Israele mette in discussione Annapolis ma il processo di pace continuerà

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Israele mette in discussione Annapolis ma il processo di pace continuerà

06 Aprile 2009

Le dichiarazioni del senatore Piero Fassino sulla politica estera del governo Netanyau riassumono i timori di tutti coloro che in Italia guardano al nuovo esecutivo israeliano come a un potenziale affossatore del processo di pace con i palestinesi. Fassino si è detto “perplesso e preoccupato” dal fatto che la destra israeliana possa seguire una strada diversa da quella tracciata dalla Conferenza di Annapolis. Il senatore ha quindi ricordato i “nodi strategici” dell’accordo: la questione dei ritorno dei profughi, quella degli insediamenti israeliani, la definizione delle frontiere, lo status di Gerusalemme.

Il ministro degli esteri Lieberman si è mosso chiaramente contro questa prospettiva quando ha detto che “le intese di Annapolis non hanno valore” ma il fatto è che la questione palestinese non si risolve esclusivamente in Palestina, è un pezzo della guerra mondiale islamica che vede i diversi Paesi del mondo arabo e musulmano contrapposti e in cerca di nuove egemonie. Mentre l’Autorità Nazionale Palestinese bollava il governo Netanyau come nemico della pace, i governi degli altri grandi stati arabi tradizionalmente schierati dalla parte dei palestinesi tacevano. Arabia Saudita, Egitto, Giordania, le petrocrazie del Golfo, hanno un’altra priorità rispetto alla causa palestinese. La minaccia iraniana.

Le aperture di Obama al regime iraniano hanno aumentato l’inquietudine del fronte arabo che teme l’espansionismo di Teheran e dei suoi alleati (la Siria, alcuni Paesi del Golfo, l’Hezbollah libanese e i sunniti di Hamas, gli ambienti della Fratellanza Musulmana egiziana, le minoranze sciite negli stati a maggioranza sunnita). La rottura delle relazioni diplomatiche tra Rabat e Teheran è solo l’ultimo tassello di questo conflitto che vede scontrarsi forze nazionaliste, tradizionaliste, conservatrici, fondamentaliste e ultra-fondamentaliste. Durante il recente conflitto di Gaza, i governi di alcuni stati arabi sunniti hanno accusato Hamas di aver provocato Israele spingendolo ad intervenire con la forza (al contrario di quanto ha fatto la stampa di quegli stessi paesi, indignata dalla persecuzione inflitta al popolo palestinese).

Nonostante il governo Netanyau nasca debole, inflazionato di ministri e con un basso tasso di consenso popolare, Israele può sfruttare questa spaccatura interna al mondo islamico. Al Summit di Doha, i Paesi arabi hanno respinto le affermazioni palestinesi che potevano suonare come una minaccia rivolta allo stato ebraico. Durante un incontro con il presidente libanese Suleiman, il premier giordano Dhahabi ha detto che “l’Iniziativa araba” per la soluzione del conflitto israelo-palestinese è ancora sul tavolo “fino a quando qualcuno non troverà una soluzione alternativa”. Dhahabi ha definita Doha un “pilastro” del processo di pace. Secondo il premier giordano la questione di Gerusalemme, quella dei rifugiati, e gli altri "nodi strategici", attualmente, non sono la priorità sul tavolo delle trattative. Gli stati arabi, dunque, hanno già posto le basi di un percorso alternativo alla “road map” per venire incontro al cambio della guardia israeliano.

Mentre la leadership palestinese appare convinta che Netanyau è destinato a una rapida caduta, l’atteggiamento dei grandi leader arabi è più attendista, oltre che più possibilista nei confronti della destra israeliana. Che succederebbe se nei prossimi forum regionali gli stati arabi decidessero di non invitare l’Iran e di ospitare Israele? E’ una possibilità che mostra come il processo di pace non è stato seppellito dalle dichiarazioni di Lieberman. Si è solo allargato da una dimensione bilaterale a una regionale in cui le potenze arabe e Israele appaiono ancora divise sul destino dei palestinesi ma sempre più unite contro l’Iran nucleare.