Iraq: una guerra che potremmo anche vincere

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Iraq: una guerra che potremmo anche vincere

Osservato
dall’Iraq, dove abbiamo appena trascorso otto giorni insieme al personale
militare e civile americano e iracheno, il dibattito politico a Washington è
surreale. In oltre quattro anni l’amministrazione Bush ha perso sostanzialmente
tutta la propria credibilità. Adesso tuttavia i critici dell’amministrazione,
in parte come conseguenza, sembrano ignorare i significativi cambiamenti che si
stanno verificando.

Ecco
la cosa più importante che gli americani hanno bisogno di capire: finalmente
stiamo ottenendo qualche risultato in Iraq, perlomeno in termini militari. Come
due analisti che hanno aspramente criticato la pessima gestione dell’Iraq da
parte dell’amministrazione Bush, siamo sorpresi dai progressi che abbiamo
osservato e dalla potenzialità di raggiungere non tanto una “vittoria” ma una
stabilità sostenibile di cui potremmo accontentarci, sia noi che gli iracheni.

A
parte la calura da fornace, la prima cosa che si nota una volta sbarcati a
Baghdad è il morale delle nostre truppe. In passati viaggi in Iraq abbiamo
spesso percepito rabbia e frustrazione tra le truppe americane, molti di loro
ritenevano di stare adottando la strategia sbagliata, usando le tattiche
sbagliate e rischiando la vita nell’impiego di un approccio che non poteva
funzionare.

Oggi
il morale è alto. I soldati e i marines
ci hanno riferito di percepire adesso che il Gen. David Petraeus è un
comandante superlativo; confidano nella sua strategia, vedono risultati
concreti e sentono di avere finalmente i numeri necessari per fare una vera
differenza.

Unità
dell’esercito e della marina si sono concentrate ovunque sulla sicurezza della
popolazione irachena, collaborando con le unità di sicurezza irachene,
raggiungendo nuovi accordi politici ed economici a livello locale e provvedendo
servizi di prima necessità – elettricità, carburante, acqua potabile e igiene –
alla popolazione. D’altronde ad ogni angolo le operazioni sono state
accuratamente concordate coi bisogni specifici della comunità. Di conseguenza i
tassi di mortalità tra i civili si sono ridotti all’incirca di un terzo da
quando la “surge” (la nuova strategia di Bush in Iraq, ndr) è ripresa, sebbene
restino comunque a livelli elevati, evidenziando che resta ancora molto da fare.

A
Ramadi per esempio abbiamo parlato con un eccellente capitano dei marines il cui battaglione vive pacificamente
all’interno di un complesso con una divisione della polizia irachena (a
maggioranza sunnita) e un’unità dell’esercito iracheno (a maggioranza sciita).
Lui e i suoi uomini hanno costruito un salotto in stile arabo, dove incontrare
i locali sceicchi sunniti – tutti alleati in passato di Al-Qaeda e di altri
gruppi jihadisti – che ora si contendono la sua amicizia.

Nel
quartiere di Ghazaliya a Bagdad, teatro di alcuni dei peggiori combattimenti
tra clan, abbiamo percorso una strada che lentamente ritornava alla vita con
negozi e acquirenti. I residenti sunniti erano scontenti del vicino posto di
controllo della polizia, dove ufficiali sunniti abusavano apertamente di loro,
ma sembravano genuinamente contenti del pattugliamento in strada da parte di
soldati americani e di una divisione dell’esercito iracheno a predominanza curda.
L’esercito locale sunnita aveva addirittura acconsentito a circoscriversi entro
il proprio perimetro una volta arrivate le unità americane e irachene.

Abbiamo
attraversato le città di Tal Afar e Mosul, nel nord. Si tratta di un’area
etnicamente ricca, con numerosi arabi sunniti, curdi e turcmeni. Il numero delle
truppe americane in entrambe le città ammonta oggi a qualche centinaia dato che
gli iracheni sono entrati in campo. Ufficiali della polizia affidabili
presidiano i posti di controllo nelle città mentre truppe dell’esercito
iracheno coprono le campagne. Un sindaco locale ci ha confidato che la sua
paura maggiore era un abbandono oltremodo rapido dell’Iraq da parte americana. Nel
lungo periodo la fedeltà delle forze di sicurezza irachene in tutto il paese
resta un grande punto interrogativo.

Anche
se per ora la situazione sembra molto migliore che in passato. I consiglieri
americani ci hanno detto che molti dei corrotti e faziosi comandanti iracheni
che un tempo infestavano l’esercito sono stati rimossi. L’alto comando
americano ha accertato che più di tre quarti dei comandanti di battaglione
dell’esercito iracheno di Bagdad sono oggi collaboratori affidabili (perlomeno
fintanto che le forze americane resteranno in Iraq).

Inoltre
molte più unità irachene sono ben integrate in termini di etnicità e di
religione. L’efficientissima terza divisione di fanteria dell’esercito iracheno
è sorta nel 2005, sorprendentemente su fondamenta curde. Oggi è per il 45%
sciita, per il 28% curda e per il 27% araba sunnita.

