Iraq, Afghanistan, Africa Nera: chi combatte in queste guerre?
08 Novembre 2008
Sono loro a combattere assieme ai Marine in Iraq e Afghanistan, sono loro la carne da cannone usata in prima linea per i lavori più sporchi: sono i mercenari. Il loro numero in Iraq è di almeno ventimila uomini, ma fonti affermano essere fino a dieci volte superiore; nel Paese è il secondo esercito più numeroso dopo gli Stati Uniti. Un recente dossier del Centro Studi Strategie Internazionali ha messo in luce tutti gli aspetti legati a questo fenomeno che, si scopre, non ha più niente a che fare coi personaggi classici del mercenariato.
L’evoluzione di tutto ciò ha portato nei giorni nostri a un’industrializzazione del mercato del mercenariato, conseguenza diretta del «processo di privatizzazione della guerra e della gestione della sicurezza nelle aree di crisi che è parte integrante del profondo mutamento del concetto stesso di guerra», come spiega sulla Rivista di Intelligence il direttore del Cesint, Gianni Cipriani. Attualmente le compagnie private di militari si dividono principalmente in due grandi settori, quasi sempre sovrapponibili: le PMC, Private military companies, che offrono servizi militari veri e propri a governi o istituzioni, e le PSE, Private security companies, per fornire servizi di sicurezza all’estero a imprese private, governi, organizzazioni (anche alle Nazioni Unite, alle Ong, e perfino agli stati maggiori delle amministrazioni regolari: il governatore pro tempore dell’Iraq, Paul Bremer, si faceva scortare da una security privata). I nomi di queste aziende sono pubblici, si muovono sul mercato, gestiscono milioni e milioni di dollari, hanno sedi e campi d’addestramento faraonici, organici di uomini e mezzi (compresi aviazione e blindati) da far impallidire, partecipano ad appalti governativi (spesso non molto trasparenti), e se ne può tranquillamente prendere visione su internet: Caci international (Virginia, Usa), Titan corporation (California, Usa), Aegis defence services (Gran Bretagna), Blackwaters (North Carolina, Usa). C’è anche un’associazione di categoria, l’Ipoa, International peace operations association, con perfino un proprio codice di condotta per la regolamentazione delle attività delle compagnie militari riguardo all’etica, al controllo, e alla responsabilità.
Emblematico, per esempio, il caso della Blackwaters. I suoi uomini si addestrano su 2832 ettari di terreno acquitrinoso, hanno hangar colmi di armi, mezzi, risorse logistiche; nei suoi consigli d’amministrazione e ai vertici di comando partecipano non sbandati guerriglieri bensì ex generali, direttori di Servizi Segreti, manager specialisti. Di proprietà del miliardario Erik Prince, nel 2006 il fatturato annuale della Blackwaters solo per le commesse della campagna irachena era di 594 milioni di dollari, e dal 2001 al 2006 alla compagnia è stato versato oltre un miliardo di dollari dall’amministrazione Usa, il 51% dei quali conferiti senza reali gare d’appalto. Cifre non tanto diverse (214 milioni di euro) si riscontrano fra le società di contractor e il ministero della Difesa britannico.
Ma da cosa dipende questa escalation delle milizie private per combattere in guerre fra nazioni? I vantaggi del loro impiego sono in verità molteplici. I corporate warriors sono flessibili, li si può destinare a ogni missione, in chiaro o coperte, anche le peggiori per rischi e… moralità; la deniability, la possibilità di negare in ogni caso la loro esistenza; non sono soggetti a controlli parlamentari; le loro perdite non vengono conteggiate nelle bodybags e non rientrano in imbarazzanti statistiche. Inoltre, è stato addotto come giustificazione che un uso appropriato dei contractor apporta notevoli risparmi pubblici: «Se dovessero essere utilizzate solo truppe regolari – affermò Donald Rumsfeld – i costi sarebbero stellari e insostenibili». Proprio questo punto, tuttavia, è stato ora preso in esame dalle commissioni governative americane e inglesi per far luce su costi che appaiono invece spropositati e sospetti.
