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Finché regge la tregua

Israele ha vinto tatticamente perdendo l’opportunità di stroncare Hamas

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In cima a una piccola collina vicino alla città israeliana assediata di Sderot, un branco di troupe televisive puntano le loro telecamere sulla Striscia di Gaza, sentinelle per un “cessate il fuoco” che dura da qualche giorno. All’inizio di domenica scorsa, Hamas ha lanciato 20 razzi su Israele, alzando la posta in gioco sulle sue intenzioni ma provocando solo qualche piccolo e grave danno. Subito dopo un paio di F-15 israeliani corrono sui cieli di Gaza City, espellendo una raffica di oggetti, ma non stanno lanciando bombe.

Giunge voce che Hamas abbia dettato le sue condizioni, un cessate il fuoco di una settimana. Le tv se ne vanno. Tutte le guerre finiscono, prima o poi. Il problema che affligge maggiormente gli israeliani è se questa guerra è terminata completamente. Allora perché i vertici della politica israeliana e dei comandi militari sono rimasti soddisfatti dal risultato del conflitto? E’ una lunga risposta: pensano che Israele abbia restaurato il mito della sua invincibilità macchiato nella guerra con l’Hezbollah del 2006. Stavolta hanno insanguinato e umiliato Hamas subendo poche perdite e, con il cessate il fuoco fissato in modo unilaterale, hanno imposto lealmente di mettere fine alla violenza; anche se sono riusciti a richiamare troppo tardi l’attenzione della comunità internazionale sui tunnel che Hamas usava per contrabbandare le sue armi.

In un’intervista ad ampio raggio, un funzionario militare israeliano offre una spiegazione autorevole sulle intenzioni militari del governo e sulla sua interpretazione personale degli effetti provocati dalla guerra.  “Non abbiamo alcuna voglia di tornare a Gaza – dice – abbiamo deciso che non trascorreremo neanche cinque giorni a Gaza, non come i cinque anni trascorsi in Iraq dagli americani”. Al contrario: lontani dall’idea di “cambiare regime” a Gaza, l’uomo sembra accettare tranquillamente che i palestinesi resteranno divisi tra l’Hamastan e il Fatahland ancora per molti anni, così come la Germania era divisa durante la Guerra Fredda; crede che lo stato di Hamas a Gaza – che andrebbe ostacolato con furbizia – possa diventare un efficace esempio negativo per i palestinesi della West Bank, così come la Germana Est serviva  alla Germania Ovest come un mausoleo per tutto ciò che aveva a che fare con il comunismo.

Questa la posizione del funzionario con il suo secondo sorprendente commento, dopo che gli viene chiesto se Israele abbia deliberatamente scelto di non uccidere Ismail Haniyeh, il primo ministro palestinese e leader politico di Hamas a Gaza. “Israele ha cercato di mirare ai membri dell’apparato di sicurezza e dell’ala militare. In questo momento preferiamo che a prendere il controllo sia lo schieramento meno radicale”. Le attuali divisioni all’interno di Hamas non sono le uniche cose che l’ufficiale vede come conseguenza della guerra. I palestinesi, dice, non guardano più ad Hamas come a un partito parte di un governo competente e che compie delle decisioni chiare. Al contrario, la considerano un gruppo i cui leader hanno provocato inutilmente una guerra rovinosa e che non hanno il coraggio di battersi tra loro. Nessuna sorpresa che la Terza Intifada nella West Bank, su cui contava Hamas, si sia mai materializzata. Altrove, i primi clienti di Hamas nel mondo arabo hanno interrotto i rapporti con l’organizzazione da quando è diventata una cliente di Teheran. Una dozzina di stati arabi, compresa l’Autorità Palestinese, hanno boicottato uno dei summit della Lega Araba per soccorrere i palestinesi, che era stato ideato come una dimostrazione di sostegno al capo politico di Hamas, Khaled Meshaal.  

Poi c’è l’Egitto. Per anni ha mantenuto un’opinione ambigua su Hamas: in parte preoccupato dalla minaccia che avanza contro il suo regime secolare, in parte deliziato dai problemi che dà ad Israele. Ora il governo di Mubarak sta capendo che Hamas alla fin fine è soltanto una minaccia strategica per l’Egitto. “Una base dell’Iran a Gaza può dirigersi contro l’Egitto così come si dirige contro Israele”. Per inciso, aggiunge il funzionario, il tempismo dell’operazione israeliana a Gaza è stato anche dettato dalla convinzione che ad Hamas ormai servivano solo pochi mesi per dotarsi di quei missili a lunga gittata in grado di colpire facilmente tanto il Cairo quanto Tel Aviv. Ora il governo israeliano sembra disposto a credere che gli egiziani metteranno un freno al contrabbando. Israele potrebbe anche permettere all’Egitto di schierare truppe scelte del suo esercito nel Sinai, nonostante i provvedimenti sfavorevoli al Cairo contenuti nel trattato di pace israelo-egiziano.

Infine c’è l’Iran. “Hanno avuto una lezione – dice l’ufficiale – ancora una volta si sono resi conto delle ottime forze aeree e della eccellente intelligence israeliana, e che la combinazione di questi due strumenti può essere mortale. Diversamente dal 2006, hanno visto in azione una forza terreste ben addestrata. Hanno capito che uno stato di guerra asimmetrico non sempre gioca a loro favore; che possiamo usare approcci asimmetrici per schiacciare una minaccia altrettanto asimmetrica”. Questa situazione, ovviamente, potrebbe essere rovesciata nel momento in cui l’Iran avesse a disposizione un potenziale nucleare e di attacco contro la libertà d’azione del ‘perverso’ stato di Israele. Non era previsto neppure che Israele godesse delle circostanze internazionali relativamente favorevoli che invece gli hanno facilitato le ultime tre settimane di guerra, o che Hamas avrebbe operato con scarsa autonomia nei momenti successivi. “Di solito chi perde fa i suoi compiti in modo migliore”, ha osservato il funzionario. Israele ha ottenuto una impressionante vittoria tattica. Ma ha perso l’opportunità strategica di sbarazzarsi della minaccia sotto casa. Nel Medio Oriente, le opportunità non sempre bussano due volte.

Traduzione Kawkab Tawfik

Tratto da The Wall Street Journal

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