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Gli scenari dopo il ritiro

Iraq, gli americani se ne vanno e torna lo spettro di Moqtada al Sadr

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Che succederà all'Iraq ora che le truppe americane si preparano a lasciare definitivamente il Paese? Ieri un comunicato dell'esercito Usa ha offerto qualche cifra: in Iraq ormai restano meno di 50.000 uomini, il più basso numero di truppe presenti nel Paese dall'inviasione americana del 2003, dopo il picco di 165.000 uomini raggiunto nel 2007 con il "surge". La scorsa settimana hanno lasciato l'Iraq le ultime unità di combattimento, la 4h Stryker Brigade e la 2nd Infantry Division, mentre restano le "Advise and Assist Brigade" che avranno il compito di continuare ad addestrare le forze della sicurezza irachene, pronte ad entrare in azione se a chiedere il loro supporto fosse il governo di Baghdad, secondo gli accordi stabiliti con Washington.

Dal primo settembre, dunque, diremo addio alla missione Iraqi Freedom che diventerà l'operazione New Dawn. "La questione non è tanto il ritiro delle nostre truppe," ha spiegato il comandante in capo delle truppe Usa in Iraq, il generale Ray Odierno, "ma in che modo continuerà il nostro impegno nel Paese, impegno che non è destinato a concludersi".

Tutti aspettano il discorso che il presidente Obama farà sull'Iraq al ritorno dalle vacanze da Martha's Vineyard, anche se gli ambienti della sinistra liberal americana e i pacifisti che lo hanno votato non sembrano molto convinti del fatto che in Iraq gli americani ci resteranno comunque almeno fino al 2011. Prima del discorso presidenziale, a parlare è stato il vicepresidente Biden che intervenendo alla convention dei Veterani ha spiegato che gli Usa "non abbandoneranno il Paese, anzi che si preparano a continuare ad aiutare gli iracheni". Ma non è detto che tutto sia destinato a filare liscio.

Attentati a parte (56 morti e 163 feriti in una serie di attacchi che ieri hanno colpito diverse città irachene), sono in molti ad avanzare osservazioni, dubbi e critiche sul ritiro obamiano, e secondo alcuni osservatori americani la guerra in Iraq non è finita, né si può dire che sia stata vinta del tutto. Va affrontato il problema del completamento e dell'allargamento del training delle forze speciali irachene, sempre più autonome, ma che potrebbero ritrovarsi a dover chiedere ancora una volta l'aiuto degli Usa. Restano le tensioni etniche, la questione curda, complesse partite geopolitiche in cui fattori identitari si sovrappongono a tematiche di tipo economico, come il petrolio o lo sviluppo dell'economia.

Sullo sfondo, la figura del chierico sciita Moqtada Al Sadr, finito negli ultimi anni in esilio in Iran e considerato da molti figura di spicco del prossimo Iraq libero dalle truppe americane. Negli ultimi giorni Al Sadr sembra aver polemizzato, e non poco, con i suoi amici iraniani, che vorrebbero dialogare con il premier uscente al Maliki mentre lui, che di Maliki è stato uno sponsor fino a quando non diede via libera agli americani di colpire Sadr City, non ne vuol sentir parlare ed è per questo che ha cercato rifugio in Libano. Il Paese dei cedri esercita un forte fascino sul chierico sciita, il "modello hezbollah", che gli permetterebbe di scavalcare Maliki e l'attuale classe dirigente irachena per proporsi come il nuovo uomo forte del Paese.

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2 COMMENTS

  1. contractors
    State tranquilli: c’è ancora un mare di contractors in Iraq, “gente con le palle” pronta a far saltare la testa a qualsiasi arabetto ptovi a disturbare il businness. Come ha detto il buon vecchio Ray, questo è un “impegno che non è destinato a concludersi”.

  2. Iraq, gli Americani se ne vanno
    Per dere un taglio più sostanziale alla questione mi permetto di fornire alcune cifre.

    Da quando Obama e’ divenuto presidente un anno e mezza fa, circa 100.000 soldati americani hanno lasciato l’Iraq: al culmine dell’occupazione nel 2007 le truppe avevano raggiunto i 166.00 effettivi. Attualmente il numero e’ sceso a 65.000 e, per i primi di settembre, e’ previsto che resti un nucleo di 50.000 uomini con compiti di addestramento e consulenza presso le forze armate irachene.

    Tuttavia, gli esperti meglio informati sostengono che il termine “ritiro” non sia appropriato, in quanto non e’ stato mai previsto un vero disimpegno. Il Maggiore Generale Stephen Lanza, principale portavoce militare USA in Iraq, ha ammesso che in pratica nulla cambierà dopo il ritiro. Le operazioni militari continueranno, anche se sempre più appaltate a terzi e privatizzate. Il numero di appaltatori privati, che lavorano in Iraq per gli USA in settori quali la protezione armata, le telecomunicazioni, le reti di servizi e il commercio, ha già raggiunto i 100.000, di cui 10.000 lavorano per ditte private di protezione armata.

    Un conflitto armato rappresenta sempre un pesante fardello per qualsiasi amministrazione, particolarmente quando se lo trova in eredità. Nel caso di Obama si tratta di ben due conflitti, di cui quello afgano, non solo e’ il più lungo di tutta la storia nazionale, ma neanche e’ dato prevedere quando e come potrà finire. Pertanto la logica di Obama e’ comprensibile e, per chi ben conosce la politica americana, non sorprende la feroce opposizione che solleva in patria. Per esempio, le operazioni locali dovrebbero avvenire nel quadro di un crescente passaggio di competenze al Dipartimento di Stato (DdS), il quale si attende ovviamente un corrispondente aumento dei finanziamenti, incluso quelli per l’ambasciata a Baghdad, riguardanti la protezione delle sue “squadre di ricostruzione” attive in 16 province irachene, come pure i cinque uffici consolari previsti nella capitale.

    Tuttavia, a fronte di una richiesta complessiva del DdS di 1.600 M$, un mese fa il Congresso americano ha dato un taglio di 550 M$, incluso 400 M$ per la protezione armata, ritenendo che la cifra fosse di gran lunga sproporzionata, considerando che il bilancio globale per le missioni estere si aggira attualmente sui 16.000 M$. La questione resta aperta, in quanto il Segretario di Stato H. Clinton ha già risposto dicendo che i soldi dovranno essere trovati comunque, in quanto, una volta ritirate le truppe americane il DdS dovrà rivolgersi ad appaltatori privati.

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