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Israele accerchia Hamas e distrugge i tunnel al confine con l’Egitto

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Ieri il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato un’estensione dell’offensiva contro Hamas nella Striscia di Gaza. Si parla di una “terza fase” del conflitto destinata ad allargare l'offensiva penetrando nelle zone più popolate di Gaza. Tel Aviv non ne vuole sapere di una mezza vittoria o di una tregua finta. Vuole cambiare lo status quo e un’equazione strategica nella quale una delle due incognite, Hamas, è fuori controllo. Anche perché le operazioni sul campo stanno andando come pianificato. Il comando sud di Tsahal ha impiegato in Piombo Fuso quattro brigate: le due brigate di fanteria Golani e Givati, la brigata paracadutisti e una brigata corazzata. Nel complesso poco più di 10.000 uomini. Pochi per invadere la Striscia e controllarla, sufficienti per raggiungere gli obiettivi prefissati: tagliare i rifornimenti ad Hamas e mettere in sicurezza le aree da cui vengono lanciati i razzi contro il territorio israeliano.

Da un punto di vista militare il raggiungimento di tali obiettivi sembrerebbe molto vicino. Il lancio di razzi contro le città israeliane si è drasticamente ridotto, ed è passato dai circa 100 lanci giornalieri delle prime fasi di Piombo Fuso a una ventina. Secondo alcune fonti, l’arsenale di razzi di Hamas si sarebbe ridotto del 60% e alle Brigate Ezzedin Al Qassam resterebbero solo pochi Qassam e Grad e una salva di razzi a lungo raggio di fabbricazione iraniana Fajr per un eventuale sorpresa finale o qualora l’organizzazione dovesse ritrovarsi al collasso. Buoni risultati sarebbero stati anche ottenuti contro il sistema di tunnel lungo il corridoio Philadelphia che consente il rifornimento di armi e munizioni ad Hamas dal Sinai. Molti tunnel sono stati sventrati dall’Aviazione e negli ultimi giorni anche l’eccellente genio di Tsahal sta facendo la sua parte. Il problema è che Israele sa benissimo che, una volta cessate le ostilità, i tunnel potrebbero essere riallestiti e Hamas rimpinguare in poche settimane il suo arsenale. Per questo Tel Aviv vuole, più di ogni altra cosa, che sia l’Egitto a farsi garante di un’eventuale soluzione che impedisca il traffico di armi attraverso le aree di confine e ponga così fine alle ostilità.

Come più volte dichiarato dai suoi leader, Israele non ha nessuna intenzione di rioccupare la Striscia. Vuole solo che le regole a sud cambino e che Hamas cessi di essere un player in grado di condizionare gli eventi militarmente e politicamente. In attesa che le cose facciano il suo corso e magari Fatah smetta i finti abiti del lutto e torni a Gaza. L’andamento delle operazioni sul campo, almeno per ora, lo dimostra. Tsahal si è limitato ad occupare le zone di lancio dei Qassam e dei Grad e ad accerchiare i maggiori complessi urbani, in particolare Gaza City e Khan Younes, per togliere profondità di manovra alle sei brigate di Hamas che operano nella Striscia. A Gaza City ha assunto il controllo di alcune postazioni nel quartiere orientale di Tofah ed a Khan Younes, la città simbolo degli integralisti, ha fatto altrettanto con il quartiere di Abassa. La strategia è chiara. Aderenza, ovvero avvicinarsi il più possibile ai nuclei di resistenza, condurre azioni mirate appoggiate da Aviazione, artiglieria ed elicotteri Apache, ma non spingersi nei centri urbani per ingaggiare direttamente gli uomini di Ezzedin al Qassam.

Questi ultimi non chiederebbero altro: invischiare l’Esercito israeliano in una battaglia casa per casa. Una riproduzione su scala più estesa di quanto accadde nell’aprile 2002 a Jenin in Cisgiordania quando gli israeliani persero più di 20 soldati. Israele da questo orecchio non ci sente e i sei militari caduti finora – di cui quattro per fuoco amico – dimostrano chiaramente le sue vere intenzioni. Ma tagliare i rifornimenti alle città, colpendo solo con azioni di forze speciali e con raid aerei, in attesa che la morsa dia i suoi frutti e che i capibanda di Hamas si arrendano o accettino le condizioni volute da Israele, potrebbe essere una strategia rischiosa. Per logorare un avversario – soprattutto un avversario come Hamas ben determinato e che fa del martirio una delle sue ragion d’essere – occorre tempo.  Cosa che Israele non ha. Le pressioni internazionali sono fortissime ed il 10 febbraio ci sono le elezioni. Un mese scarso che potrebbe non bastare per veder capitolare Hamas. Da qui le timide aperture israeliane verso le proposte egiziane.

 

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