Home News Iran, sale l’onda della protesta: anche i commercianti si ribellano al regime

Allarme pasdaran in Iraq

Iran, sale l’onda della protesta: anche i commercianti si ribellano al regime

0
1

Settembre si avvicina, e con esso la data prevista per il ritiro delle combat forces americane dall’Iraq. La missione sembra ormai vicina alla conclusione e le forze armate irachene hanno dimostrato di essere in grado di garantire in autonomia la sicurezza nel paese. Ci sono però alcuni aspetti di questa operazione che sembrano preoccupare i generali americani, in particolare la possibilità che qualcuno approfitti del momento del ritiro per attaccare le basi statunitensi.

Stando a quanto riporta Scott Peterson su Christian Science Monitor, “in una conferenza stampa insolitamente schietta il Gen. Ray Odierno, comandante delle truppe americane in Iraq, ha detto che Kataib Hezbollah – un gruppo sciita che opera con l’appoggio dell’Iran – potrebbe cercare di trarre vantaggio da questo ritiro pianificato e reso pubblico da diverso tempo”. Secondo il Gen. Odierno “per anni questi gruppi hanno detto che stavano obbligando gli Stati Uniti ad andarsene, e riuscire a mettere a segno un colpo significativo potrebbe essere per loro una forte arma di propaganda”. In sostanza Kataib Hezbollah potrebbe decidere di colpire per prendersi il merito di un ritiro in realtà ampiamente pianificato e dovuto non ad una sconfitta, come cercherebbe di far credere, ma al contrario al buon esito delle attività sul campo.

La cosa davvero preoccupante, tuttavia, non è tanto la prospettiva di possibili attacchi, quanto il collegamento sempre più evidente tra questi ed il governo di Teheran. Secondo il Gen. Odierno le attività di questi gruppi sono “chiaramente connesse” ai Guardiani della Rivoluzione iraniani: “ciò che sappiamo per certo è che le persone che si stanno preparando a sferrare questi attacchi hanno ricevuto una speciale formazione in Iran, e che nell’ultimo mese sono stati inviati da Teheran degli esperti per aiutarli a pianificare gli attacchi”. D’altra parte il collegamento tra i gruppi terroristici sciiti in Iraq ed i Pasdaran iraniani è noto da tempo. Già nel 2006 l’Iraq Report 6 dell’Institute for the Study of War metteva in evidenza proprio questo aspetto, cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica ed i politici di Washington riguardo al ruolo dei pasdaran negli attentati contro le truppe americane, ma evidentemente senza grande successo.

Ancora nel 2008 Marisa Cochrane nell’Iraq Report 11 metteva in evidenza il consolidamento della rete iraniana in Iraq attraverso i cosiddetti Special Group ed il Jaysh al Mahdi (JAM) di Moqtada al-Sadr, una rete il cui principale obiettivo era quello di infliggere agli americani più perdite possibili per accelerane il ritiro e prendersene il merito. Oggi come allora ciò che sconcerta di più è il fatto che di fronte a questo evidente coinvolgimento non si prenda alcun provvedimento nei confronti di Teheran. Sembra che quando si parla di Iran l’unica preoccupazione sia rappresentata dalla potenziale minaccia nucleare, ma il governo di Teheran è ben più che una semplice minaccia, è un nemico vero e proprio perché le sue azioni concrete provocano morti americani. Sarebbe bene che questa semplice verità venisse accettata una volta per tutte e che venissero prese serie decisioni in proposito, anziché continuare a far finta di niente. Come scrive Michael Ledeen, “il nostro comandante in Iraq sta ovviamente cercando di catturare l’attenzione di qualcuno qui a Washington. Non siamo forse obbligati a sottolineare la serietà delle sue parole e disegnare una strategia per vincere la vera guerra, nella quale l’Iran è il nemico principale?”. Ed evidentemente Ledeen non è il solo a pensarla così, se anche William Kristol sul Weekly Standard ha citato un famoso discorso di Winston Churchill del 1936 alla House of Commons: “l’era del procrastinare, delle mezze misure, degli espedienti inutili, dei rinvii sta arrivando alla fine. Al suo posto stiamo entrando in un periodo pieno di conseguenze”. Un chiaro invito, quello di Kristol, affinché l’America accetti il proprio ruolo, e le conseguenze che ne derivano. 

In questo quadro, i leader occidentali dovrebbe tendere la mano non ai propri nemici, come fatto finora con l'Iran, ma a chi dall'interno sta cercando di abbattere il regime teocratico e militare. L’opposizione è più viva che mai in Iran, come hanno dimostrato prima le grandi manifestazioni dell’Onda Verde, poi gli scioperi dei bazaar da Teheran a Isfahan, fino a Tabriz che hanno abbassato le serrande da diversi giorni ormai per protestare contro il regime, sfidando le milizie basiji e la terribile repressione degli ayatollah. Come riporta ancora Ledeen “perfino il bazaar di Mashad – una città dall’enorme importanza dal punto di vista religioso – è stato chiuso, almeno in parte”. E ancora, nella città di Zahedan, nella provincia del Baluchistan — teatro di un sanguinoso attentato suicida nella quale hanno perso la vita due militari dei Guardiani della Rivoluzione – i Pasdaran stanno cercando di tenere la situazione sotto controllo, ma senza grande successo.

Lo stesso tentativo del governo di accusare Israele e Stati Uniti di essere dietro all’attentato, per non dover riconoscere la forza degli oppositori, dimostra la debolezza del regime. Se poi si considera che l’attacco è occorso nel giorno in cui si celebravano “la forza e la virtù” dei Guardiani della Rivoluzione, al danno si aggiunge la beffa. Tanto che all’indomani dei fatti di Zahedan, in un’azione senza precedenti, tre membri del parlamento hanno dato le dimissioni per protestare contro il governo e denunciare l’”aobminevole” trattamento dei Baluchi da parte dei Pasdaran. Il respingimento delle dimissioni da parte di Ali Larijani, dimostra il rifiuto del governo di affrontare la questione delle minoranze, in un paese in cui circa la metà della popolazione non è persiana.

Dall’altra parte, invece, l’opposizione ed i leader dell’Onda Verde, Mousavi e Karroubi, stanno lavorando proprio per rafforzare i legami con le minoranze etniche e religiose, per compattare le opposizioni in un unico grande fronte contro il regime, la cui debolezza è dimostrata anche dalla nuova ondata repressiva contro i vestiti femminili “antislamici”, contro i parrucchieri da uomo e persino contro gli “incontri sessuali nelle ore diurne”.

Anche la fatwa emessa il 20 luglio scorso dall’Ayatollah Khamenei in persona, nella quale ricorda a tutti che egli legifera nel nome del Profeta e che obbedire alla Guida Suprema equivale ad obbedire a Maometto, anziché rafforzare la legittimità del regime ne dimostra la debolezza. Come osserva Ledeen “solo i dittatori fanno questo genere di cose quando sanno di non essere più obbediti. In sostanza Khamenei dimostra di sapere di avere fallito nel conquistare l’obbedienza del popolo attraverso il consenso, e così tenta di imporla per legge.”. Evidentemente gli iraniani hanno capito che è ora di rovesciare questo regime e riconquistare la libertà, sarebbe ora che lo capisse anche il governo di Washington, dimostrando di riuscire finalmente a distinguere tra minacce potenziali e nemici reali.

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here