Israele. Si è svolta la manifestazione dei militanti del partito dei coloni
24 Marzo 2009
di Redazione
È finita come si poteva prevedere la marcia del drappello di militanti ultrà del movimento dei coloni organizzata oggi – dopo un lungo braccio di ferro legale e con il placet della Corte suprema di Gerusalemme – nella roccaforte del movimento islamico degli arabo-israeliani. Con molta tensione e danni limitati solo dalla mobilitazione della polizia (30 agenti per ogni partecipante alla marcia) e da un provvidenziale scroscio finale di pioggia e grandine.
Sono arrivati in 100 a Umm el Fahem, cttadina araba nel nord d’Israele e scortati da quasi 3000 agenti. Sventolavano le bandiere con la Stella di Davide per pretendere dalla gente del posto "lealtà" – secondo la parola d’ordine dell’estrema destra – allo Stato ebraico. Ne sono usciti dopo non più di mezz’ora lasciando sul campo una trentina di contusi e l’eco dei tafferugli scoppiati fra le forze dell’ordine e la cittadinanza locale, scesa in strada compatta "contro la provocazione".
Sbarcati di buon ora da un paio di corriere, i marciatori hanno trovato ad accoglierli migliaia di abitanti della città (uno dei maggiori insediamenti totalmente arabi d’Israele, ai margini della Galilea) chiamati allo sciopero dalle autorità municipali e decisi a sbarrar loro il passo all’ombra di vessilli palestinesi. Un’azione condotta da molti a colpi di slogan e da alcuni a colpi di pietre.
Lo scontro con la polizia è stato inevitabile: gli agenti hanno risposto alla sassaiola con i gas lacrimogeni, finchè – dopo aver consentito alla colonna dei cento di entrare per mezzo chilometro all’interno dell’abitato – hanno deciso che non si poteva andare oltre. Il bilancio è stato di una dozzina di feriti leggeri nei ranghi della forza pubblica e di una quindicina di contusi e intossicati fra i dimostranti ostili alla marcia.
Il gas ha creato qualche problema anche a Ilan Ghilon, deputato del Meretz (sinistra sionista), giunto a Umm el-Fahem con un pugno di esponenti pacifisti per provare a testimoniare nella bufera – ha spiegato – "moderazione e volontà di pace e convivenza", oltre che per dare solidarietà agli arabo-israeliani.
A cose fatte il capo della polizia, David Cohen, ha rivendicato a nome dei suoi uomini d’aver garantito "i diritti democratici" di un corteo autorizzato, e quindi "legittimo". I caporioni dell’iniziativa – Itamar Ben Gvir, Baruch Marzel e il neo-deputato Michael Ben Ari, tutti aderenti all’Unione Nazionale, il partito più oltranzista della destra ebraica – si sono mostrati appagati. "Siamo sfilati armati solo di bandiere israeliane per simboleggiare la sovranità dello Stato su tutto il territorio nazionale", ha detto Ben-Ari, erede politico del Kach, il sodalizio del defunto rabbino Meir Kahane dichiarato fuori legge in Israele nel 1994 – dopo la strage di Baruch Goldstein – per istigazione alla violenza razziale. "Noi non volevamo lo scontro – ha replicato indirettamente il sindaco di Umm el-Fahem, Khaled Hamdan – e non lo abbiamo pianificato: in città gli ebrei sono bene accetti, quel che non possiamo accettare è il razzismo".
"L’attacco qui è in realtà un attacco a tutti gli arabi israeliani", ha incalzato Afu Eghbarie, deputato del partito arabo Hadash alla Knesset. Dietro la marcia dei cento – a suo giudizio – spira infatti il vento della retorica anti-araba che la destra radicale si accinge a portare nel nascente governo di Benyamin Netanyahu, malgrado la possibile presenza dei laburisti di Ehud Barak. Con l’Unione Nazionale, che a Netanyahu potrebbe dare un appoggio esterno. Ma anche con Israel Beitenu, terza forza del Paese, che i test di lealtà al milione e mezzo di arabi israeliani – pena la revoca della cittadinanza e magari l’espulsione – li ha invocati almeno a parole nei comizi elettorali di febbraio: e che nel nuovo esecutivo avrà il suo leader, Avigdor Lieberman, addirittura sullo scranno di ministro degli Esteri.
