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Anteprima l'8 febbraio

Iranium, il documentario che fa paura al regime khomeinista

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Con le proteste che divampano, non solo in Egitto, ma in tutto il mondo arabo, la questione iraniana agita più che mai le cancellerie occidentali. L’esempio della Repubblica Islamica, infatti, rischia di essere un pericoloso modello per i manifestanti che potrebbero confondere la rivoluzione contro un regime con l’instaurazione di uno ancora peggiore. Anche per questo è particolarmente importante visionare il documentario Iranium, che verrà proiettato in anteprima il prossimo 8 febbraio alla Heritage Foundation di Washinghton, DC.

Presentato dalla bravissima attrice iraniana Shohreh Aghdashloo, vincitrice di un Emmy Award per il suo ruolo nel film “La Casa di sabbia e nebbia”, il documentario ci mostra il vero volto del regime khomeinista attraverso le analisi dei massimi esperti occidentali e non, da Michael A. Ledeen a Bernard Lewis, da John R. Bolton a Manda Zand-Ervin. Di grande impatto è il contributo di chi ha vissuto sulla propria pelle le atrocità della dittatura di Teheran, come Amir Abbas Fakhravar, fondatore della Confederation of Iranian Students, e Reza Kahlili (il nome è uno pseudonimo per garantire all’intervistato l’anonimato), un ex membro dei Guardiani della Rivoluzione, già autore del libro “A Time to Betray”, utilizzato alla Joint Counterintelligence Training Academy del Dipartimento della Difesa (DOD) americano.

Tutte le testimonianze raccolte sono ricche di preziose informazioni sul regime di Teheran e ci conferma come sin dal 1979 l’Iran abbia attivamente diretto, supportato e finanziato atti di aggressione contro gli interessi degli Stati Uniti e dell’Occidente, azioni che d’altra parte trovano fondamento nel preambolo stesso della costituzione iraniana: “l’Esercito della Repubblica Islamica dell’Iran ed il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione […] saranno responsabili non solo per la salvaguardia delle frontiere del Paese, ma anche nel raggiungimento della missione ideologica del jihad di Dio, estendendo la sovranità della Legge di Dio su tutto il mondo”. E l’Iran ha dimostrato attraverso le sue azioni, la corsa al nucleare militare, la fornitura di armi a Hezbollah ed Hamas, ed il sostegno ai terroristi islamici in tutto il mondo, che quelle scritte nella propria costituzione non sono solo parole, ma rappresentano realmente la missione che la Repubblica Islamica si è data.

Certo, come dice Clifford D. May, presidente della Foundation for Defense of Democracies, in un recente articolo apparso su National Review, “è difficile per noi occidentali, figli dell’Illuminismo, pensare che ci siano davvero governi di grandi nazioni che possano prendere seriamente delle idee del genere. Ma se li osserviamo ed ascoltiamo attentamente diventa evidente quanto ci credano realmente. Cosa significa tutto questo? - si chiede May - Significa che la diplomazia, il dialogo, l’engagement avranno sempre un effetto limitato”. E d’altra parte sono trent’anni che gli Stati Uniti tentano di dialogare con gli ayatollah, fin dai tempi di Carter. Quando Khomeini prese il potere a Teheran l’ambasciatore americano all’ONU, Andrew Young, lo definì “una specie di Santo” e l’ambasciatore statunitense a Teheran lo paragonò addirittura a Ghandi. Per tutta risposta Khomeini ed i suoi seguaci fecero irruzione nell’ambasciata americana, definita dalla Guida Suprema “un centro di corruzione” e presero in ostaggio tutti gli occupanti per 444 giorni. La risposta di Carter, come rileva Bernard Lewis nel documentario, fu “flebile” e Khomeini scoprì la “debolezza” degli americani.

Una furia, quella del regime, che non si è abbattuta solo sugli americani, gli israeliani o gli occidentali, ma anche contro il proprio popolo: dissidenti politici, minoranze religiose o etniche, omosessuali, donne, nessuno è esente dalla repressione dei Guardiani della Rivoluzione, unici custodi della moralità. Si capisce bene quindi la preoccupazione occidentale di fronte alla possibilità che un regime del genere, accecato dalla propria furia missionaria, possa dotarsi di un armamento nucleare. E d’altra parte è la stessa leadership iraniana a dichiarare le proprie intenzioni, senza infingimenti: “Israele dovrebbe essere cancellata dalla cartine mondiali”, ha detto chiaramente il presidente iraniano Ahmadinejad. Mentre l’attuale Guida Suprema Khamenei ha definito un “cancro” lo stato di Israele e ha prescritto la cura: “occorre rimuoverlo” insieme alle “arroganti potenze mondiali”. Quali siano quest’ultime ce lo spiega Ahmadinejad quando dice “il conto alla rovescia per l’America è cominciato”.

Certo, qualcuno potrebbe pensare che tutto questo sia solo propaganda del “Grande Satana”, nella definizione che dava degli Stati Uniti il fondatore della Repubblica Islamica, ma se così fosse non si capirebbe perché faccia tanta paura al governo iraniano. A più riprese, infatti, Teheran ha tentato di bloccare la proiezione del documentario nelle sale, tanto che Iranium ha seriamente rischiato di non essere trasmesso. La National Archives di Ottawa ha subito pressioni così forti che sono dovuti intervenire due ministri canadesi, James Moore e Jason Kenney, per convincere i responsabili a non disdire la proiezione. Il dibattito che ne è seguito ha coinvolto tutti i media nazionali tanto che David Warren su Ottawa Citizen si è chiesto se davvero in Canada oggi si possa parlare di “libertà di espressione”. La verità spaventa il regime di Teheran che forse conosce bene il detto “la verità rende liberi”. Questo è l’obiettivo di Iranium, questo è il motivo per cui gli Ayatollah non vorrebbero che lo vedessimo, e questo è esattamente il motivo per cui invece tutti dobbiamo vederlo.

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