La guerra post-moderna, quindi, sembra destinata a essere combattuta sempre più per procura. Ma se da un lato è “comodo” utilizzare dei legionari sconosciuti come carne da macello – «Nelle zone più pericolose dell’Iraq, i veicoli di testa nelle scorte ai convogli sono zeppi di contractor», racconta uno di loro in un’intervista al quotidiano guatemalteco Prensa Libre –, dall’altro è doveroso segnalare le attività positive compiute da questi uomini. Sono loro a difendere le organizzazioni civili di Peace support impegnate in missioni internazionali, e senza di essi non si avrebbe alcuna possibilità di Nation building. Custodiscono siti importanti come ospedali, infrastrutture e industrie, sgomberano civili in situazioni di pericolo, sminano intere regioni collaborando con agenzie umanitarie. Arrivano a proteggere governi da attacchi terroristici o insurrezionalisti, fino a rendere possibile inizi di negoziati di pace, come nel 1995 in Sierra Leone, quando gli uomini della Executive outcomes difesero la capitale Freetown dai sanguinari ribelli del Ruf.
Il problema nasce, di contro, quando questi pistolero sfuggono a ogni controllo e giungono a compiere crimini intollerabili. Cowboy dal grilletto facile, li chiamano fra i soldati regolari. «Arrivano in Iraq dopo che gli hanno insegnato che qui sono tutti nemici: vecchi, donne, bambini – raccontano alcuni Marine –. Sparano a tutto ciò che si muove, prima sparano poi fanno le domande». Così le morti fra i civili negli scontri a fuoco sono spessissimo da imputarsi non ai soldati americani ma ai contractor nelle loro fila. Per non parlare di alcuni famosi episodi di crudeltà, come quelli nel carcere di Abu Ghraib, che furono commessi non tanto dai militari statunitensi quanto da Stephen Stephanowicz e John Israel, due contractor della Caci (dal 2004 l’esercito Usa ha proibito la partecipazione di contractor agli interrogatori dei prigionieri).
E qui sorge il problema della responsabilità penale e degli inquadramenti giuridici. Attualmente siamo nel campo della pressoché totale impunità per i contractor. La giurisprudenza è antiquata, le norme internazionali ambigue e inapplicabili, i trattati bilaterali insufficienti. Quindi il Far West, omicidi legalizzati e fuori controllo, nonostante in America e all’Onu si stia tentando di porvi rimedio con legislazioni specifiche, dato per acquisito che non si possa fare a meno dei moderni mercenari. Un principio base su cui intervenire pare sarà l’equiparazione giuridica dei contractor ai ranghi militari del governo che li assolda. In tal modo verrebbero tutelati anche i loro diritti e le convenzioni internazionali. Sì, perché fra questi soldier of fortune ci sono due livelli: gli ufficiali e comandanti ben retribuiti in forza alle società, e i combattenti reclutati nei paesi poveri, veri disperati sfruttati e mandati a morire in operazioni di cui non sanno niente, privi di ogni tutela, compresa la Convenzione di Ginevra.
Provengono dall’America Latina, dall’Africa Nera, dalle Isole Fiji, dal Sud Africa, dall’ex Jugoslavia, attirati da guadagni superiori alla media del loro paese, ma spesso truffati e soggetti a ogni prevaricazione. Le società usano questi bacini di reclutamento proprio per i loro bassi costi, portando così nei luoghi delle operazioni personale a volte semi-schiavizzato e dalle coscienze feroci. «Gli africani sono molto più economici degli occidentali, fino a sei volte meno. Se il governo Usa dovesse assumere solo americani i costi sarebbero folli», conferma Doug Brooks, presidente dell’Ipoa. Inoltre in Bosnia, in Cile, in Namibia è facile trovare gente abituata a uccidere e a farlo bene… Così questo discount dell’orrore continua, al di fuori e al di sopra delle leggi, non solo danneggiando l’immagine e la credibilità dei governi committenti e legittimando fra i civili l’avversione per gli stranieri, ma soprattutto finendo per vanificare gli sforzi idealistici e democratici dei governi impegnati.
L’assenza di legislazione preoccupa, infine, anche per il rischio di destabilizzazione internazionale, col “bisogno di guerra” delle società private che potrebbe impedire invece che favorire l’attuazione della pace. A tutto ciò è bene che i governi impegnati nei teatri bellici pongano in fretta rimedio.
