Iraq, 4.000 donne candidate per dimenticare Saddam

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Iraq, 4.000 donne candidate per dimenticare Saddam

29 Gennaio 2009

Le file davanti ai seggi scortati dai militari, le dita colorate di viola a suggellare il voto: era il 2005, e la popolazione irachena sperimentava le prime elezioni democratiche dalla caduta del regime di Saddam Hussein. Questa settimana si replica: sabato saranno chiamati alle urne circa 15 milioni di iracheni, mentre la fase iniziale delle operazioni di voto – per militari, poliziotti, detenuti e disabili – è già partita. I candidati per la costituzione dei consigli provinciali sono 14.431: di questi, 3.921 sono donne che hanno sfidato minacce e intimidazioni. Gli sciiti del sud, intanto, si trovano di fronte a un bivio: recarsi alle urne o intraprendere il pellegrinaggio alla città santa di Kerbala?

Il gran giorno delle elezioni è fissato per sabato 31 gennaio: dalle 7 del mattino alle 5 del pomeriggio, milioni di iracheni saranno chiamati alle urne per eleggere i consigli di 14 delle 18 province irachene. Gli aventi diritto potranno esprimere le proprie preferenze in 7000 seggi, secondo un sistema definito "a lista aperta": diversamente da quanto accaduto nel 2005, questa volta i cittadini – oltre a votare la lista favorita – potranno anche esprimere una preferenza sui singoli candidati. Per vigilare saranno messi in campo circa 60.000 osservatori, tutti locali: le elezioni provinciali di sabato, infatti, saranno anche le prime interamente gestite dagli iracheni per mezzo della Commissione elettorale indipendente (IHEC, istituita nel maggio 2007). Ieri, intanto, hanno iniziato a votare alcune categorie speciali di elettori (per un totale di 614.998 aventi diritto): si tratta disabili, detenuti con pene lievi, militari e mezzo milione di agenti di polizia che sabato saranno chiamati a vigilare fuori e dentro i seggi.

L’attesa da parte della popolazione è alta. I muri delle città sono tappezzati di manifesti, i candidati si sono fatti pubblicità anche attraverso gli sms e la campagna elettorale – che termina ufficialmente oggi – è stata tranquilla: a differenza di quanto temevano i militari iracheni e statunitensi, infatti, nelle ultime settimane non si è registrato un aumento delle violenze. Il più chiaro segnale di entusiasmo in vista delle consultazioni, però, è rappresentato dal numero dei partiti e dei candidati: si sono registrati 427 "entità politiche", di cui 161 individui e 266 partiti. Il totale dei candidati – sintomo di forte adesione da parte della popolazione alla ricostruzione politica dell’Iraq – è di 14.431: di questi, quasi 4000 sono donne.

Tra i tanti primati di queste elezioni – grande partecipazione popolare, freno delle violenze, gestione completamente irachena – quello delle 3.921 donne è senza dubbio il più sorprendente. Per una donna, candidarsi pubblicamente in Iraq significa infatti mettere a repentaglio la propria vita, scontrandosi con intimidazioni e minacce da parte dei gruppi più radicali. La televisione saudita al Arabiya ha intervistato Ramana Malallah (lista "Congresso Nazionale Iracheno") a Kerbala: "Sui manifesti elettorali non ci sono immagini delle candidate" denuncia la donna, "perchè gli uomini – che qui hanno il potere – lo hanno impedito". Spostandosi a Diwaniyeh (180 km a sud di Bagdad), la storia non cambia: l’insegnante Hna’a Khadim (lista "Insegnanti Iracheni") ha denunciato "la sistematica rimozione dei poster delle candidate donne" al Commissariato per le elezioni. "Questi atti succedono solo con noi donne" commenta Maha al Buderi (lista "Civili"): la spiegazione, conclude Ban al Samarrai (candidata per la lista dell’ex premier Ayad al Allawi), è che "la gente è molto conservatrice e per rispetto alla sensibilità dominante ho fatto a meno di pubblicare una mia immagine".

Le elezioni provinciali, comunque, non saranno un banco di prova solo per le donne. Il primo a mettersi in gioco – anche in vista delle elezioni nazionali – è lo stesso premier Nuri al-Maliki: la sua speranza è quella di rafforzarsi politicamente, strappando province attualmente controllate dai rivali. Considerato inizialmente un leader debole, Maliki sembra essersi riabilitato con l’annuncio del ritiro statunitense ed in seguito alla repressione delle milizie politiche e religiose. Sabato dovrà però fare i conti con il suo maggior avversario sciita, quel Consiglio sapremo islamico iracheno che controlla gran parte delle province del sud. La sfida di Maliki è quella di convincere gli iracheni della propria forza e autorità, garantendo però l’espressione e la tutela delle diversità regionali e provinciali.

Al centro dell’attenzione ci sarà infine la sicurezza: dopo una campagna elettorale relativamente tranquilla, i militari dovranno fisicamente proteggere gli iracheni in fila ai seggi. Per gli americani – che hanno iniziato il ritiro dei 140.000 militari presenti sul territorio – si tratta di un test importante in vista del passaggio di consegne alle forze dell’ordine nazionali, addestrate nel corso degli ultimi anni. Tra le province più a rischio c’è quella di Diyala, che il "New York Times" descrive come "un microcosmo del Paese: sciiti e sunniti, curdi e arabi, agricoltori e professori". Secondo Ibrahim Bachilan, attualmente a capo del consiglio provinciale di Diyala, "circa il 30% della provincia è sotto il controllo di al-Qaeda". Senza contare la difficilissima convivenza tra le diverse anime della popolazione, chiamata alle urne per esprimere democraticamente la propria volontà.

Nelle elezioni irachene, infine, non poteva mancare il fattore religioso. A questo proposito, migliaia di sciiti del sud si trovano di fronte alla scelta tra le urne e il pellegrinaggio alla città santa di Kerbala: portare a termine la manifestazione religiosa, infatti, renderebbe impossibile raggiungere i seggi entro i termini stabiliti. Secondo Mohammed Ali, un pellegrino intervistato dalla Reuters, "Kerbala è più importante delle elezioni, e comunque non ho visto nessun candidato che mi ispiri fiducia. Non ho ancora un lavoro dopo le ultime elezioni". Il pellegrinaggio – evento molto importante per gli sciiti – segna i 40 giorni di lutto per la morte di Imam Hussein, nipote del profeta Maometto ucciso in battaglia nel VII secolo. Non mancano comunque i fedeli che non rinunceranno alle elezioni: Mohammed Ibrahim, un altro pellegrino, spiega che "cammineremo finché potremo, poi torneremo in dietro"; sulla stessa linea Riyad Ali: "Vale la pena tornare indietro, così potremo cambiare lo stato delle cose in Iraq".