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Isis rivendica ma c’entra anche Brexit con l’attacco a Westminster?

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Per l’Independent, un quotidiano attento, fuori dal coro, l’attentato contro Westminster era inevitabile. Nemmeno vietare la circolazione nella zona di Westminster lo avrebbe evitato, i terroristi avrebbero potuto usare un mortaio, per esempio, come fece l’IRA a Downing Street nel 1991. L’attentatore avrebbe potuto uccidere più persone se il Suv fosse stato pieno di esplosivo. Ci si aspettava un attentato in stile Mumbai, con squadre di uomini armati che attaccavano in più parti di Londra e prendevano ostaggi, in stile Parigi 2015.

Dal 7 luglio 2005, pur impegnata su vari fronti – con le Sas, le Special Air Service, le truppe d’élite britanniche impegnate contro Isis a Mosul – il Regno Unito non aveva subito attacchi su vasta scala. L’attacco di Westminster, per Patrick Cockburn, sempre sull’Independent, sembra uscito dal playbook di Isis e segue le modalità di Nizza, ma è diverso da Nizza. A Londra, l’attentatore non ha voluto fare una strage come a Nizza, dove il killer aveva scelto il lungomare affollato per la festa del 14 luglio. L'assassino di Londra voleva colpire Westminster, questo è il punto.

Westmister, il parlamento inglese, è il simbolo della democrazia, dove pochi giorni fa si è ratificato il voto popolare per Brexit, mentre molte cancellerie continentali speravano il contrario. Per questo, il primo ministro inglese Theresa May, con toni alla Churchill, ha dichiarato che il Regno Unito difenderà le proprie istituzione democratiche. L’attentato è stato rivendicato da Isis, ma per Cockburn non ci sono prove certe: Isis è alle corde, sfinita, potrebbe fare rivendicazioni del genere anche solo per mostrare di essere in grado di spargere ancora terrore. I britannici, insomma, non escludono alcuna pista.

Non dobbiamo meravigliarci: il Regno Unito sa di essere circondato dall’ostilità per Brexit e per l’alleanza con Donald Trump, e che molti desidererebbero la perfida Albione affogata nell’Atlantico. Poi ogni intelligence sa che dietro ogni atto di terrorismo c’è sempre l’aiuto di uno stato o un partito straniero. "Honouring Ted Kennedy is an insult to IRA’s victims" fu il titolo del Telegraph alla morte di Ted Kennedy, finanziatore e sostenitore dell’IRA. E questo ci dà l’idea di come gli inglesi conoscano amici e nemici. Quindi, nessuna pista è esclusa, in questi tempi di guerra in Medio Oriente e Africa dove sono in gioco gli interessi di molte nazioni europee e c’è perfino chi considera la Siria una replica della guerra di Spagna, il preludio di una guerra mondiale.

Per Theresa May l’attentatore è islamico, ma l’attentato non rientra completamente nel quadro del terrorismo islamico. Anche sullo Spectator, periodico conservatore pro-brexit, non certo favorevole al multiculturalismo, Douglas Murray nota l’età avanzata dell’attentatore – Khalid Massod aveva 52 anni, mentre l’età media degli attentatori islamisti si aggira sui 22 anni. Massod  aveva come armi  un Suv e un coltello, non un kalashnikov o delle bombe come è accaduto a Parigi, quindi, a Londra l’Isis non è in grado di fornire né armi, né munizioni.

Però la polizia è andata subito a Birmingham, la città di Massod, e nessuno è rimasto sorpreso. Lo Spectator critica Valls per avere detto, dopo Nizza, che la Francia deve imparare a convivere col terrorismo e anche il sindaco di Londra, Sadiq Khan, viene criticato per aver detto, lo scorso settembre, che gli attacchi terroristici di questi tempi sono parte integrante della vita di una grande città. Lo Spectator si chiede perché Parigi e Londra dovrebbero abituarsi a convivere col terrorismo come Beirut o Islamabad. L’interrogativo è significativo, come il commento amaro di un passante, dopo mezz’ora dell’attentato, di fronte alla carneficina, dopo avere saputo cos’era era accaduto: "Why not? It’s a free country".

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