Israelo-Argentina (Amia), uccidendo 85 persone e ferendone almeno 200, ed è dimostrato che il regime iraniano era stato il mandante ed Hezbollah l’esecutore. 

L’attacco all’Amia avvenne in seguito all’esplosione che nel 1992 distrusse l’ambasciata israeliana di Buenos Aires e costò la vita a 29 persone. Finora Teheran si è rifiutata di cooperare e ha negato tutte le prove fornite dall’Interpol e dai pubblici ministeri argentini. Il presidente argentino Nestor Kirchner, nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha chiesto alla comunità internazionale di agire affinché “la Repubblica islamica dell’Iran collabori nell’applicazione della legge internazionale allo scopo di ottenere giustizia. Niente di più, niente di meno”.

La lotta al potere tra i mullah: le tre fazioni rivali
Lo scorso 4 settembre, dopo aver perso l’elezioni presidenziali contro Ahmadinejad nel 2005, Rafsanjani è riuscito a farsi eleggere presidente dell’Assemblea degli Esperti, oltre a essere già presidente del Consiglio per il Discernimento dell’Efficienza del Sistema. Secondo la Costituzione, l’Assemblea degli Esperti è la più alta autorità legale, poiché ha il potere di nominare, sorvegliare e, se necessario, far dimettere il leader Supremo. Il Consiglio per il Discernimento dell’Efficienza del Sistema è un organo creato nel 1988 dopo la revisione della costituzione ed è nominato dal leader Supremo. Ha il compito di trovare un punto d’incontro tra il parlamento e il Consiglio dei Guardiani in caso di contrasto e ha anche funzioni consultive verso il Leader Supremo.

Con la sua nomina al vertice dell’Assemblea degli Esperti, Rafsanjani ha fissato il campo su cui verrà combattuta la prossima battaglia tra le fazioni dei mullah più potenti: l’elezione del leader supremo che sostituirà Khamenei. Ad oggi si possono contare tre gruppi rivali. Alcuni ayatollah di Qom sarebbero favorevoli al trasferimento dei poteri del leader supremo a un comitato costituito da cinque o nove mullah scelti dall’Assemblea degli Esperti per un periodo determinato. Tale proposta è stata scartata sia dalla fazione dei conservatori, capeggiata da Rafsanjani, che da quella radicale, il cui leader è Mesbah-Yazdi, guida spirituale di Ahmadinejad. Rafsanjani preferirebbe un Leader Supremo debole, dalle funzioni meramente cerimionali, così da concentrare il potere nelle mani di un “uomo forte”, ovvero di Rafsanjani stesso. Mesbah-Yazdi, invece, vorrebbe rivisitare il ruolo del leader supremo per creare un’evidente demarcazione tra sacro e terreno: bisognerebbe, quindi, abbandonare la teoria di Khomeini e ritornare alla dottrina sciita classica, in base alla quale gli uomini non possono dar vita a governi perfetti in assenza dell’Iman Nascosto.   

Il ritorno di Khatami e la successione a Khamenei
Rafsanjani, per sventare la minaccia della fazione radicale, sta di nuovo sostenendo pubblicamente la candidatura del suo protetto, l’ex presidente Muhammad Khatami, a futuro leader supremo quando, e se, ce ne sarà la possibilità. Il vantaggio di Khatami risiede nel non avere una propria base politica, essendo sempre stato fedele a Rafsanjani. Dunque, è evidente che l’intenzione di Rafsanjani sia quella di ripetere la stessa operazione brillantemente organizzata nel 1997. Da leader supremo, Khatami attenuerebbe la tensione tra l’Iran e l’Occidente, riuscendo a ottenere un allentamento delle sanzioni e permettendo al mullah-businessman Rafsanjani di continuare a espandere la sua fortuna personale manovrando i processi politici da dietro le quinte. 

Ahmadinejad, Messbah-Yazdi e il loro partito non hanno intenzione di subire passivamente tutto ciò: hanno tramato e cospirato per così tanti anni che non possono arrendersi senza combattere. Le voci sulle cattive condizioni di salute di Khamenei persistono e, se dovesse morire, scoppierebbe a Teheran una guerra a tre in stile mafioso, che coinvolgerebbe i radicali di Ahmadinejad, i conservatori-riformisti di Rafsanjani e i mullah dottrinari di Qom.

Banafsheh Zand-Bonazzi, nata in Iran, è un’attivista e una scrittrice. Elio Bonazzi, è un analista italiano esperto di Medio Oriente. I due, moglie e marito, vivono a New York.


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1 COMMENT

  1. in questi giorni in Iran, si
    in questi giorni in Iran, si respira l’aria della crisi politica. le indiscrezioni parlano delle divergenze molto profonde tra il leader supremo ed il presidente oltranzista Mahmoud Ahmadinejad. prima dell’annuncio delle dimissioni di Larijani si e’ detto che Putin ha portato un messagio molto importante a Khamenei. lo ha confermato anche Larijani. ma poi Ahmadinejad l’ha smentito. in ogni caso pare che ci sia una divergenza, perche’ negli ultimi giorni tutte le autorita’ si precipitano ai microfoni per dire che si vogliono piu’ bene di prima. percio’ c’e’ qualcosa che non va e questo in qualche modo potrebbe costare caro a Ahmadinejad, a meno che nel frattempo non riesce a trovare una soluzione per convincere anche il leader!!!!!!!!!

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