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Isolare l’Iran per stabilizzare il Golfo Persico

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La liberazione dei 15 tra marinai e royal marines britannici pone termine alla crisi scaturita dalla cattura compiuta 13 giorni fa dalle guardie rivoluzionarie iraniane, verosimilmente in acque irachene. Questo episodio esemplifica l’atteggiamento del regime iraniano negli ultimi decenni e in particolare mostra cosa gli ayatollah in realtà vogliano: legittimazione. La vicenda dei prigionieri, che è apparsa come pretestuosa fin dall’inizio a causa dell’incertezza sul luogo del presunto sconfinamento inlgese, si è conclusa con il “beau geste” del presidente Ahmadinejad che ha fatto un “dono” al popolo britannico durante la settimana che divide il compleanno del Profeta e le festività pasquali cristiane ed ebraiche. La Gran Bretagna di Tony Blair che, secondo le parole dello Ahmadinejad, si è limitata a promettere che “incidenti” simili non si sarebbero più ripetuti, ringrazia.

Nelle ultime settimane il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva unanimemente condannato l’Iran per la sua mancata collaborazione con l’Agenzia Atomica internazionale nelle ispezioni degli impianti di arricchimento dell’uranio dove perfino la Russia, che rifornisce di carburante nucleare l’Iran, pare che abbia raffreddato i suoi rapporti con Teheran. Il primo ministro Blair in seguito alla cattura del personale britannico è riuscito anche ad organizzare un fronte di condanna abbastanza largo (sebbene piuttosto differenziato) sufficiente ad impensierire i vertici dell’Iran sull’opportunità della continuazione della crisi. Una situazione d’isolamento internazionale rafforzata dalle misure sanzionatorie internazionali di natura economica e finanziaria prese nei mesi scorsi che hanno avuto effetti sensibili all’interno del paese.

Ma quale motivo c’era di catturare 15 prigionieri per poi liberarli senza alcuna contropartita visibile?

Il fatto è che dal 1979 in Iran è in atto una “rivoluzione islamica” che ha la volontà d’imporsi sui propri vicini e d’influenzare in modo rilevante i rapporti della comunità internazionale grazie alla sua posizione sulla più importante  “cerniera strategica” del mondo: il Golfo Persico.

La precarietà “originaria” del regime teocratico non dovrebbe essere di grande rilievo in una regione in cui la maggior parte dei governi sono rappresentate da autocrazie di varia natura. La grande differenza sta nel fatto che il regime iraniano attuale pretende di essere il legittimo rappresentante del glorioso popolo persiano organizzato secondo uno delle poche esperienze statuali  funzionanti di Islam politico: lo sciismo dell’ayatollah Khomeini. Come la storia della Rivoluzione Francese insegna i regimi rivoluzionari sono afflitti da mania di persecuzione a livello istituzionalizzato e generano reazioni imprevedibili. Nel caso dell’Iran però sembra che i 30 anni passati in questo stato in cui la necessità di sopravvivenza superavano ogni altro possibile interesse, abbiano sviluppato una notevole capacità di calcolo politico e adattamento alla situazione internazionale. La realtà degli assetti di potere interno fanno si che la guida del grande ayatollah Ali Khamenei sia la fonte della strategia di lungo termine mentre il presidente Ahmadinejad non sarebbe altro che la voce della “pancia” dell’opinione pubblica nazionalista e della potente fazione (anche economicamente) dei pasdaran.

Oggi l’Iran si trova messo oggettivamente all’angolo e la sua volontà di acquisire e sviluppare tecnologia nucleare definito come “diritto inalienabile” (ma in realtà frutto delle ambiguit

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