In
passato poche unità irachene potevano fornire qualche “jundis” (soldato), per
mettere un piccolo cappello iracheno ad operazioni prevalentemente americane.
Oggi solo in pochi settori abbiamo trovato dei comandanti americani che si
lamentavano dell’inutilità delle loro formazioni irachene – mentre ciò era la
regola, non l’eccezione, in un precedente viaggio in Iraq nel tardo 2005.

Le
formazioni americane addizionali impiegate come parte della “surge”, la
determinazione del Generale Petraeus nell’occupare aree fintanto che non sono
effettivamente sicure prima di disimpegnare le truppe e la crescente competenza
degli iracheni hanno avuto un altro effetto determinante: niente più “appari-scompari”,
con ribelli che ricompaiono immediatamente dopo la partenza degli americani.

In
guerra talvolta è importante trovare il giusto avversario e in Iraq sembra che che
ci siamo riusciti. Un fattore rilevante dell’improvviso cambiamento delle sorti
americane è stato lo sfogo di animosità del popolo contro Al-Qaeda e altri
gruppi salafiti, come anche (sebbene in misura inferiore) contro l’esercito di Moktada
al-Sadr.

Questi
gruppi hanno provato ad imporre la legge della sharia, hanno abbrutito
l’iracheno medio per soggiogarlo, hanno ammazzato capi locali e rapito giovani
donne per costringerle a sposare i loro adepti. Il risultato è stato che nei
passati sei mesi gli iracheni hanno iniziato a ribellarsi contro gli estremisti
e si sono rivolti agli americani per chiedere sicurezza e aiuto. L’esempio più
importante e risaputo di ciò è rinvenibile nella provincia di Anbar, che in
meno di sei mesi si è trasformata dal peggiore al miglior luogo dell’Iraq
(all’infuori delle aree curde). Oggi gli sceicchi sunniti di quei luoghi sono
prossimi a falciare Al Qaeda ed i suoi alleati salafiti. Solo pochi mesi fa i marines americani combattevano per ogni
metro di Ramadi; la scorsa settimana abbiamo passeggiato lungo le sue strade
col giubbotto antiproiettile.

Un’altra
sorpresa è stata scoprire quanto bene lavorino i nuovi gruppi provinciali
integrati di ricostruzione. Ovunque abbiamo trovato gruppi perfettamente dotati
di personale, abbiamo anche trovato locali capi iracheni e uomini d’affari che
cooperavano con essi per rianimare l’economia locale e costruire nuove
strutture politiche. Sebbene molto ancora debba essere fatto per creare lavoro,
la nuova enfasi su microprestiti e piccoli progetti sta riscuotendo successo
laddove i precedenti programmi di aiuto spesso erano castelli di sabbia.

In
alcune aree dove non siamo riusciti a fornire manodopera civile per completare i
gruppi di ricostruzione, la “surge” ha tuttavia permesso all’esercito di formare
i propri gruppi di consulenza con personale di battaglione, brigata o
divisione. Abbiamo parlato con decine di ufficiali militari che prima della
guerra sapevano poco di governance o
di affari ma che adesso si sono abilmente immersi in progetti che diano
all’iracheno medio una vita dignitosa.

Fuori
da Bagdad uno dei maggiori fattori di progresso è stato sinora lo sforzo per
decentralizzare il potere alle province e ai governi locali. Si deve fare di
più, però. Per esempio la polizia nazionale irachena, che è controllata dal
Ministero dell’Interno, è ancora in gran parte un disastro. In risposta molte
città e quartieri stanno creando forze di polizia locali, che in genere si
rivelano più efficaci, meno corrotte e meno faziose. La coalizione deve forzare
i signori della guerra di Bagdad a lasciare che si creino al di fuori del loro
controllo delle forze neutrali di sicurezza.

In
definitiva la situazione dell’Iraq resta grave. In particolare ci troviamo ancora
di fronte a immensi ostacoli sul piano politico. Politici iracheni di ogni
colore continuano a tergiversare e a congiurare gli uni contro gli altri per dei
posti, quando sono necessari passi maggiori verso una riconciliazione o quanto
meno un accordo. Tutto questo non può continuare all’infinito. Altrimenti, non
appena cominceremo a ridimensionare le truppe, importanti comunità potrebbero
non sentirsi coinvolte nel mantenere lo status quo e le forze di sicurezza
irachene potrebbero frammentarsi lungo faglie etniche e religiose.

Quanto
ancora le truppe americane dovrebbero continuare a lottare e morire per
costruire un nuovo Iraq mentre i capi iracheni non riescono a fare la loro
parte? A per quanto ancora possiamo logorare le nostre forze nella missione?
Queste domande ossessionanti sottolineano in realtà che la “surge” non può
continuare per sempre. C’è comunque abbastanza ottimismo oggi sui campi di
battaglia in Iraq da chiedere al Congresso di pianificare un sostegno agli
sforzi almeno fino al 2008.

Michael E. O’Hanlon è
senior fellow alla Brookings Institution. Kenneth M. Pollack is è direttore
ricerche al Saban Center for Middle East Policy della Brookings.

© New York Times del 30 luglio 2007